Nel Labirinto della Mente – Jung e il cinema

Nuovo appuntamento con la rubrica di NientePopcorn.it dedicata ai film in cui la psiche umana è la vera protagonista. Questa volta, parliamo di un libro, 'Jung e il cinema', che affronta l'argomento.

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Nel Labirinto della Mente – Jung e il cinema

Di solito, con la rubrica Nel labirinto della Mente, NientePopcorn.it vi propone una serie di film caratterizzati da trame in cui la psiche umana è protagonista, generando sub-realtà capaci di trarre in inganno sia i protagonisti della vicenda che il pubblico. Questo nuovo appuntamento, invece, è dedicato a un libro.

Le connessioni tra il pensiero post-junghiano e il cinema

Il cinema inteso come schermo su cui scorrono proiezioni della personalità e degli stati psichici dello spettatore è l’assunto dell’analisi alla base della raccolta di saggi Jung e il cinema. Il pensiero post-junghiano incontra l’immagine filmica, a cura di Christopher Hauke e Ian Alister (Mimesis Edizioni, agosto 2018).
Da questa premessa, gli autori abbracciano la tendenza di un certo settore della critica cinematografica a considerare il pensiero junghiano come “parte di un’interpretazione postmoderna della vita occidentale contemporanea”.
Il testo raccoglie una serie di contributi redatti fra gli anni Novanta e Duemila da alcuni studiosi statunitensi di psicanalisi junghiana. La loro speculazione si concentra sulla possibilità del mezzo cinematografico di essere strumento di analisi psicanalitica. Occuparsi di cinema e speculare analiticamente sui film è un’attività utile a impegnare l’inconscio in maniera non troppo dissimile da quanto accade quando si è attenti in maniera cosciente.
Così, il cinema di Pedro Almodóvar o i film di Steven Spielberg, studiati attraverso gli strumenti del pensiero junghiano, forniscono a pazienti e medici strumenti utili per farsi gli uni spettatori della propria storia e permettere agli altri di comprendere un preciso atteggiamento o un’esperienza.

Jung e il cinema: le capacità espressive del medium cinematografico

Aperto da un’esaustiva introduzione a opera dei curatori e corredato di un glossario in appendice, il volume edito da Mimesis è una sorta di guida interdisciplinare, un ponte tra psicanalisi e critica del cinema. La pubblicazione è divisa in tre sezioni: Una prospettiva junghiana, Quattro film e un regista e Studi sui generi e di genere.
All’interno di questo ricco corpus letterario, emerge curiosamente l’aderenza dell’analisi junghiana a un mezzo espressivo, il cinema, che, in realtà, Carl Gustav Jung (1875-1961) non ha mai frequentato particolarmente, pur riconoscendo al mezzo di comunicazione di massa nato pressoché contemporaneamente alla psicanalisi capacità di espressione sconosciute a fotografia, pittura e letteratura. Jung ha scritto: “Il cinematografo, come i romanzi polizieschi, permette di vivere senza pericolo le emozioni, le passioni e le fantasie destinate, in un’epoca umanitaristica, a dover soccombere alla rimozione”.
I film di evasione, come ci ricorda Christopher Hauke nel saggio Gli uomini, il perturbante e il ritorno a casa nei film di Steven Spielberg, aiutano a evadere dalla realtà vissuta e a scappare verso realtà differenti, offrendo esperienze fuori dall’ordinario, senza impedire allo spettatore di praticare un processo di identificazione con i protagonisti del film.

Gli archetipi junghiani e l’interpretazione postmoderna della vita occidentale

Nel Labirinto della Mente - Jung e il cinema

In “Blade Runner” (1982), è difficile distinguere l’umano dal non-umano: il film parla di un rapporto faustiano con la tecnologia votato alla massimizzazione del profitto

Nel libro, archetipi divisi (anima e animus), stereotipi, immaginario alchemico, transfert ed ermafroditismo sono solo alcuni degli assunti teorici junghiani che trovano felice collocazione nell’analisi di alcuni episodi cinematografici, come PULP FICTION (1994) di Quentin Tarantino, protagonista del saggio L’alchimia di Pulp Fiction di Lydia Lenniham, o BLADE RUNNER (1982) di Ridley Scott, oggetto di speculazione di Don Williams in La psicologia post-umana e Blade Runner, e di blocchi tematici di film, come quelli “rosa” su cui si è concentrata l’attenzione di Mary Dougherty nel contributo L’uso dei film nell’interpretazione della sessualità in sede di analisi, o di generi, come il neo-noir trattato nel saggio Dark City di Jane Ryan.
Pur affrontando l’argomento secondo approcci diversi, Jung e il cinema reitera spesso il concetto che un approccio analitico post-junghiano al materiale cinematografico è uno strumento utile sia a pazienti che terapeuti.
Nel capitolo di John Beebe intitolato L’Anima nei film, l’autore rivela di aver consigliato ai colleghi terapeuti di usare i film “per allenarsi nella visualizzazione delle relazioni interne coinvolte“. Alla pari dell’analisi delle fiabe, l’esercizio amplia l’archivio di esempi disponibili, integrando il repertorio tradizionale di materiale onirico e associativo.
Ancora in Vita amorosa / Love-Life, sempre la Dougherty sottolinea come l’uso con una donna in analisi di un film profondamente simbolico come LEZIONI DI PIANO (1993) di Jane Campion possa attivare un dialogo della paziente “con l’inconscio, con le potenzialità atte a metterla in collegamento con più di quello che lei o io [il terapeuta] possiamo sapere”.

[Nella foto: Marilyn Monroe in COME SPOSARE UN MILIONARIO, un esempio di film che funziona da immagine oggettiva per rivelare nuovi elementi di compensazione psicologica]

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