Recensione su La regina degli scacchi

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Anche io / 8 Giugno 2021 in La regina degli scacchi

Beth Harmon è un’orfana cresciuta con una incredibile passione per gli scacchi. Passione segreta scoperta nel seminterrato dell’orfanatrofio e perseguita durante la notte, nella sua testa. E’ un gioco duro, una professione maschile, cervellotica, e di concentrazione. Beth ha l’intuito e il talento, e spacca di brutto. Beth due madri. Una inefficiente, incapace di provvedere a lei, e l’altra funzionale e affettuosa, che assume il suo ruolo a braccia aperte, ma vittima della propria umanità. I padri di Beth invece sono più che altro creature estremamente piccole. Le altre ragazze possono essere crudeli, nel caso di Margaret, che le sbatte in faccia sicurezza e poi maternità, lasciando trapelare la propria invidia in seguito. Alcune sono gentili, solidali, come la prima avversaria, che in un scena che richiama Carrie di Stephen King, invece di denigrarla le porge un aiuto non indifferente. E poi c’è la critica all’individualismo americano, contrapposto al cameratismo russo. L’avversario più temibile, Borgov, è un muro, non dice una parola, ma fa tremare l’aria attorno a sè, ( e quanto lo vorrei come prossimo cattivo di James Bond). La scacchiera in ogni caso è una maschera per parlare d’altro. Beth sta a braccia conserte e sguardo obliquo, mentre mette sotto scacco l’avversario. Un suo avversario nello scoprire che è al primo turno contro di lei è impreca, la teme. Beth è pericolosa e tenace, estremamente competitiva. Ma alla base di tutto ciò c’è una passione per il gioco, per gli scacchi che le rubano l’anima, percepibile da fremito del suo passo, mentre sale i gradini che la separano dalla rivista che ha rubato sugli schemi di gioco.
Gli uomini con cui stringe rapporti affettivi vogliono sempre insegnarle qualcosa, con fare paternale (si può parlare di mansplaning?), e questo fa sì che le relazioni siano fallimentari. Netflix ultimamente sta tentanto, più o meno bene, con altre serie, di mostrare abusi sulle donne (nel caso di Tredici) o la strada dell’emancipazione sessuale (con Sex Education) con le sue serie più pop, seguendo l’ondata politica del Mee Too.
Tuttavia con The Queen’s Gambit ha centrato un discorso molto più profondo. Il discorso è : temeteci, perché stiamo arrivando. Non c’è più vittima, non c’è più nemmeno la donna che ama essere desiderata, la donna è cervello, può farti paura, può non avere niente da imparare da te, perché potrebbe tranquillamente essere te. Mee Too ha un altro significato, non vuol dire solo “potrei essere anche io” oppure “mi aggiungo a questa protesta anche io” ma è “questa competizione, la posso vincere anche io”.

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