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Recensione su Belfagor ovvero Il fantasma del Louvre

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8 marzo 2017

Era il 1965 e i ritmi erano molto diversi. Pathos, inseguimenti e tentativi di fuga che duravano anche decine di minuti, personaggi che saltavano fuori dal nulla e solo per fornire qualche dialogo “familiare” in più. Di certo nulla al cardiopalmo, come accade oggi.
Sono solo a metà del romanzo di Bernède e non so se, oltre ai nomi di un paio di personaggi e il terreno di caccia del fantasma, troverò altre somiglianze. Per ora solo Andrea (era il periodo delle italianizzazione dei nomi di battesimo) Bellegarde, Colette (che cambia cognome al cambiare dell’identità del capo ispettore) e il fantasma Belfagor mantengono la stessa (quasi) identità.
Buona parte della storia sono le fisime romantiche dei personaggi e il tira e molla nel classico triangolo, tra Andrea, Colette e la misteriosa Luciana.
La parte misteriosa avrebbe, da sola, occupato mezzo episodio. Diluita nel classico feuilleton riesce a durarne quattro… e ad essere rivelata appieno solo nel drammatico finale.
Già negli anni ’60, per inserire un tocco esoterico, si tiravano fuori i RosaCroce e Paracelso, con quel tocco di finto egizio che non stona mai. In realtà di cupo e inquietante ci sono solo alcune ambientazioni e quel qualcosa di misterioso che tanto piace ancora oggi.
Non si può definire datato, ormai ha raggiunto quel tocco vintage che, a volte, si tenta di ricreare senza successo.
Merita di essere recuperato, assieme ad altri sceneggiati di quegli anni, per comprendere di quanto siamo caduti in basso neglu ultimi decenni.

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