Recensione su Peaky blinders

/ 20138.281 voti

Serie tv promossa con riserva / 9 gennaio 2016 in Peaky blinders

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Prima stagione
C’è qualcosa che non mi torna. Sulla carta, questa serie tv creata da Steven Knight (mica il primo che passa) ha tutti gli ingredienti per piacermi a scatola chiusa: Inghilterra di inizio Novecento, gangster, una famiglia di fuori di testa ben assortita, mazze, tirapugni, Nick Cave e White Stripes.
Eppure, non va, con me non ha ingranato.
E la cosa peggiore è che non so esattamente a cosa imputare questa mia insoddisfazione.
Buone le varie regie, bravi gli interpreti alle prese con personaggi interessanti, fotografia d’eccellenza.
Alla fine delle fini, temo che non mi aggradi in toto la sceneggiatura: a dispetto di una confezione di pregevole fattura estetica, i puntelli narrativi mi sono parsi finora abbastanza blandi, una sorta di polveriera umida.
C’è qualcosa che non mi convince anche nel senso di immedesimazione di alcuni attori (vedi, Annabelle Wallis/Grace), derivante -ovviamente- da dettagli architettati in fase di script (es. dialoghi, precise interazioni con altre figure in scena, ecc.), poco consci di vestire i panni di personaggi in azione in un periodo storico così lontano nel tempo che, così, sembrano inutilmente attuali e privi di quell’allure che una pur fittizia patina del tempo potrebbe dargli.

Vediamo se la seconda stagione saprà fare entrare la presente serie tv nelle mie grazie. Per ora, per quel che mi riguarda, assegno una sufficienza poco convinta.

Voto prima stagione: 6

[Aggiornamento del 24/05/2016]
Seconda stagione
Le perplessità nate durante la visione della prima stagione non sono svanite guardando il secondo ciclo di episodi, nonostante la fattura della serie tv si sia mantenuta qualitativamente altissima (nota a margine: nella bella e ricca colonna sonora, oltre all’onnipresente Cave, compare la sua “controparte” ideale, PJ Harvey, e voglio credere che Charlotte Riley sia stata inserita nel cast per via di una vaghissima somiglianza con Polly Jean, ed è anche per questo che non credo sia un caso che alcuni brani della cantautrice britannica siano stati abbinati alle sue entrate in scena).

Al lavoro di Knight rimprovero severamente una certa fumosità narrativa e una verbosità nei dialoghi basate entrambe sulla ricerca costante dell'”effetto”, dell’epica a tutti i costi. Non che le vicende raccontate non si prestino ad un taglio di questo genere, ma la mia impressione è che, qui, il troppo stroppi.
Ancora molto bravo Cillian Murphy, azzeccato anche fisicamente: il suo volto, da sempre ambiguo, ben si presta al personaggio affidatogli.
Tom Hardy, novità di questa seconda stagione, praticamente non pervenuto: quel poco che fa lo fa come si deve, ma il suo manigoldo ebreo un po’ fuori di testa non è quel che si dice “indimenticabile”, per quel che mi riguarda.
Mi è dispiaciuta l’involuzione del personaggio di Polly (Helen McCrory), troppo concentrata sul ritrovamento del figlio (anche se, sul finale, si riscatta da par suo).

L’ultimo episodio della stagione, però, è decisamente riuscito, a fronte di cinque appuntamenti a mio parere abbastanza pasticciati: funziona come avrei voluto che funzionasse tutto il ciclo, con passaggi e tempi narrativi ben calcolati, oculati colpi di scena, un buon senso della tensione. Solitamente, l’ultima puntata di una stagione è quella in cui tutti i nodi vengono al pettine e sono destinati a sciogliersi: in questo caso, Knight e soci hanno lavorato davvero bene, soprattutto grazie ad una sorta di repulisti degli elementi superflui (vedi, l’accanimento monocorde di Sam Neill/Campbell).
Varrà la pena guardare anche la terza stagione?

Voto seconda stagione: cinque e mezzo

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