Recensione su Dexter

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Goodbye, Dark Passenger / 27 Dicembre 2013 in Dexter

Fine. Cala così il sipario, dopo otto lunghi anni, su una delle serie di punta della rete televisiva Showtime.
Si sa, quando termina una serie dotata di una certa longevità, viene quasi spontaneo avvertire un forte senso di distacco, vuoi per la perdita di quella routine composta dall’attesa dell’episodio successivo, visione dello stesso e personale analisi, vuoi per il semplice affetto maturato nei confronti di quei personaggi, quelle situazioni, quelle atmosfere e quelle ambientazioni che ci hanno fatto compagnia per gran parte del nostro tempo libero.
Ma con Dexter purtroppo, questa reazione non è scattata. O almeno, non del tutto. Alla fine della visione di questi 96 lunghissimi episodi, ciò che mi sono ritrovato a stringere tra le mani è qualcosa a metà tra la nostalgia e la rabbia, risultando appagante sotto il punto di vista del serial televisivo soltanto in una piccolissima quantità.
Partiamo dalla base. Dexter è il titolo della serie. Ed è tale perché le otto stagioni che la compongono si occupano di descrivere il più importante spaccato di vita di questo personaggio. Ma la visione del titolo io la vedo in realtà sotto un altro punto di vista: Dexter, inteso come personaggio, è il vero fiore all’occhiello dell’intera opera, la cima dorata di una piramide costruita prevalentemente con fredda pietra. Più avanti mi spiegherò meglio. Andiamo per ordine.
Non giriamoci attorno: l’idea di un ematologo della polizia che condivide un lato oscuro che lo porta ad essere uno spietato ed implacabile serial killer non solo si è rivelata azzeccata, ma ha anche dato la conferma che le tendenze degli ultimi anni volgano indiscutibilmente a favore di quei personaggi caratterizzati da una forte vena anti-eroica, di come il concetto di male e di giustizia personale, quella giustizia che si innalza sopra la legge e sopra gli altri uomini, riescano a sedurre abilmente lo spettatore con il suo fascino. Aggiungeteci l’utilizzo della narrazione in prima persona, affidata quindi al punto di vista dell’io più profondo ed enigmatico del protagonista. Il risultato è piacevolmente positivo. Grazie ad un’ottima interpretazione da parte di Michael C. Hall, nasce quindi la versione televisiva di Dexter, ispirata ai romanzi di Jeff Lindsay. Incredibilmente razionale e calcolatore, un aspetto che non solo gli permette di gestire abilmente la duplicità della sua persona, ma gli permette anche di improvvisare nelle situazioni più imprevedibili e pericolose. Non sono tanto le lame e le varie armi utilizzate per mietere le sue vittime gli attrezzi più temibili, quanto la scrupolosità delle sue azioni e la sua abilità nell’arte dell’inganno. Caratteristiche che garantiranno quasi sempre allo spettatore una discreta attenzione da rivolgere verso l’esperto forense della polizia scientifica di Miami e la sua spietata controparte omicida, denominata dallo stesso Dexter il suo “Oscuro Passeggero”.
Il lato introspettivo di questo controverso protagonista si evolverà (o regredirà) nel corso della serie verso tutte le direzioni possibili e immaginabili: la consapevolezza di essere un mostro, la rassegnazione al non poter rinunciare alla sua parte oscura, la speranza di una salvezza, la ricerca della redenzione. Il tutto a volte risultando coinvolgente ed interessante, a volte banale e in parte contraddittorio con la personalità del personaggio.
Ora passiamo a quella fredda pietra di cui vi parlavo: gli altri personaggi. Se Dexter (personaggio) può vantare una caratterizzazione globale valida e di grande spessore, non si può dire purtroppo lo stesso per coloro che gli stanno intorno durante le sue vicissitudini. Il numeroso cast è infatti relegato a sottotrame più vicine al genere della soap opera che al dramma vero e proprio, con personaggi in grado di cambiare il proprio orientamento amoroso più facilmente di un calciatore che si diletta nel palleggio di un pallone dopo anni di allenamento. I personaggi escono quindi spogliati della loro utilità nella storia, salvo rientrare di tanto in tanto per puro capriccio degli autori o a seconda delle convenzioni richieste dalla sceneggiatura.
La sceneggiatura, appunto, riesce ad essere contemporaneamente nel corso della serie punta di diamante e nota dolente. Tralasciando la scarsa originalità dello schema narrativo di base (in ogni stagione, la molla scatenante degli eventi è una donna o un serial killer o tutte e due), alle bellezze della prima coinvolgente stagione, all’imprevedibile seconda e all’intensissima quarta (che a mio parere vanta il miglior finale di stagione della serie) si contrappongono la mediocrità e la banalità di stagioni come la sesta, la settima e l’ultima.
Una menzione particolare per il comparto tecnico: le composizioni di Daniel Licht sono di ottimo livello, e la Blood Theme utilizzata anche come sigla di chiusura è di egregia fattura. La sigla di apertura, la “Morning Routine” del protagonista è un miscuglio armonico e perfetto di musica ed inquadrature.
Per concludere, Dexter (serie) lascia nello spettatore un po’ di rammarico. Questo perché getta delle basi che sembravano poterla introdurre nel grande panorama dei capolavori seriali televisivi internazionali, ma che l’eccessiva lunghezza e la superficiale gestione del suo potenziale hanno finito per limitarne il raggiungimento di questo traguardo. Al massimo, questa serie può dire di essersi avvicinata a questo obiettivo in alcuni momenti della sua vita, ma ha finito poi per allontanarvisi lentamente.
Rimarranno nella memoria del consumatore di serie TV americane poche cose, come ad esempio il personaggio.
Rimarrà Dexter come personaggio, ma non Dexter come serie TV.
Rimarrà il rammarico purtroppo di non conservarli nella memoria entrambi.

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