A Marlon Brando, ballerino di tango all’inferno.

Nel 2013, la scrittrice Joyce Carol Oates scrisse una lettera aperta all'ormai defunto Marlon Brando, un attore che incarnò la tragedia del divismo assoluto. Oggi, ne condividiamo con voi la traduzione.

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MARLON BRANDO, DIVO AUTODISTRUTTORE

Marlon Brando, di cui quest’anno ricorrono il novantesimo anniversario dalla nascita ed il decimo dalla scomparsa (1924-2004), ha segnato indelebilmente la storia del cinema e del costume: divo in conflitto con la propria icona, esaltata da una prepotente bellezza, Brando ha letteralmente incarnato la ribellione e le lacerazioni dei personaggi interpretati durante una carriera lunga cinquant’anni, in cui a fasi di successo indiscusso si sono alternati momenti di pressoché totale oblio.

JOYCE CAROL OATES E MARLON BRANDO

All’inizio del 2013, la scrittrice statunitense Joyce Carol Oates, pluricandidata al Premio Pulitzer, ha omaggiato Marlon Brando in maniera quantomeno originale, attraverso una lettera aperta, To Marlon Brando in Hell, inviata pressoché seduta stante all’elegantissima rivista londinese Port Magazine che l’ha pubblicata sul numero di giugno dello stesso anno.

Appassionata, innamorata, offesa, addolorata soprattutto per l’evidente abbandono fisico in cui Brando era precipitato fino a raggiungere forme elefantiache e per il fatto di aver lasciato anche questo ricordo di sé, la Oates dipinge un ritratto struggente, quasi epico, di un uomo che non è mai stato in grado di coniugare la propria figura pubblica con la sua intimità.
Nientepopcorn.it vi offre il tributo di Joyce Carol Oates a Marlon Brando nella traduzione offerta da Trovacinema.it.

PER MARLON BRANDO ALL’INFERNO

di Joyce Carol Oates
Perché hai soffocato la tua bellezza nel grasso.
Perché ti sei fatto beffe della nostra adorazione.
Perché eri il maschio predatore, quello senza rimorsi.
Perché eri l’attore più grande che avevamo e hai buttato via la grandezza come spazzatura.
Perché non riuscivi a prendere sul serio ciò che gli altri scambiavano per la propria vita.
Perché così facendo ti sei fatto beffe della nostra, di vita. Perché sei morto incastrato nel grasso. E già allora, avevi vissuto troppo.
Perché ti detestavi, e ti sei reso detestabile.
Perché il paraplegico sulla sedia a rotelle in UOMINI-IL MIO CORPO TI APPARTIENE è nato per soffocare nel grasso di quel ciccione di Kurtz.
Perché il tuo amore è stato sparso senza cura, un avanzo gettato da una macchina in corsa. E perché hai amato uomini e donne, ma mai abbastanza.
Perché il lento suicidio che nasce dal disprezzo di sé ci ripugna e ci affascina come il precipitare della tragedia in farsa, come la mostruosità della bellezza incancrenita.

Perché hai spinto una ragazza di 15 anni a mentire ai propri genitori in un cupo giorno di scuola, dicembre 1953.
Perché hai spinto questa ragazza a mentire sulla sua destinazione, su quello che doveva fare, nell’atto più spericolato della sua giovane vita. Perché hai convinto questa ragazza a prendere un autobus Greyhound da Williamsville, stato di New York, fino a Buffalo, stato di New York, da sola nelle tenebre invernali, e non era mai stata sola fino a quel momento.
Perché hai convinto questa ragazza temeraria e tremante a salire sul bus davanti al liceo di Williamsville alle 4:55 di pomeriggio per finire a 12 miglia di distanza nello squallido cinema di seconda visione su Main Street, per una proiezione de IL SELVAGGIO alle 6 — un posto che le sarebbe stato proibito, se solo i suoi genitori avessero saputo. Che cosa sarebbe successo! — per caso, non accadde.
Perché dentro al cinema su Main Street c’erano file di poltrone semivuote al buio, odori mescolati di pop-corn stantio e fumo di sigaretta (era un’epoca in cui era ancora possibile fumare in galleria) e sullo schermo la figura stupefacente e imperiosa di “Johnny”: giubbotto di pelle nera, opachi occhiali scuri, l’autorità corrucciata del giovane maschio predatore in sella alla sua moto.
Perché quando ti hanno chiesto contro cosa ti ribellavi, hai risposto con magnifico sdegno: Contro di voi.
Perché anche noi volevamo rispondere così, ma non avevamo parole simili a disposizione.

Perché quando avevi 23 anni hai fatto deragliare UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO su Broadway e fatto della tragedia di Blanche DuBois il primo dei tuoi trionfi. Uno Stanley Kowalski così insolente, che dopo non ce ne sono stati più.
Perché dopo Brando, tutti gli altri sono repliche fallite.
La bestia che grida e diverte, la risata cruda del maschio polacco, l’umiliazione della donna del Sud il cui stupro è solo un altro scherzo.
Perché eri Terry Malloy; inondavi lo schermo con quel viso da ragazzo malmenato.
Perché la dolcezza e il dolore erano riassunti in quel viso. Perché hai raccolto il guanto fatto cadere da Eva Marie Saint e te lo sei infilato, tenendo in pugno quella bionda cattolica come se fosse un guanto.
Perché nello struggimento hai mostrato la tua anima — Avrei potuto essere qualcuno! — sapendo quanto la sconfitta, il fallimento e l’ignominia sarebbero stati il tuo destino.

Perché nel 1955, all’età di 31 anni, dopo aver vinto un Oscar per FRONTE DEL PORTO, sei stato intervistato da Edward R. Murrow avvinto dal fumo di sigaretta come in un sudario, e nella tua casa in affitto piena di stucchi sulle colline sopra Los Angeles parlavi già dello sforzo di essere normale.
Perché la tua bellezza ti ha sedotto e ti ha trasformato in un buffone. Perché il buffone va sempre oltre, questa è la sua essenza. Perché essendo un buffone, spargevi morte come se fosse seme.
Perché tutto quel che avevi, lo hai dovuto sperperare.
Perché hai tentato, come Paul Muni, di eclissarti nei film. Perché eri Marco Antonio, Sky Masterson, Zapata, Fletcher Christian, Napoleone! Eri il fuorilegge travestito e clownesco de I DUE VOLTI DELLA VENDETTA — un fiasco che hai girato tu stesso. Eri Vito Corleone ed eri quel ciccione calvo e garrulo di Kurtz in APOCALYPSE NOW quando mormora e balbetta nel buio, la pazzia americana piena di sé.

Perché come il vedovo Paul di ULTIMO TANGO A PARIGI, hai scoperchiato la tua anima malata in una brillante devastazione.
Perché stordito dal cadavere di quella moglie bellissima incorniciata da fiori grotteschi riuscivi a malapena a parlare, fino a quando non hai parlato troppo. Perché eri istupidito dal dolore. Perché non riuscivi a perdonare. Perché nonostante l’ebbrezza hai ballato con grazia imprevista, con la ragazza nei panni di una figlia. Sulla pista del tango volteggiavi, sei caduto in ginocchio, ti sei tolto il cappotto, indossavi una camicia e una cravatta come si deve per celare l’ubriachezza e la disperazione, ti sei sdraiato sul pavimento tra ballerini ignari e a un tratto, contro ogni aspettativa, eri di nuovo in piedi e ballavi… Eri così agile e luminoso in quella parodia alcolica del tango, un clown che sbeffeggia le emozioni esasperate e la tensione sessuale del ballo — perché come avevi detto da ragazzo volevi essere superficiale, volevi intrattenere. E poi ti sei abbassato i pantaloni e hai scoperto le natiche con l’euforia che nasce dal disprezzo.

Perché l’attore non esiste, se non è al centro dell’attenzione.
Perché il cuore dell’attore è un vuoto che nessuna adulazione può riempire.
Perché dopo quel tango demenziale sei rimasto sdraiato, piegato nella spossatezza e nel silenzio del dolore, un cadavere fetale su un balcone nelle grigie luci di Parigi. All’inferno, si balla il tango.
Perché hai fatto del disprezzo di sé un vezzo artistico.
Perché quel che c’era di buono in te, la tua coscienza sociale, la tua propensione verso le cause progressiste, è stato ingoiato dal resto.
Perché ti sei svenduto in una serie di film stupidi, come a sfidare il tuo talento e le nostre aspettative su questo talento. Dove c’è stato così tanto amore, non può esserci perdono.
Perché a 80 anni avevi sopportato tutte le tue età e iniziato a marcire dall’interno, come un albero gigantesco soffocato dai propri cerchi.

Perché quando sei morto, abbiamo capito che eri morto da tempo.
Perché non potevamo perdonare colui che aveva sperperato la grandezza.
Perché ci hai lasciati. E siamo da soli. E ti raggiungeremmo all’inferno, se solo tu ci volessi.

CATEGORIE: Anniversari

2 commenti

  1. laschizzacervelli / 18 novembre 2014

    Grazie ragazzi, non conoscevo questo splendido omaggio a Brando e non ho ancora mai letto nulla della Oates, ma a questo punto provvederò senz’altro!

    • Stefania / 18 novembre 2014

      @laschizzacervelli: della Oates (autrice quantomai prolifica e, tra l’altro, mal sopportata da Capote, pare), ho letto Una famiglia americana http://amzn.to/1yQ6Do6
      A me non piacque molto (l’ho trovata una lettura estenuante: dolorosa, troppo dettagliata… faticosa, ecco), ma in futuro vorrei darle almeno un’altra chance.
      Questa lettera aperta, invece, mi è piaciuta davvero molto, per questo, dopo averla letta, ho voluto condividerla 🙂

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