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Recensione su Mad Men

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Sono il capitano della mia anima / 20 ottobre 2015 in Mad Men

A poche ore dalla visione dell’ultimo episodio dell’ultima stagione di Mad Men, mi sento ancora una volta (televisivamente) orfana.
Don Draper è un altro di quei (pochi) personaggi che mi mancherà tremendamente, da oggi in poi: costituirà un altro termine di paragone quando mi troverò a valutare la buona o cattiva definizione di un personaggio seriale, perché Weiner e soci, con lui, hanno fatto un lavoro di complicato cesello difficilmente eguagliabile.
La sua epopea è stata una delle più curiose che abbia mai visto finora, perché è corsa parallela ad un decennio di cambiamenti di costume e sociali fondamentali non solo per gli Stati Uniti: le soap opera fondamentalmente fedifraghe che sottendono la sua storia sono poco più di un pretesto per fornire ripetuti punti di vista su un contesto in sconvolgente evoluzione di cui vengono illustrati, con intensa eleganza formale ed un’attenzione al dettaglio di colore al limite della monomania, tutti i passaggi fondamentali, dall’emancipazione femminile in ambito famigliare e lavorativo, alla conquista del mercato internazionale da parte di specifiche lobby, fino all’antimilitarismo.
Mad Men è una serie che si basa su continue contraddizioni e chiaroscuri: nessun personaggio in gioco è mai, dico mai, pienamente positivo o negativo. Nella loro irrealtà, tutti sono estremamente umani, e quindi fallaci, discutibili, imperfetti, amorali. Come chiunque, a conti fatti.
Benché non ritenga che l’ultima sia nel complesso la migliore tra le sette stagioni, mi rendo conto che, con il suo finale estremamente aperto, sia profondamente coerente con la filosofia di fondo che la sottende: ognuno è l’artefice del proprio destino, costi quel che costi.

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