Recensione su House of Cards

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serie tvHouse of Cards
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. / 8 Gennaio 2019 in House of Cards

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il confronto con l’omonimo (e ben realizzato) prodotto originale made-in-UK dei primi anni ’90 è impossibile, oltre che inutile; totalmente differenti i contesti storici, geografici, culturali e politici, quindi sorvolerò del tutto su questo punto.
Le prime due stagioni scorrono via che è un piacere, molto efficaci e ben strutturate, mai noiose, ci raccontano l’ascesa del discutibile Underwood da anonimo parlamentare a POTUS. Gli intrighi, i magheggi, i ricatti, i crimini, per quanto forzati in fin dei conti sono tutti funzionali alla trama e come spettatori si è disposti ad accettarli come “non implausibili”.
Voto: 7.5

I problemi iniziano con le successive stagioni (3-4-5-). Caduta libera. La trama si avvita su sé stessa con troppi filoni secondari fini a sé stessi, l’immersione nelle dinamiche di coppia Frank-Claire è eccessivamente enfatizzata fino a divenire il cardine attorno a cui tutto gira, e la massiccia dose di propaganda american way annacqua e ammanta imperdonabilmente di stars&stripes perfino un personaggio amorale e cinico come Underwood, con i buoni tutti da una parte e i cattivi dall’altra quando si parla di politica estera e dinamiche geopolitiche (I russi sono ovviamente i cattivoni del pianeta col pallino eterno del dominio globale e dell’oppressione, presidente russo in testa, come viene brutalmente espresso in S6 dalla lobbista Jane Davis che, con la bava alla bocca, definisce Petrov/Putin grossomodo “un comunista in abiti costosi”), ma un Underwood interessato alla pace nel mondo senza secondi fini, in opposizione banalizzata con gli egoismi esteri e la fame di dominio dei “tiranni” di turno non è credibile per niente se non in funzione di un messaggio agli spettatori: il peggiore dei nostri è sempre meglio dei migliore dei loro.
A tutto questo aggiungiamo l’inverosimile quantità di scandali, inchieste e ombre a cui nella realtà effettiva nessun personaggio politico d’oltreoceano saprebbe sopravvivere, tantomeno un VP o, addirittura, un POTUS. Una cascata esagerata si abbatte a ritmo serrato sulla first couple e sui cortigiani (corruzioni, riciclaggio, collusioni con potenze straniere, lobbismo occulto, servizi segreti deviati, falsi attentati per giustificare provvedimenti d’emergenza, addirittura si arriva a manomettere in modo sfacciato le elezioni presidenziali – il sogno/incubo di Michael Moore, insomma – senza colpo ferire, con tutto il paese e il mondo lì a prendere per buono il caos istituzionale e geopolitico scatenato da Frank&co. sin dalla sua ascesa), cadono teste di poco conto, ma tutto sommato i due Underwood se la cavano con pochi graffi agli occhi dell’opinione pubblica…fino al redde rationem finale, come prevede il copione. Perchè se è vero che tutti i nodi vengono al pettine, prima o poi, è ancor più vero che i castelli di carte più sono alti e più è facile buttarli giù anche solo con un soffio. Non ci sarebbe nulla di male in tutto ciò, se non fosse che in modo del tutto OOC è lo stesso Underwood ad autosabotarsi. Inaccettabile. E il “colpo di scena” finale, chiamiamolo così, non si può dire del tutto inaspettato per lo spettatore.
Voto: 5

E giungiamo all’atto finale della sesta e ultima stagione. L’assenza di Kevin Spacey si fa sentire pesantemente, non tanto per l’interprete in sé quanto per il personaggio di Frank Underwood senza il quale il “castello di carte” si ritrova privo del più illustre inquilino. Una S6 nata male già in partenza, nata morta e messa alla luce solo per via del denaro già speso da network e produttori per incardinarla. Gli innesti da epoca mee too (come i flashback dell’infanzia/giovinezza di Claire) si fanno logicamente sentire come previsto, si punta ad enfatizzare l’opposizione a Claire più per il suo essere donna che per il suo passato (e presente) discutibile – sebbene la stessa Claire, vediamo, non esiti a strumentalizzare questa sorta di neofemminismo varando un gabinetto tutto “rosa” solo per mettersi preventivamente al riparo dagli attacchi – ma la sua mutazione in mastermind, per quanto non del tutto inverosimile, risulta forzata e fuori luogo, così come il volerla far passare come vittima di Frank. La politica esce fuori dalla narrazione, tutto s trasforma in una tragedia psicologica, e la Claire asserragliata alla Casa Bianca è un po’ la metafora di una trama chiusa in sé stessa senza alcuno sbocco.
Il finale con cliffhanger, poi, dà il colpo di grazia ad un prodotto divenuto già scadente da sé; trovo sia una grande ed imperdonabile scorrettezza non dare al pubblico un finale vero ad un serial già annunciato come concluso.
Voto: 3

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