Oscar 2016: “Bear Story” e la memoria del Cile

Nientepopcorn.it vi mostra il cortometraggio animato prodotto in Cile che ha sbaragliato la concorrenza di sfidanti blasonati come la Pixar e che racconta, attraverso una metafora, una buia parentesi della storia del proprio Paese.

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“BEAR STORY” HA VINTO L’OSCAR 2016 COME MIGLIOR CORTO ANIMATO

Vincendo l’Oscar 2016 come Miglior Cortometraggio Animato, BEAR STORY (Historia de un oso, 2014) rappresenta un primato: prima partecipazione del Cile in questa categoria degli Academy Awards, prima vittoria.
Oltre ad aver raggiunto questo record, il corto, realizzato con un budget di soli 40mila dollari grazie ad un team di 15 persone riunite dal 2010 al 2014 nello studio di animazione Punkrobot di Santiago, deve andare fiero anche del fatto di aver battuto un avversario forte ed importante come la Pixar, in nomination con SANJAY’S SUPER TEAM.

Daniel Castro e Gabriel Osorio Vargas con il premio Oscar 2016 per il Miglior Cortometraggio Animato

LA METAFORA DI UN PAESE E DI UNA DRAMMATICA PARENTESI DELLA SUA STORIA

Il corto BEAR STORY, realizzato pressoché interamente a mano, in tecnica mista, con l’ausilio della CGA, dello stop-motion, di fotografie e di tecniche di rappresentazione ed animazioni classiche, come la matita e l’acquerello, è stato diretto da Gabriel Osorio Vargas: in poco più di dieci minuti, usando una potente metafora, la storia scritta dallo stesso Osorio Vargas insieme a Daniel Castro richiama alla memoria gli esilii a cui i cileni dissidenti sono stati costretti durante il regime di Pinochet, tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento.
L’orso protagonista, ormai anziano e solo, si guadagna da vivere girovagando per le strade della sua città al fine di trovare un pubblico a cui mostrare un diorama animato che illustra la storia della sua vita: anni prima, prelevato forzosamente dalla sua casa e sottratto all’affetto della sua famiglia, l’orso è stato costretto ad esibirsi in un circo per lungo tempo.
Gli adulti non sembrano interessati alla sua attrazione, mentre i più piccoli ne restano affascinati: al costo di un soldo, ricevono una girandola di carta ed un pezzo di memoria collettiva. L’intento dell’orso (e del corto di Osorio Vargas) è quello di non far dimenticare ai giovani cileni cosa è accaduto nel loro Paese solo qualche decennio prima, rinfocolando il ricordo delle pene patite dai prigionieri politici, dagli esiliati e dei desaparecidos oppressi dal regime di Pinochet.

“NON ESISTE NULLA PER CUI VALGA LA PENA DI SEPARARE UNA FAMIGLIA”

In un’intervista alla BBC, Gabriel Osorio Vargas ha detto di aver elaborato il soggetto di BEAR STORY ispirandosi alla vicenda di suo nonno: Leopoldo Osorio, militante del partito socialista, segretario del Presidente Allende, venne arrestato e, nel 1975, dopo due anni di prigionia e una sosta forzata in Messico, fu costretto all’esilio in Inghilterra, dove rimase 10 anni. “Era vivo, ma invisibile”, ricorda il regista, che ha incontrato l’uomo solo all’età di 8 anni. “All’epoca, non capivo bene perché, per colpa della politica, a mio nonno fosse impedito di stare con la sua famiglia: è stato terribile, perché un episodio politico ha lacerato intimamente moltissime persone. Questo è il messaggio che volevo trasmettere con il film: non esiste nulla per cui valga la pena di separare una famiglia.
Il cortometraggio, come la storia e i suoi misteri insoluti, lascia che molte domande restino senza risposta: l’orso girovago si è davvero riunito con la sua famiglia? E cosa ne è stato di sua moglie e di suo figlio, dato che non ve n’è più traccia?

“HISTORIA DE UN OSO”: IL CIRCO È LA POLITICA

Dedicandosi alla realizzazione del corto, Osorio Vargas ha optato per un orso per via della somiglianza fisica con suo nonno, altrettanto massiccio e solido. Anche la scelta del circo non è stata affatto casuale: Il circo è la politica: l’accostamento tra le due cose funziona”, ha rivelato il regista. “È assai curioso che, mostrando il cortometraggio al di fuori del Cile, esso venga letto in maniere molto differenti”, accomunate da un’interpretazione drammaticamente violenta della metafora. “In Paesi caratterizzati da un passato segnato da situazioni politiche altrettanto complesse, come la Russia”, continua Osorio Vargas, “il pubblico estero ritrova in BEAR STORY un riflesso dei processi politici locali. A Taiwan, per esempio, il racconto dell’orso è stato associato all’occupazione giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. Altrove, invece, la metafora è stata letta come una rappresentazione dei maltrattamenti sugli animali”.
I pupazzi del diorama meccanico sono marionette, non solo in senso figurato: le viti e le giunture che le caratterizzano evidenziano la loro appartenenza al mondo del “saper fare”, la loro provenienza da un laboratorio gestito da un creatore, un vero e proprio animatore, un coordinatore in grado di dare loro la vita attraverso una narrazione: “L’orso racconta una storia, che, nel suo diorama, ha un lieto fine. Ma la vita non è sempre così e, a volte, penso che è il ruolo dell’animazione è quello di dare alla gente un messaggio positivo. Anche quando sappiamo che il mondo non è affatto come vorremmo”.

CATEGORIE: CuriositàOscar

3 commenti

  1. Jack / 1 marzo 2016

    A dir poco bellissimo!

  2. Ilary_Chan / 3 marzo 2016

    Dolcissimo, toccante, mi ha fatta commuovere. Oscar meritatissimo.

  3. Francesco / 4 marzo 2016

    Erano tutti bellissimi i corti in gara, che finalmente sono riuscito a vedere. Quello di Richard Williams (l’animatore di Roger Rabbit) “Prologue” è il capolavoro della tecnica (e è solo il prologo, appunto, di un lungometraggio che sta realizzando tutto da solo!). “World of Tomorrow” è un capolavoro postmoderno, satirico e malinconico. Gli altri tre sono meno sperimentali e più poetici (il Pixar sulle divinità-supereroi del bimbo indiano, l’orso cileno, e il tristissimo russo sui due cosmonauti).
    Fra tutti però l’Orso è quello che mi ha entusiasmato meno, e i simbolismi sono forzati. Però anche in questo caso l’animazione è pazzesca.

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