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Recensione su Il Trono di Spade

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Dalla carta allo schermo / 15 maggio 2014 in Il Trono di Spade

Premessa: io AMO la saga del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin. Non ho mai letto nulla di così coinvolgente; ve lo dico con enorme naturalezza, da lettore seriale accanito (ora un po’ meno, ma va beh) questa Saga è strepitosa, io ci ho perso le notti avidamente incollato alle sue pagine. Martin sa costruire una trama con intrecci degni di una vite secolare, dove tutto ha un senso, tutto torna, non si risparmiano colpi di scena nè feroci brusche eliminazioni di personaggi importanti.
Premesso questo, cosa potrebbe dire uno come me davanti alla realizzazione cinematografica (eh sì, perchè ormai le serie-tv sono cinema a tutti gli effetti) della sua saga preferita?
Orbene, quando partì questa serie della HBO il mio sopracciglio partiva ovviamente alzatissimo, inarcato come la schiena di un gatto selvatico. Sì certo c’era Martin a vigilare sul casting, sulla sceneggiatura, onnipresente sui vari set delle riprese (a discapito della continuazione della saga cartacea, je possino…), a consultare i vari registi o perfino seduto lui medesimo alla sedia di regia per qualche episodio. Ma onestamente, per quanto una produzione possa fare capriole in salita e salti mortali, nulla potrà mai pareggiare l’effetto di un libro. Perchè? Semplice. Perchè con il libro galoppa la MIA fantasia, e sono io a disegnare il profilo di Ned Stark, la faccia bruciacchiata del Mastino o i dolci lineamenti della perfida Cersei. Delegare ad altri, insomma, non è mai del tutto appagante.
Fu così che alla prima stagione, mentre in contemporanea stavo leggendo l’ultima faticosa fatica dell’affaticato Martin, A Dance with Dragons, mi fermai all’episodio 4 e lasciai lì dicendo: “Sì, ok, fatto bene, ma vuoi mettere la saga?!”.
Anni dopo, quando ormai la fame di aspettare cosa sarebbe successo a Sansa, Arya, Jon e gli altri (pochi) sopravvissuti si è ormai ridotta al lumicino, complice la letargia scrittoria del buon vecchio zio Martin, mi sono deciso a ridare una seconda chance alla serie-TV.
C’è da dirlo? Me la sono bevuta avidamente tutta, dalla prima all’ultima puntata (siamo in corso 4a stagione, e ci stiamo “pericolosamente” appaiando alla story-line scritta; cosa farà Martin? Boh…). Il mondo creato da questo panzone barbuto è strepitoso, e tutto è stato reso effettivamente molto, molto bene.
Deposti i pregiudizi da fan cartaceo, non si può dire che questa serie non riesca nell’intento di catturare lo spettatore. Gli ingredienti principali ovviamente sono il sangue e il sesso, ma la ramificazione efficacissima della trama è un altro elemento davvero intrigante.
I personaggi sono davvero tanti, ma voglio dire qui quali sono stati resi bene e quali sarebbero potuti essere migliori.
Could be best? Jaime Lannister. Quella faccia appuntita con pettinatura anni novanta non è un granchè. Nei romanzi mi sembrava una personalità più complessa. E poi mi hanno stravolto il bastardissimo Vargo Hoat, diventato Locke, questo è stato un colpo basso. Poi c’è Jon Snow che recita maluccio, diciamocelo.
I migliori: senza dubbio il Folletto. Immenso Peter Dinklage, ha reso perfettamente il personaggio. Tutti gli Stark sono perfettamente loro, Cersei e Tywin Lannister magnifici. Straordinario il Mastino. Il dolce volto di Emily Clarke ormai ha incarnato nel mio immaginario Daenerys Targaryen.
Una piccola nota: la battaglia di Acque Nere non potrà mai essere resa come l’ha fatto Martin. Se vi è piaciuta – a ragione – quella resa sullo schermo, vi assicuro che il modo in cui è stata scritta rasenta livelli epici astrali.

-edit-
calato il voto da 9 a 8 dopo aver considerato la progressiva involuzione della serie: la quinta stagione è quasi una schifezza.

1 commento

  1. inchiostro nero / 17 maggio 2014

    Le trasposizioni ( cinematografiche o meno ) hanno proprio questo limite, quello di non lasciare alla mente, per ovvi motivi, il compito di delineare gli aspetti e le caratteristiche di ogni personaggio, in quanto già prefigurati e dotati di una propria identità. Questa può, come nel caso di Dinklage, avvicinarsi a quella descritta nel libro, ma, come hai ben esposto, non galopperà al ritmo della tua fantasia, e quindi il lettore dovrà, rispetto al semplice fruitore della serie, scindere lo stile immaginifico da quello invece rappresentato.

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