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Humans / 20156.88 voti

Se io muoio vuol dire che ho vissuto / 25 agosto 2017 in Humans

Prima stagione
Qualcuno l’ha definita fantascienza vintage, e forse ha ragione, la storia di base non è sicuramente originale, gli androidi (synth) e la coscienza.
Dentro Humans ci sono Blade runner, L’uomo bicentenario, per citarne alcuni, anche se inizialmente mi ha ricordato molto Io e Caterina 🙂
Secondo me, però, la serie va un po’ oltre è affronta la questione, almeno nella prima stagione, più sul rapporto tra i synth e la famiglia.
Molto interessante il rapporto che si instaura tra gli umani della famiglia Hawkins e il synth domestico (femmina): la bambina la vede come una tata, e come spesso accade, la preferisce alla mamma; il quasi adolescente maschio, ha una cotta per lei e ne fa oggetto dei sui sogni erotici; la ragazza, provetta hacker, è molto interessata al suo “malfunzionamento”; la mamma, che non la voleva, la vede come una usurpatrice del suo ruolo, però, assieme alla figlia, è l’unica che si accorge della sua diversità; ed infine il papà, che ingenuamente, la vede per quello che è, una domestica al loro servizio.
Interessante anche il punto di vista dei synth senzienti, che non sono del tutto convinti che il loro essere senzienti sia positivo per la società “umana”.
Naturalmente la trama è più intricata, ci sono anche il solito cattivo di turno e il poliziotto che vuole capire, ma l’atmosfera che si respira, ricorda molto Black Mirror di “Torna da me”, cioè l’atmosfera inglese.
La trama è ben elaborata, senza grandi colpi di scena, senza troppi tecnicismi, scorre tranquilla e riesce a mantenere viva l’attenzione, o almeno così è stato per me.
Per quanto riguarda il cast, nulla da eccepire, molto brava Katherine Parkinson (The It Crowd), Colin Morgan (Merlino), e naturalmente William Hurt.
Da sottolineare che tutti i synth sono attori e sono bravissimi, in particolare Gemma Chan (Mia/Anita), che riesce benissimo ad impersonare e differenziare l’androide “normale” da quello senziente, e Will Tudor, che riesce ad essere anche divertente (Odi).

Seconda stagione
La seconda stagione punta più sul rapporto tra i synth e la società, ma non solo. Il concetto ricorrente è sempre lo stesso, cosa significa essere “umano”. Quei synth diventati senzienti, separatamente cercano il significato dell’essere “umano”, la difficoltà di esserlo. Provare sentimenti, spesso contrastanti, non è facile.
La stagione parte un po’ a rilento, gli androidi sono separati e quindi troviamo varie sotto trame, ma poi quando i synth si riunisco la storia torna ad avere una carica emotiva forte (stiamo parlando di androidi), con alcune scene drammaticamente raffinate e sensibili.
Questa seconda stagione, “prende” un po meno della prima, ma il cliffhanger finale apre prospettive interessanti… o almeno lo spero 🙂

3 commenti

  1. Stefania / 13 novembre 2017

    Ho iniziato questa serie pochi giorni fa, sono arrivata al terzo episodio della prima stagione, e, a fronte di un tema molto intrigante, ti confesso che non mi acchiappa granché. Parlandone con il mio compagno di divano, credo che un po’ dipenda dalla qualità della messinscena: temo che l’alta qualità tecnica e una certa peculiarità estetica di prodotti simili (penso a Black Mirror, a Utopia o a Sense 8) mi abbia compromessa 😀 Non so se continuerò a vederla. La tua recensione mi incuriosisce, però…

    • Federico66 / 13 novembre 2017

      Hai ragione, non è una scheggia, anche i dialoghi sono “molto inglesi” :-), e qualitativamente non si avvicina ai prodotti che hai portato ad esempio, ma allo stesso tempo il tema trattato è interessante, anche perché a porsi le domande sono gli stessi androidi.
      Se decidi di terminare la prima stagione, sono solo otto episodi (due serate :-)), sarò felice di leggere le tue impressioni.

      • Stefania / 13 novembre 2017

        Due serate? Per le serie tv, io non ho un’autonomia superiore ai 60 minuti, in genere 😀 Ho impiegato due sere per vedere (a fatica) tre episodi 😀 A parte le mie fisime, non credo sia il ritmo o la sua britishness a mettermi in difficoltà, diciamo. Temo sia più qualcosa legato alla “bellezza” della messinscena. Se arriverò alla fine, certo che ti scoccerò di nuovo 🙂

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