“Rancho Notorious”, la ballata western di Fritz Lang.

Appuntamento televisivo imperdibile con il film che chiude la trilogia western di Fritz Lang. Vendetta, giustizia, passione ed una Marlene Dietrich da antologia.

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Ho sempre pensato che uno dei pregi di Rete 4 sia la programmazione cinematografica pomeridiana che, dacché ne ho memoria, si contraddistingue per la messa in onda di classici di tutto rispetto, difficilmente proponibili su altre emittenti, in altre fasce orarie.
Ed oggi (3 giugno) il canale Mediaset non si smentisce, proponendo, alle 17, RANCHO NOTORIOUS (1952), pellicola che conclude la trilogia western di Fritz Lang.

Uno dei massimi rappresentanti del cinema espressionista tedesco, tra i padri della cinematografia europea del Novecento, trasferitosi ad Hollywood nel 1934 dopo essere fuggito da una Germania in cui il regime nazista era appena asceso al potere, accetta con entusiasmo di girare alcuni film di genere commisionatigli espressamente dalle diverse case di produzione statunitensi con cui decide di lavorare.
In particolare, realizza due titoli ambientati ai tempi della Frontiera per il produttore Darryl Francis Zanuck: si tratta de IL VENDICATORE DI JESS IL BANDITO (1940), primo film a colori di Lang, vagamente ispirato alle vicende del fuorilegge Jesse James, e di FRED IL RIBELLE (1941), in cui un fuorilegge tenta inutilmente di cambiare vita.

All’inizio degli anni Cinquanta, Lang decide di realizzare un ultimo western e gira Rancho Notorious, un mélo ispirato al racconto Gunsight Whitman di Silvia Richards, co-sceneggiatrice insieme a Daniel Tardash.
Il film racconta di un uomo, Vern Haskell (Arthur Kennedy), mite cowboy prossimo al matrimonio. Durante una rapina, la sua fidanzata viene stuprata ed uccisa: accecato dall’odio, Vern si mette sulle tracce degli assassini e, seguendo una flebile traccia, giunge al Mulino d’Oro, un ranch gestito da una donna volitiva e senza scrupoli, Altar Keane (Marlene Dietrich).

La pellicola, finanziata da Howard Hughes, ripropone temi e stilemi già ampiamente affrontati da Lang (la lotta tra il bene ed il male, il difficile controllo delle passioni, la giustizia e la vendetta, la presenza di una donna fatale e di una mente sopraffina, ecc.), inserendoli in un contesto volutamente artificiale, con gli esterni girati negli Studios della General Service, con gli sfondi realizzati in ostentata cartapesta ed un Technicolor francamente discutibile.
Questi apparenti limiti materiali, però, non fanno altro che accrescere il sentimento lirico della vicenda, esulandola dal semplice contesto western: Peter Bogdanovich, ne Il cinema secondo Fritz Lang (ed. Pratiche Editrice, 1988), non esita ad ad accostare Rancho Notorious all’adattamento di Lang de I NIBELUNGHI (1924), soprattutto per via del valore narrativo ricoperto dai brani musicali che raccontano parte della vicenda, strutturata proprio come un’antica ballata.

Il titolo del film, particolarmente enigmatico e scelto dal produttore, non è quello voluto inizialmente da Lang che, riferendosi alla canzone che introduce e delinea la storia e che parla della “ruota della fortuna”, passatempo in voga nei saloon del vecchio West, avrebbe dovuto chiamarsi The Legend of Chuck-a-Luck.
Marlene Dietrich, allora cinquantenne, impersona una donna dal passato torbido ma leggendario, in grado di tener testa ai fuorilegge e a fare affari con loro: Lang le riserva un intermezzo cantato nel quale l’attrice coglie l’ennesima occasione per sfoderare la sua nota voce roca ed un fascino da diva senza tempo.
Imperdibile.

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