“Distogliete lo sguardo!”: Netflix sfida il suo pubblico

Negli ultimi anni, la nota piattaforma di contenuti on demand ha alzato l'asticella della qualità dei prodotti audiovisivi e, ora, con due serie tv originali, "The OA" e "Una serie di sfortunati eventi", azzarda un'operazione televisiva molto particolare: analizziamola insieme.

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NETFLIX METTE ALLA PROVA GLI SPETTATORI, MA CON QUALI RISULTATI?

Dal momento in cui, intorno al 2010, Netflix ha iniziato a realizzare produzioni originali, la piattaforma online di contenuti on demand ha dato un serio contributo al mercato dell’audiovisivo, alzando l’asticella della qualità con serie tv originali di alto livello qualitativo e una lunga lista di show che spaziano dal thriller alla comedy, dal drama al fantasy, assurgendo in breve tempo al ruolo di cult, come HOUSE OF CARDS e STRANGER THINGS.
Di recente, sono state distribuite due serie tv assai particolari e apparentemente molto diverse tra loro. Si tratta di THE OA e UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI, due prodotti originali Netflix che sembrano pensati per assolvere uno scopo particolare, apparentemente contrario alle logiche di mercato: sfidare e tentare di dissuadere lo spettatore dal proseguire la visione.
Hanno raggiunto il proprio intento? Proviamo a scoprirlo.

  • The OA
    The OA
    2016
    7.3/10 70 voti

    “THE OA”: UN INNO ALLA STRAMBERIA

    Creata da Brit Marling e Zal Batmanglij, la serie tv THE OA è disponibile su Netflix dal 16 dicembre 2016 e racconta la storia di Prairie Johnson (interpretata dalla stessa Marling), una ragazza cieca scomparsa da casa da sette anni. Tra lo stupore di tutti, compresi i suoi genitori adottivi, Prairie fa il suo ritorno a casa di nuovo in possesso della vista e con delle misteriose cicatrici sulla schiena, affermando di chiamarsi “The OA”.
    Enigmatica, curiosa e bizzarra: la serie tv THE OA è un vero inno alla stramberia e al gusto per l’inusuale portato all’ennesima potenza. Dal contenuto alla forma, in THE OA tutto è estremamente originale e assolutamente fuori dall’ordinario, ben lontano da ciò che uno spettatore, anche il più colto e preparato, si aspetterebbe. Titoli di apertura che arrivano a metà della prima puntata, una durata variabile che passa dai 71 minuti del primo episodio ai soli 31 del sesto e una storia inverosimile sono solo alcune delle peculiarità di questa serie, la cui messa in onda è stata annunciata solo pochi giorni prima del suo debutto, cogliendo di sorpresa critica e pubblico.

    “The OA”

    Nei comunicati ufficiali, Netflix ha presentato THE OA come una serie innovativa che “offre agli spettatori un’esperienza unica, che reinventa il formato narrativo di lunga durata. A più di un mese dalla sua release, la critica è ancora intenta a studiare il misterioso THE OA e a capire se si tratta di un orrido esercizio tecnico o del capolavoro dell’anno: a fronte di buone prestazioni tecniche, su cui spiccano regia e interpretazioni degli attori, “non c’è niente nella serie che abbia senso”. THE OA è un prodotto per nulla ascrivibile ai generi di nostra conoscenza, ma è il frutto di una televisione che procede spedita su binari votati interamente alla qualità, alla creatività e all’originalità. È uno show sperimentale, coraggioso e per la prima volta indipendente, rivolto evidentemente a un pubblico più ristretto del solito, che nasce grazie al momento favorevole che la tv sta vivendo.

    Alzi la mano chi non ha ridacchiato almeno una volta davanti alle improbabili coreografie di Prairie

    Con oltre 90 milioni di abbonanti in tutto il mondo sparsi in 190 Paesi, Netflix ha distribuito finora serie tv e film di grandi successo quali ORANGE IS THE NEW BLACK, NARCOS e DAREDEVIL. Dall’alto della sua forza imprenditoriale e della sicurezza legata ai sempre crescenti favori del pubblico, consapevole di essere diventata sinonimo di qualità e affidabilità, Netflix ha deciso di intraprendere una nuova sfida e, questa volta, ha messo alla prova sé stessa, lasciando totale libertà creativa agli ideatori di THE OA, e ha “provocato” il pubblico, mettendone a dura prova la pazienza con un prodotto indecifrabile che sfocia sovente nell’assurdo e persino nel ridicolo, caratterizzato da una trama ermetica ed elusiva che sembra voglia spingere a tutti i costi lo spettatore a interrompere la visione dello show, tenendolo a distanza.

  • “UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI”: DISTOGLIETE LO SGUARDO!

    Con THE OA, la sfida indirizzata al pubblico è principalmente di tipo contenutistico: Netflix ha deciso di sollecitare ulteriormente la platea con la serie tv UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI, rilasciata sulla piattaforma il 13 gennaio 2017. In questo caso, l’approccio provocatorio è più ironico e all’apparenza più frivolo, ma, al contempo, visto il suo carattere inedito, è estremamente significativo, poiché denota da parte di Netflix una tale sicurezza nei propri mezzi e nell’apprezzamento del pubblico da rasentare la spavalderia.

    “Una serie di sfortunati eventi”

    UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI è una serie tv Netflix creata da Mark Hudis, tratta dai romanzi omonimi di Lemony Snicket, pseudonimo dello scrittore Daniel Handler, che figura anche come scrittore e co-produttore dello show. In questo nuovo prodotto seriale originale, si raccontano le disavventure degli sfortunati orfani Klaus, Violet e Sunny Baudelaire costretti a scappare dal crudele Conte Olaf, un oscuro figuro il cui unico scopo è riuscire a mettere le mani sull’enorme patrimonio dei Baudelaire, in un mondo popolato da personaggi buffi e singolari, con adulti imbecilli e bambini che non vengono mai ascoltati.

    Lemony Snicket invita il pubblico a “Distogliere lo sguardo”

    In realtà, quella di Netflix è la seconda trasposizione dei libri di Handler, dopo quella realizzata per il cinema nel 2004,  LEMONY SNICKET – UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI (Lemony Snicket’s A Series of Unfortunate Events, 2004) di Brad Siberling, che copriva l’arco narrativo dei primi tre dei tredici romanzi della famosa saga letteraria per ragazzi. Nonostante una storia divertente e accattivante e un cast di tutto rispetto che includeva tra gli altri Meryl Streep e Jim Carrey, la pellicola non ebbe il successo sperato tale da investire in uno o più sequel.

    Lo show ideato da Hudis, che adatta per la televisione il materiale fornito dai primi quattro libri della saga, si avvicina molto alle atmosfere del film: dalle scenografie favolistiche alla precisione simmetrica della messa in quadro, passando per la fotografia cupa e goticheggiante, la serie UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI mette in mostra uno stile preciso che deve molto a Wes Anderson e Tim Burton. Il suo taglio ironico, che fonde dramma e commedia, è evidente sin dalle prime battute. La sigla di apertura è studiata in maniera molto intelligente: non solo presenta e riassume di volta in volta le vicende accadute fino a quel momento, ma invita anche lo spettatore a non continuare la visione con il suo ripetuto ”Look away” (letteralmente, “Guardare oltre”). Stessa cosa fa anche il narratore Lemony Snicket (interpretato da Patrick Warburton), che irrompe nel racconto e interrompe sovente la narrazione, squarciando la quarta parete e consigliando caldamente al pubblico di “distogliere immediatamente lo sguardo”.

ESPERIMENTI DI METATELEVISIONE

Il confronto tra UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTITHE OA si fa interessante: entrambi gli show provano a sfidare il pubblico, uno in maniera profonda e matura (THE OA), l’altro con un tono più diretto e scanzonato (UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI). Lo show creato da Hudis, infatti, dà vita ad un preciso gioco canzonatorio che svela i meccanismi della messinscena e sottolinea l’artificiosità del mezzo, trasformando UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI in un perfetto esempio di metatelevisione. Ma l’ironico e quasi beffardo invito diretto allo spettatore di “volgere il proprio sguardo altrove”, può diventare anche un’arma a doppio taglio: il fatto di ricordare continuamente di essere di fronte a uno schermo origina nel pubblico un senso di straniamento.

“Una serie di sfortunati eventi” ricorda troppo spesso al pubblico di trovarsi davanti a uno schermo

Per via del suo humour nero, delle atmosfere dark e dell’opera di disvelamento rappresentata dagli interventi del narratore, UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI è perfettamente in linea con lo stile dei romanzi d’origine, ma spezzare così spesso la tensione del racconto può essere pericoloso e controproduttivo, quando, come in questo caso, non si ha dalla propria parte uno sviluppo narrativo forte e coinvolgente. Scivolare in “un noioso loop”, che “nessun tipo di narrazione consapevole” può salvare, diventa molto facile: lo show rischia di risultare meno divertente di quanto crede di essere.
Tra le critiche mosse alla serie tv, ci sono quelle legate alla sua scarsa capacità di generare empatia, poiché impedisce agli spettatori di “perdersi nel suo mondo”: le cause sono da rinvenirsi nell’alto numero di gag, nei continui riferimenti autoreferenziali fastidiosi e nella poca credibilità dei personaggi e dei loro interpreti, con un Conte Olaf (Neil Patrick Harris) “più pantomima che villain” e i tre giovani Baudelaire con i quali è difficile entrare in sintonia tanto da avere a cuore la loro sorte.

“The OA” ha saputo osare, trascendendo i canoni e i generi della serialità televisiva

In questo modo, l’invito a non proseguire la visione dello show finisce per diventare troppo audace, spavaldo e persino deleterio, suggerendo un ostentato autocompiacimento a conferma della consapevolezza che Netflix ha di sé e del proprio successo. Per la prima volta, dunque, la compagnia on demand potrebbe aver peccato di presunzione, commettendo un passo falso proprio con UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI, una serie tv a suo modo bizzarra ma più convenzionale, se paragonata a THE OA, il suo prodotto più controverso e temerario. Alla fine dei conti, non importa se la storia di Prarie ha conquistato oppure ha rotto il patto della “sospensione dell’incredulità” con lo spettatore: a essere fondamentale è la forza creativa e l’ambizione di THE OA, un prodotto che trascende i generi e va oltre i canoni tradizionali della narrazione e della fiction. Si tratta di caratteristiche fondamentali che da sempre hanno permesso nella storia dell’audiovisivo, che si tratti di cinema o televisione, di fare un passo in avanti e di spingere più in là il livello qualitativo. E se la sfida può definirsi vinta con THE OA, viene persa con UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI, basata su un plot molto più canonico, votato all’ironia e all’autoironia beffarda, che fallisce laddove l’invito di non guardare una “storia orribile, malinconica e calamitosa” viene accolto.

[Nella foto: un’immagine di THE OA]

CATEGORIE: serie tv

4 commenti

  1. Lucia Cavaliere / 3 febbraio 2017

    Ottimo articolo mi ha fatto venire voglia di vederli entrambi! Grazie ?

  2. Giovanni Nori / 13 febbraio 2017

    Io questa cosa che the OA è una serie “stramba” e difficile da seguire proprio non la capisco…ho letto in diverse parti questa cosa, ma twin peaks allora? A parte che formalmente è perfetta per regia e prove attoriali.

    • Stefania / 13 febbraio 2017

      @giovanni_nori: anche Twin Peaks è una serie stramba, chi dice di no? 🙂 Essere strambi non è per forza una nota di demerito, se la stramberia -come dire- ha un perché.
      Penso che The OA non è complicata da seguire per quello che dice o mette in scena: certo è che fa sbarellare lo spettatore, perché, detto terra terra, non si comprende bene dove vuole andare a parare. Solitamente, tutto quello che non è facilmente classificabile tende sempre a essere compreso o seguito con maggiore difficoltà.
      Resta il fatto che questa stramberia e quella di Lynch non sono paragonabili, eh, per temi, fattura, resa, filosofia creativa (e con questo non voglio dire che The OA sia meglio o peggio di Twin Peaks, sia beninteso. Mamma mia, quante mani avanti ho messo 😀 ).

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