Amori a New York / 22 Ottobre 2019 in Modern Love

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Prima stagione
Dopo la parentesi di Sing Street, il dublinese John Carney torna a New York, già forte dell’esperienza cinematografica di Tutto può succedere. Libri, magazine, fotografi, cinema e tv ci hanno insegnato che la Grande Mela è il set perfetto per raccontare storie d’amore imprevedibili ma universali. E l’antologia di episodi della prima stagione della serie tv Amazon Modern Love, creata, co-diretta e co-sceneggiata da Carney, non sfugge a questo assunto, fin dalla sigla di testa, newyorkesissima (è un brano originale che sembra un mix tra the best of Billy Joel/la sigla di Friends dei The Rembrandts/Breakfast At Tiffany’s dei Deep Blue Something/e chissà cos’altro, ma sulla canzone aleggia ancora il mistero del titolo e dell’autore!).

Modern Love trae spunto dall’omonima rubrica del The New York Times dedicata alle lettere dei lettori che, dal 2004, raccontano le loro esperienze sentimentali. Prima di diventare una serie televisiva, la rubrica è stata anche un libro e un podcast.
In 8 episodi della durata di circa mezz’ora ciascuno, si dipanano le tragiromantiche storie di personaggi molto diversi, che si conoscono da tempo o che si sono appena incontrati, legati dall’Amore nel senso più ampio del termine.

Nel complesso, Modern Love non aggiunge nulla alla bibliografia sulla rappresentazione della specificità newyorkese ampiamente sviluppata da autori cinematografici come Woody Allen, Nora Ephron o Peter Bogdanovich, per cui N.Y. sembra l’unico luogo in cui certe cose possono accadere in un certo modo.
La serie è gradevole, le storie sono carine (ovviamente, ad alto tasso di melassa, per cui, se non siete dei gran romanticoni come me, fatevene anticipatamente una ragione), gli interpreti in bolla, la descrizione del contesto è adorabile (New York è fotografata in tutto il suo splendore cosmopolita e smart, da Brooklyn Heights a Washington Square) e invita a volare a Manhattan il prima possibile (insomma, è un invidiabile megaspot turistico per la città).
Ovviamente, esagera e, sentimenti a parte (paradossalmente!), tutto quello che ho visto sullo schermo mi è sembrato abbastanza in-credibile e, a tratti, perfino stucchevole.

Nel gruppo dei vari episodi, per me spicca positivamente quello con Anne Hathaway (il terzo, Take Me as I Am, Whoever I Am), perché sfrutta bene gli escamotage tipici del musical e l’estrema espressività dell’attrice protagonista per sottolineare efficacemente i complicatissimi stati d’animo del personaggio principale.

I voti:
1. When the Doorman Is Your Main Man (con Cristin Milioti e Laurentiu Possa): 7
2. When Cupid Is a Prying Journalist (con Catherine Keener, Dev Patel e Andy Garcia): 6
3. Take Me as I Am, Whoever I Am (con Anne Hathaway e, a sorpresa, in 3 camei diversi, Judd Hirsch): 8
4. Rallying to Keep the Game Alive (con Tina Fey e John Slattery): 6 e 1/2
5. At the Hospital, an Interlude of Clarity (con Sofia Boutella e John Gallagher Jr.): 6
6. So He Looked Like Dad. It Was Just Dinner, Right? (con Julia Garner e Shea Wigham): 5 e 1/2
7. Hers Was a World of One (con Olivia Cooke, Andrew Scott, Brandon Kyle Goodman e [SPOILER] Ed Sheeran): 7
8. The Race Grows Sweeter Near Its Final Lap (con Jane Alexander e James Saito): 7 e 1/2

Una nota: gli episodi sono indipendenti e autoconclusivi, per cui possono essere visti nell’ordine che si preferisce. Però, lasciate l’ottavo per ultimo, altrimenti non avrebbe senso, per molti motivi.

Voto prima stagione: 7

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