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Recensione su Cowboy Bebop

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Vivido squarcio di esistenza in bilico perenne fra pragmatismo e utopia. / 24 luglio 2015 in Cowboy Bebop

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Non vi è alcun bisogno di scomodare la critica per poter definire Cowboy Bebop come una delle migliori opere di animazione giapponese di sempre. Questo lo si può evincere sin dalle prime scene, attraverso le quali lo spettatore è proiettato in una sorta di futuro fantascientifico, dove le atmosfere Hard boiled e i richiami di una certa ambientazione Jazz fungono da sfondo ad una storia e ad un intreccio di personaggi dall’anima tipicamente Blues.
Tutti questi riferimenti a generi letterari e musicali sono dovuti, in quanto l’opera di Watanabe è un coacervo di tali influenze, pur conservando una sua peculiare identità. Come quella dei suoi caratteristi, la cui psicologia è curata nei massimi dettagli, a tal punto da delinearne le sfumature.
Dal punto di vista della storia, Cowboy Bebop segue una trama verticale, dove la maggior parte degli episodi si figurano come autoconclusivi, e per quanto paradossale possa sembrare, tale scelta risulta anche quella più consona, in quanto fornisce uno spaccato di vita quotidiana atto a far comprendere agli spettatori la natura dei diversi personaggi. Difatti è in questi che si cela la chiave di lettura dell’intera serie. La sua drammatica e spietata bellezza.
E così abbiamo Spike Spiegel: apatico, taciturno, e tristemente ancorato al suo passato. Un cowboy spaziale che si cimenta in ardue imprese solo per provare l’ebbrezza di essere vivo. Jet Black: ex poliziotto, figura ”quasi” paterna del gruppo. Pragmatico, realista, cela dietro il suo aspetto burbero un’indole pacifica e tollerante. Con questa amara visione del mondo si entra in contatto con la serie, con i due caratteristi che si guadagnano la giornata lavorando come cacciatori di taglie, sfamando così la loro coscienza con il pane della sopravvivenza.
A rompere tale equilibrio vi è l’entrata in scena di vari personaggi, tra cui un cane Welsh Corgi Pembroke geneticamente alterato ed incredibilmente intelligente, di nome Ein ; una donna affascinante, dedita alle scommesse e al gioco d’azzardo, Faye Valentine, che cela anch’essa un passato e una psicologia più complessa, ed Ed, ragazzina hacker, geniale quanto stramba. Sono proprio le due ragazze ( anche coadiuvate dall’affabile cagnolino) a far risaltare la speranza e la sete di futuro, in un contesto dove vigeva solo malinconia e cementificazione del passato. Tutto questo però non basta, soprattutto ad un personaggio come Spike, che sin dall’inizio mostra una totale coerenza con il suo modo di vedere le cose, anche rapportandole ad eventi e a situazioni impreviste. Una coerenza che sperimenta anche nell’ultimo episodio, dove intraprende un percorso già segnato dalla sua indole. Episodio ricco di citazioni, sulle quali spicca quella di Hemingway , e di allegorie, come quella dell’ultima cena con Jet. Ma la migliore scena rimane quella del dialogo finale fra l’apatico cowboy e Faye Valentine, che assume il classico sapore del confronto. In quei pochi minuti si raggiunge la perfezione, perché in essa si può riscontrare il paradigma passato presente. Faye è quella che ne esce vincitrice, in quanto anch’essa legata a memorie perse, ma attraverso le quali raggiungere un presente, e soprattutto una casa dove rifugiarsi. Spike è forse il vero antieroe per eccellenza, e ciò rende la sua figura unica ed intramontabile. Per questo fa storcere il naso l’approssimazione legata agli eventi narranti il suo passato. Difatti, Cowboy Bebop non eccelle dal punto di vista della sceneggiatura; ma forse è proprio questa imperfezione a rendere l’anime una pietra miliare nel suo genere. Da essa si può ricavare una profonda e concreta analisi della vita, nelle sue più arcane sfaccettature.

2 commenti

  1. Francesco / 24 luglio 2015

    @inchiostro nero Bella recensione. Se non hai già provveduto, ti consiglio di recuperare anche Samurai Champloo, sempre di Watanabe 😉

  2. inchiostro nero / 24 luglio 2015

    @Francesco_Macaluso Grazie mille. Per quanto riguarda Samurai Champloo ho già provveduto da tempo. Difatti è stata la prima opera di Watanabe che abbia avuto il piacere di ammirare.

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