La storia di “Chinatown”, la filmografia di Polański e il concetto di autorialità

Due libri da non perdere: 'Il grande addio' di Sam Wasson racconta la storia di 'Chinatown', 'Tenebre splendenti' di Marco Luceri analizza la filmografia di Roman Polański.

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La storia di “Chinatown”, la filmografia di Polański e il concetto di autorialità

Il concetto di autorialità nei film di Roman Polański: la storia di “Chinatown”

A distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, in redazione, sono arrivati due super libri scritti da autori diversi, pubblicati da case editrici indipendenti differenti, ma strettamente connessi fra loro e che, a letture ultimate, consiglio caldamente.
Il primo a capitarmi tra le mani è stato Il grande addio. Chinatown e gli ultimi anni di Hollywood di Sam Wasson (Jimenez, aprile 2021), un lungo racconto dedicato alle premesse, allo sviluppo e alle conseguenze sugli Studios americani del film CHINATOWN (1974).
L’altro è Tenebre splendenti – Sul cinema di Roman Polański di Marco Luceri (ETS Edizioni, maggio 2021), una brillante analisi tematica della filmografia di Polański.
Che ve lo dico a fare. Ovviamente, è proprio Polański il trait d’union tra due saggi che, con obiettivi e sviluppi indipendenti, parlano (anche) di autorialità.

I traumi incomprensibili nel cinema di Polański

Ma il libro di Wasson è davvero un saggio? In realtà, no, fidatevi. Fin dal titolo chandleriano, Il grande addio ha il respiro di un romanzo, il ritmo di un hard-boiled, la tessitura di un film noir pieno di colpi di scena. Oltre a Polański, i principali protagonisti del saggio di Wasson sono altri 3 uomini: l’attore Jack Nicholson, lo sceneggiatore del film, Robert Towne, e il produttore Robert Evans.
Gli eventi rimbalzano sulle pagine de Il grande addio con il tenore dei campi/controcampi usati da Roman per mettere in scena i dialoghi tra i due attori protagonisti di CHINATOWN, Nicholson e Faye Dunaway. Dal corposo volume, traspaiono malinconia e ineluttabilità. CHINATOWN racchiude e racconta l’atmosfera del cinema noir degli anni Trenta e Quaranta, l’Arte della Vecchia Hollywood, lo spirito della Los Angeles della prima metà del Novecento, l’innocenza perduta di una intera generazione alla fine della Summer of Love, con gli omicidi di Cielo Drive del 1969 a opera della Manson Family.
Come ebbe a dire lo stesso Towne, “Chinatown” è uno stato mentale, più che un luogo (o, in questo caso, un film). La Chinatown di Jake Gittes, il detective interpretato da Nicholson, non è dissimile dagli incubi a occhi aperti vissuti da Polański. “Sognare di essere in Paradiso e svegliarsi al buio”, scrive Wasson per descrivere questa Chinatown State of Mind. Nel film di Polański, Chinatown non è concepita come un luogo fisico, è filmata in senso metaforico, “dentro il limbo nero e vuoto di un incubo”. E non è un caso, quindi, se il raggelante e precipitoso finale del film sia stato concepito dal regista e non da Towne che, invece, aveva pianificato “un lieto fine”. Quella di CHINATOWN è una storia senza speranza, basata su una ineluttabile circolarità che, come sottolinea Luceri, “implica l’infruttuosa persistenza del ritorno, la carcerazione emotiva, il fallimento del tentativo di mitigare un trauma incomprensibile.

  • Chinatown
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    La trama di “Chinatown”: la crisi dello sguardo come arma di conoscenza

    Alla fine degli anni Trenta, Los Angeles è una città in piena espansione urbanistica. Jake Gittes (Nicholson), detective privato specializzato in adulteri con un passato da poliziotto, si ritrova suo malgrado immischiato in una losca storia di interessi economici e fondiari. Intorno a lui, gravitano la tormentata e affascinante Evelyn Mulwray (Dunaway) e il potente Noah Cross (John Huston).
    L’intreccio narrativo perfettamente complesso di CHINATOWN è il frutto di un lavoro di scrittura lunghissimo e faticoso. La prima bozza e le ricerche storiografiche impegnarono Towne per ben due anni. Il lavoro di cesellatura ne richiese quasi un altro.
    Nella sceneggiatura definitiva, troneggia un elemento affatto scontato, quello che, forse, ha determinato il vero successo del film. Il protagonista è disorientato quanto il pubblico. Gli spettatori apprendono lo sviluppo della storia perfettamente sincronizzati con Gittes/Nicholson, sentendosi smarriti, stupefatti e shockati insieme a lui. La totale compenetrazione tra messinscena ed esperienza di visione è la cifra autoriale di un film impeccabile per resa tecnica, prestazioni degli attori e ritmo narrativo, incentrato fermamente sul principio di causa-effetto. Questo di Polański è un noir che sancisce “la crisi definitiva dello sguardo come arma di conoscenza”, la radice del noir cinematografico.
    Candidato a 11 Oscar 1975, CHINATOWN ne vinse solo uno, proprio quello per la sceneggiatura originale, e appose il riconoscibile sigillo di Polański sulla filmografia della New Hollywood.

Le “Tenebre splendenti” di Luceri e la ridefinizione dei generi nella filmografia di Polański

Da tempo, Roman Polański desiderava realizzare un film poliziesco. Quello della detective story è un genere appartenuto alla Hollywood che lui aveva sempre amato e i cui film aveva studiato attentamente. Fino a quel momento, aveva già realizzato molti film “di genere”.
Nel suo saggio, Luceri sottolinea come Polański sia sempre riuscito a coniugare l’approccio autoriale con il successo commerciale. I film di Polański costituiscono un anello di congiunzione tra la dimensione socio-culturale del cinema e quella industriale. In questo senso, il suo ingresso nella New Hollywood degli anni Settanta è stato quasi naturale. Il cinema di Polański si muove per buona parte sulla “ridefinizione dei generi e delle loro strategie narrative” e, in quel preciso contesto storico e culturale, Roman incarnava perfettamente “l’idea del regista/artista”. L’industria americana del cinema era in piena trasformazione, pronta ad accogliere una nuova generazione di autori “molto cinephile e influenzati dal Neorealismo italiano e dalla Nouvelle Vague francese”: Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Robert Altman, Michael Cimino. In comune con questi registi indipendenti, Polański aveva la capacità di decostruire e rinnovare i generi classici, la critica di stampo satirico nei confronti delle istituzioni e la passione per le innovazioni tecniche, come il sonoro in presa diretta.
Con CHINATOWN, per esempio, Polański dimostra ancora che la New Hollywood non intendeva demolire “l’industria dei sogni”, ma “rendere le sue formule più libere e meno prevedibili”. Polański dimostra come un film può essere di genere e d’autore, “seguendo una via personale, per rinnovare questo equilibrio tra classico e moderno, passato e presente. E questa strada, secondo Polański, passa anche per il casting di divi immediatamente riconoscibili dal pubblico, in grado di garantire al film elevati standard di qualità artistica e felici esiti commerciali. L’attore e regista John Huston nel ruolo di Cross, interprete e personaggio di grande presenza scenica, non fu solo un omaggio di Polański a uno dei grandi noir del passato, IL MISTERO DEL FALCO (The Maltese Falcon, 1941), ma anche una scelta glamour caratterizzata da una sottile ironia. All’epoca, Jack Nicholson frequentava la figlia di Huston, Anjelica. Sarà un caso che, nel film, Cross domandi a Gittes: “Per caso, lei sta uscendo con mia figlia?”.

“Chinatown” e Los Angeles: la (re)visione di Polański

Polański ha definito CHINATOWN “un film degli anni Trenta, ma con gli occhi dei Settanta”. Accettò di dirigerlo solo dopo lunghe insistenze di Evans e Nicholson, tra i pochi a non averlo allontanato dopo la morte di Sharon Tate per mano della Family. Per lui, tornare a Los Angeles fu un atto di coraggio. “A differenza di Sharon, L.A. era ancora lì. Dove altri vedevano i tramonti cremisi volgere al rosa, lui non riusciva a impedire che la carne sanguinante di lei marcisse al buio”, scrive Wasson.  “Ogni strada che percorrevo in macchina mi riportava alla mente la tragedia”, ebbe a dire Polański. “Roman era al tappeto”, dichiarò Nicholson, tra i suoi amici più intimi. Rifiutava di essere analizzato. Sapeva di essere giudicato: com’era riuscito a sopravvivere? Come aveva osato sopravvivere? Perché frequentava altre donne, spesso molto giovani? Come poteva amare qualcuno, dopo la Tate?
Dopo la morte della moglie e una lunga parentesi europea, Roman tornò in California. Nel frattempo, aveva soggiornato sulle Alpi e aveva girato due film: il cupissimo MACBETH (1971) e l’assurdo e chiassoso CHE? (1973) con Marcello Mastroianni.
A partire dal 1973, firmato il contratto con la Paramount, Polański iniziò a lavorare con Towne alla riduzione del corpus originario del film. Towne era consapevole che Polański stava tentando di rendere “suo” CHINATOWN. “Era inutile discutere sulla linea di demarcazione tra ego e arte”, scrive Wasson. “Ma allo stesso tempo era impossibile, con una posta in gioco così alta – due carriere, due memorie, due appassionate visioni della realtà – tenere perfettamente separate le esigenze professionali ed estetiche”. Lavorando gomito a gomito per 10 ore al giorno, tesissimi, Polański e Towne non si risparmiarono mai gli insulti reciproci. “Towne doveva sognare un copione; in quanto regista, Polański doveva svegliarlo”. Roman è sempre stato noto per la sua precisione: La gente diventa matta a starmi vicino, perché mi piace eliminare ogni parola superflua. (…) Devo essere sicuro che posso fare affidamento su ciò che è scritto, e se posso filmare tutto come avevo previsto, non sbaglio niente”. Towne si sentiva provocato da Polański, ma ne ammirava la testardaggine e la resistenza “radicata nella sua storia personale”.

La fine di un’epoca. Di nuovo

Alla sua uscita nei cinema di Los Angeles, nel giugno 1974, il film riscosse subito un grande successo di critica e pubblico. Wasson scrive: “Gli adulti di L.A. dovevano uscire di casa per vedere CHINATOWN; dovevano aspettarsi di star fuori una serata intera; per vedere CHINATOWN dovevano spendere tempo e denaro (biglietti, babysitter, parcheggio, popcorn, cena), un investimento che non sminuiva affatto l’esperienza, anzi dava – al film, a coloro che lo avevano fatto e a tutto ciò che riguardava il cinema – ulteriore dignità in termini di valore e di aspettative, di romanticismo e di conversazioni e di desiderio per qualcosa di importante che stava per accadere. Persino fare la fila era un evento. (…) Una volta in coda, [i cinefili della città] formavano una loro società. (…) Andavano al cinema perché i film erano ancora buoni.
Il capo degli Studios Paramount, Robert Evans, era euforico. La sua strategia commerciale si era basata su una distribuzione lenta del film e sul passaparola, sulle recensioni, e stava funzionando alla grande, spianando al film la strada per gli Oscar. Grazie a CHINATOWN, oltre al potere dirigenziale, aveva acquisito “quella patina di timore reverenziale e buona sorte che riguarda una persona intimamente collegata a una vera e propria opera d’arte.
Nonostante che, per la Paramount, l’anno di CHINATOWN fosse stato il migliore al box office da vent’anni a quella parte (oltre 20 film realizzati e circa 300 milioni di utili netti), nel 1974, Evans fu retrocesso a produttore. Ma lui ne fu sollevato. I tempi stavano cambiando. Si profilava -di nuovo- la fine di un’epoca.
Evans aveva sempre evitato i film che avevano facile presa sul pubblico. L’INFERNO DI CRISTALLO (The Towering Inferno, 1974) e L’ESORCISTA (The Exorcist, 1973) non erano nelle sue corde. Anche Evans, come Towne e Polański (e lo stesso Nicholson, dopotutto), aveva una precisa visione autoriale. Lui amava fare film per il “cinema delle narrazioni”. “Sono sempre stato un sostenitore del cinema di persone”, disse.

Wasson e “Il grande addio”: “Chinatown” e la terribile consapevolezza dell’impotenza

Wasson scrive: “Il 1974 rappresenta l’ultima fioritura di un giardino cinematografico curato con passione da dirigenti liberi e da un tacito accordo tra il pubblico e i cineasti. (…) Il veleno era nel profumo: questi film, diceva Towne, hanno fatto il loro lavoro troppo bene. Non c’era più nulla – al momento – da rivelare. (…) C’erano film futuri – NASHVILLE, QUINTO POTERE, TAXI DRIVER, IL CACCIATORE – che avrebbero alzato uno specchio nero sul declino dell’America, ma le macerie di CHINATOWN, metaforicamente, trascendono la sua storia e i suoi personaggi. Chinatown è una condizione (…) è la terribile consapevolezza dell’impotenza”.
Come uno tsunami, circa un anno dopo l’uscita di CHINATOWN, sull’industria cinematografica si abbattè LO SQUALO (Jaws, 1975) di Steven Spielberg, prodotto dalla “nuova” Paramount. LO SQUALO era la sintesi perfetta di una promozione cinematografica basata su una formula ripetibile (“più è meglio”), in cui la maestria estetica di film come quello di Polański non era più strettamente necessaria.

L’affaire Polański e le accuse di violenza sessuale

Nel ’77, Polański fu travolto dalle accuse di violenza sessuale ai danni di una tredicenne, Samantha Geimer. Incriminato per 6 capi d’accusa, Polański patteggiò, dichiarandosi colpevole per uno solo di essi. Dopo un strana partita diplomatica con la giurisprudenza americana, Polański lasciò gli Stati Uniti nel gennaio 1978, per non farvi più ritorno.
L’affaire Polański è materia delicata, su cui grava la travagliata biografia del regista: la Shoah, la morte terribile della moglie, le accuse di violenze e molestie sessuali. Nel suo agilissimo eppur approfondito saggio analitico sulla filmografia di Polański, Luceri ci ricorda come sia complesso (ma non impossibile) evitare la scissione tra vita privata dell’autore e opera e come, d’altro canto, non sia necessario considerare la vicenda del regista polacco naturalizzato francese in maniera apologetica, esclusivamente in virtù della qualità del suo lavoro. “L’autore” – ricorda Luceri- “non è mai solamente l’espressione di una genialità individuale, ma anche il prodotto di un sistema culturale e industriale da sempre orientato alla marginalizzazione delle donne e delle minoranze in generale. Il caso di Polański è davvero emblematico: “(…) ci sarebbe bisogno di aprirsi a una forte messa in discussione della posizione privilegiata dell’uomo nell’industria culturale, nonché dell’estetizzazione e della normalizzazione della violenza sulle donne”.

Dove vedere il film “Chinatown” in streaming legale

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[Nella foto principale: Jack Nicholson in CHINATOWN. Photo Credit: Paramount Pictures].

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