Recensione su Il prigioniero

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17 maggio 2015

Una serie televisiva di culto, che mostra però qualche serio difetto. Il problema principale è nella sceneggiatura dei vari episodi, spesso affrettata (come nel caso dell’episodio peggiore, “Il complotto”, costellato di incongruenze), e nella tenuità di alcune storie, come per esempio “Fuga dalla morte”; al gusto un po’ più educato di oggi l’intera serie appare spesso francamente troppo ingenua (l’episodio migliore per me è “Ritorno a casa”). Un altro problema è la scarsa coerenza dell’insieme, con attori che interpretano parti diverse in diversi episodi (come il bravo Alexis Kanner, che purtroppo non ha avuto in seguito la fortuna che meritava) e qualche contraddizione di troppo tra un episodio e l’altro; manca un minimo di sviluppo della vicenda, a parte ovviamente che nell’episodio iniziale e nei due conclusivi. Un difetto mortale si trova proprio nel finale, non tanto per le ennesime incongruenze (con la localizzazione del Villaggio che contraddice totalmente ciò che sapevamo da un episodio precedente) o per la natura simbolica del Numero Uno (e di un simbolismo un po’ scontato, per giunta), che tanto fece arrabbiare gli spettatori dell’epoca, quanto per la struttura farsesca dell’episodio che avrebbe dovuto essere il più importante, in cui discorsi e azioni non significano per lo più assolutamente nulla (a quanto pare la sceneggiatura fu scritta in fretta e furia all’ultimo minuto). Dopo quello di Lost, si tratta probabilmente del finale di serie più deludente nella storia della televisione.

Detto questo, rimane però vero che la serie continua a esercitare malgrado tutto un fascino innegabile (fascino totalmente assente dall’inutile remake americano del 2009). A che si deve? Innanzi tutto all’ambientazione nel villaggio gallese di Portmeirion, con le sue affascinanti architetture pseudomediterranee, che è in un certo senso il coprotagonista della serie. Poi a tante piccole trovate, come il Rover, che insegue i fuggitivi, o l’abbigliamento stravagante degli abitanti del villaggio, o il saluto “Be seeing you” (tradotto con “Ossequi” nel secondo doppiaggio italiano, preferibile al doppiaggio originale) accompagnato da un gesto curioso. Particolari che costruiscono la realtà alternativa del villaggio e la rendono a suo modo credibile. Ancora da lodare le sigle iniziali e finali, visivamente felici e accompagnate da un tema musicale azzeccatissimo (e che tende a rimanere appiccicato in mente, attenzione!). Infine la recitazione, quasi sempre di ottimo livello, a partire da quella di Patrick McGoohan (protagonista e ideatore della serie), piacevolmente sopra le righe, con una sua teatralità scattosa un po’ surreale.
Concludo con le immagini di due attori che credo mi rimarranno impresse per un po’. Una è quella del bel volto di Annette Andre, che incarna la tipica bellezza britannica di quegli anni, e che interpreta uno dei pochissimi personaggi femminili positivi del Prigioniero: pare che McGoohan avesse qualche problema di misoginia, visto che quasi tutte le donne della serie si rivelano infine traditrici (in compenso, la povera Andre fu duramente maltrattata dall’attore, e ricorda ancor oggi le riprese come un incubo). L’altro volto è quello intenso di Angelo Muscat, che interpreta il cameriere, l’unico personaggio, oltre a McGoohan, presente in quasi tutti gli episodi. In seguito Muscat ebbe problemi a trovare parti, a causa della bassa statura; è morto indigente a soli 47 anni, nel 1977.

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