The End of the F***ing World / 20177.247 voti

Senza pelle / 9 gennaio 2018 in The End of the F***ing World

Prima stagione
Dietro una facciata caustica e ironica, The End of the F***ing World nasconde drammi grandi e profondi.
L’effetto complessivo è straniante e il risultato è un ottimo dramedy nero on the road.

I due giovani protagonisti sono un compendio di disadattamento e psicolabilità, che, se da una parte li rende potenzialmente stereotipati, dall’altro ne esalta in maniera estremamente originale la fragilità e la sensibilità, come se essi fossero creature senza pelle, esposte a qualsiasi agente fisico e psicologico esterno, con il cuore e i sentimenti ben visibili, a dispetto dei loro atteggiamenti alienati e affatto concilianti.
Dopotutto, in un mondo terribile come quello in cui si muovono, popolato da maniaci, pedofili, bugiardi e indifferenti, che altro potrebbero fare, se non mordere e cercare scampo?
La gentilezza e la speranza sembrano sconosciute a questo contesto, eppure, all’improvviso, alla fine di questo mondo schifoso da cui desiderano evadere, brilla sempre qualcosa: una persona gentile, un genitore sinceramente preoccupato, un tutore dell’ordine cortese. Tanto basta, però, per smettere di sentirsi male?

L’annoso contrasto fra pensiero e parola, esacerbato soprattutto dal personaggio di Alyssa, per cui si dice o si fa l’opposto di ciò che si pensa e si è più duri e spigolosi di quanto si vorrebbe, è uno degli elementi più sinceri e dolorosi della messinscena.

La confezione è molto buona, la sceneggiatura fila benissimo e fotografia e montaggio sono estremamente efficaci.
In particolare, mi ha stupito la capacità di rendere praticamente irriconoscibile (a uno spettatore poco pratico dei luoghi come me, s’intende) il Kent: se non avessi notato la guida a destra e le targhe gialle degli autoveicoli, non avrei mai creduto che la storia si stesse svolgendo in Gran Bretagna e non negli Stati Uniti. In questo senso, anche la (bella) colonna sonora, curata da Graham Coxon dei Blur e dominata da brani indie, country e rockabilly, depista (felicemente).

Decisamente bravi i giovani attori, che mi era capitato di vedere in altre due serie tv: Jessica Barden in Penny Dreadful e Alex Lawther nel noto episodio Shut Up and Dance della terza stagione di Black Mirror.

Non (mi) è chiaro se ci sarà una seconda stagione. Intanto, questa -tratta da un graphic novel di Charles S. Forsman e composta da soli 8 episodi della durata di circa 20 minuti ciascuno- si guarda tutta d’un fiato e, alla fine, si resta impigliati nella grande disperazione degli innocenti protagonisti, davvero difficili da dimenticare.

Voto prima stagione: 8

9 commenti

  1. Federico66 / 9 gennaio 2018

    Caspita, dopo la tua recensione, non mi resta che guardarla 🙂

  2. Manuela / 10 gennaio 2018

    Io credevo che fosse terminata, ma a quanto pare potrebbe esserci una possibile seconda stagione! 🙂

    • Stefania / 10 gennaio 2018

      @manuelastacca: sì, infatti 🙂 Pare che, dopo il successo su Channel 4, stiano aspettando i risultati internazionali di Netflix per decidere. Ti dirò: a me andrebbe benissimo così. Il finale semiaperto non mi dispiace. Secondo me, è perfettamente in linea e coerente con quanto raccontato 🙂

      • Manuela / 10 gennaio 2018

        In effetti anche io sono combattuta. Quando una serie tv è così bella e ti porta ad affezionarti subito ai personaggi, da una parte vorresti che proseguisse, dall’altra invece hai sempre paura per un possibile seguito… E come hai detto tu, giustamente, il finale è semiaperto, ma fa intendere una precisa conclusione, che è perfetta per la storia narrata. Che dilemma!! 😀

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