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Recensione su Paranoia Agent

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Paranoia Agent, ovvero quando Kon non sbaglia anche se cambia il format / 6 settembre 2014 in Paranoia Agent

Dopo aver arricchito il suo palmarès con collaborazioni e lungometraggi (Perfect Blue, Millennium Actress, Tokyo Godfathers), Satoshi Kon decise nel 2004 di affrontare una sfida leggermente diversa dai suoi standard tipici: il regista giapponese scelse infatti di cimentarsi per la prima (e unica) volta nella creazione di una serie televisiva, tralasciando momentaneamente il formato da lui più utilizzato del lungometraggio.
Composta da 13 episodi, da poco più di venti minuti ciascuno, nacque così Paranoia Agent, quarto lavoro girato da Kon dietro il timone di regia. E, si può dire tranquillamente, la sfida si rivelerà pienamente superata alla fine della visione. Perchè anche se cambia il format, Kon, nella sostanza, resta sempre lo stesso (positivamente, si intende).
La serie si pone inizialmente come un thriller poliziesco, con due investigatori alle prese con un particolarissimo aggressore seriale (un ragazzino armato di mazza da baseball con indosso degli insoliti pattini color oro), per poi deviare su uno stile assolutamente surreale, con realtà e sogno che si trovano a interagire spesso e volentieri sullo stesso piano. Una delle caratteristiche più care al regista, e che l’hanno sempre distinto nel suo campo.
Ma Paranoia Agent presenta anche una grande cura sotto il profilo psicologico, dove a beneficiarne è il vasto numero di personaggi che Kon introduce di volta in volta ad ogni episodio.
L’autore non risparmia nemmeno un certo autocitazionismo. Chi ha apprezzato i precedenti lavori del regista, sorriderà nel rivedere il richiamo a lavori come Perfect Blue o Tokyo Godfathers.
Si parla, in conclusione, dell’ennesima prova del valore di un autore originale e visionario. Che, decisamente, ci ha lasciati troppo presto.

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