Nel labirinto della Mente – “Il cigno nero”: la liberazione dal falso sé

Nuovo appuntamento con la rubrica di Nientepopcorn.it dedicata a quei film caratterizzati da trame in cui la psiche umana, generatrice di realtà alternative, è la vera protagonista. In questa occasione, parliamo di un thriller psicologico che è valso l'Oscar alla sua protagonista, Natalie Portman: occhio agli spoiler!

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Con Nel labirinto della Mente, Nientepopcorn.it vi propone una serie di film caratterizzati da trame in cui la psiche umana è protagonista, generando sub-realtà capaci di trarre in inganno sia i protagonisti della vicenda che il pubblico: il nuovo appuntamento è con un thriller psicologico che è valso il successo internazionale al suo regista e l’Oscar alla sua protagonista. Le rivelazioni sono dietro l’angolo, per cui, occhio allo spoiler!

NEL LABIRINTO DELLA MENTE: “IL CIGNO NERO” DI DARREN ARONOFSKY

Terzo film di Darren Aronofsky ad essere presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dopo THE FOUNTAIN – L’ALBERO DELLA VITA (The Fountain, 2006) e il Leone d’Oro THE WRESTLER (2008), IL CIGNO NERO (Black Swan, 2010) è stato il lungometraggio che ha permesso al regista statunitense di ricevere la nomination per la Miglior regia agli Oscar 2011 e la consacrazione mondiale di pubblico e critica. Tra le cinque candidature ricevute agli Academy Awards, IL CIGNO NERO ha permesso a Natalie Portman, all’epoca appena trentenne, di vincere la statuetta come Miglior attrice protagonista: la sua interpretazione è il suggello ad un thriller psicologico che vira verso il genere noir. La rappresentazione notturna della metropoli, l’omicidio, la risoluzione di un mistero, l’uso peculiare dei cromatismi, con il reiterato contrasto tra il bianco e il nero, sono dettagli inseriti nel film per evidenziare la condizione emotivamente instabile del suo personaggio principale.

Nina, la protagonista de ‘Il cigno nero’, è una ballerina classica talentuosa, ma insicura

L’IMMEDESIMAZIONE PERICOLOSA

IL CIGNO NERO racconta la storia della talentuosa ballerina classica Nina (la Portman, LEON), offrendo al pubblico, in maniera assolutamente oggettiva, il punto di vista della ragazza.
Nina sogna di dare un’importante svolta alla sua carriera, divenendo la prima ballerina della compagnia di New York con cui si esibisce da diverso tempo. La compagnia è impegnata nell’allestimento del balletto Il lago dei cigni ed è giunto il fatidico momento di assegnare la parte della protagonista Odette. Nina aspira al ruolo e da tutta sé stessa per dimostrarsi perfetta: quando, finalmente, la ragazza riuscirà a far comprendere al direttore artistico Leroy (Vincent Cassel, L’ODIO) che dentro di lei si nasconde non solo la purezza e l’innocenza del cigno bianco, ma anche il tormento che caratterizza il cigno nero, Nina inizierà un lungo e tortuoso cammino verso l’immedesimazione totale e profonda nel personaggio affidatole, in un pericoloso confronto con una tangibile minaccia esterna, rappresentata da una ballerina appena entrata nel corpo di ballo, Lily (Mila Kunis, TED), che arriva a rappresentare l’oscura minaccia che alberga all’interno della stessa Nina. La protagonista vede materializzarsi in Lily un’antagonista decisa a tutto pur di strapparle la parte, una rivale che tenta di sedurla e di appropriarsi della sua persona: in realtà, è Nina a proiettare su Lily una parte di sé stessa, quella più vulnerabile, che dà forma alle sue paure, e si scontra con la Nina più fragile, racchiusa nel corpo di una ballerina che sta collassando su sé stessa.

Nina fatica a distinguere tra realtà e sogno, tra phaenomana e noumena

LA DIMENSIONE ALLUCINATORIA DEL RACCONTO: PHAENOMENA E NOUMENA

IL CIGNO NERO si apre con un prologo esplicitamente onirico che, fin dalle inquadrature iniziali, sancisce la dimensione allucinatoria, e, quindi, non attinente alla realtà, che regnerà nel corso del film. Assistiamo, infatti, ad un balletto avulso dalla narrazione in cui il cigno nero si mostra in tutta la sua compiutezza, volteggiando rapito da una sorta di flusso negativo che si impadronirà di lì a poco della candida Nina. Il prologo è un manifesto che dichiara apertamente quanto la narrazione sia sì fruibile da parte dello spettatore, ma non sia pienamente comprensibile, per via di quello che Schopenhauer, nel 1819, ha definito come il velo di Maya, che ne impedisce la presa di coscienza, avvolgendo e coprendo ogni cosa.
«Quando denominiamo certi oggetti come fenomeni, esseri sensibili (phaenomena), distinguendo il nostro modo di intuirli dalla loro natura in sé, c’è già che noi, per dir così, contrapponiamo ad essi o gli oggetti stessi in questa loro natura in sé (quantunque in essa noi non li intuiamo), o anche altre cose possibili, ma che non sono punto oggetti dei nostri sensi, come oggetti pensati semplicemente dall’intelletto, e li chiamiamo esseri intelligibili (noumena)» [1]: nell’opera Critica della ragion pura (1781), il filosofo prussiano Immanuel Kant ha definito la distinzione tra fenomeno, ciò che appare agli occhi dell’essere umano come reale, ma in verità risulta filtrato dai suoi cinque sensi, e noumeno, l’essenza di quella stessa apparizione, che si nasconde nei meandri dell’apparenza.
Aronofsky sfrutta a proprio vantaggio la vista e l’udito di Nina per creare elementi allucinatorii in grado di sostituirsi con molto realismo ai fatti reali, dando vita ad un malessere vissuto a livello inconscio dalla protagonista: Nina non è consapevole degli stati alterati da lei vissuti.
Lo spettatore percepisce il tempo, lo spazio e i personaggi immersi nella scena indossando, letteralmente, gli occhi di Nina, assumendo passivamente il suo punto di vista, indubbiamente malato, alterato, e quindi immerso completamente nel fenomeno: Nina è vittima della percezione, delle informazioni che le arrivano dai sensi, i quali tengono ben nascosto il noumeno, la verità dell’accaduto, fino alla rivelazione finale.

Il cigno nero possiede Nina

LA SCISSIONE DELL’IO

Darren Aronofsky prende in prestito la trama del balletto scelto dalla compagnia di Nina, Il lago dei cigni (musicato da Čajkovskij intorno al 1875), e la manipola, costruendo al suo interno il complesso personaggio della protagonista. Il balletto racconta il dramma vissuto dalla regina Odette, trasformata in bianco cigno a seguito di un sortilegio, la quale assiste alla seduzione dell’uomo che ama da parte del cigno nero, una fanciulla che ha assunto le sue sembianze.
Dei numerosi finali del balletto esistenti, Aronofsky ha scelto quello in cui Odette non può sciogliere l’incantesimo che l’ha colpita: piangendo per il suo amaro destino, la regina si accascia sulle acque di un lago che inghiotte non solo lei, ma anche l’amato principe che, resosi conto dell’inganno, si lascia morire con Odette. Il regista ha lavorato sulla trama tradizionale del balletto, mantenendone ed esaltandone la struttura principale, corrispondente alla scissione della protagonista in due entità speculari nel corpo, ma opposte nell’animo. Nina/Natalie Portman, dunque, si sdoppia non solo durante la sequenza conclusiva, in cui si trasforma da cigno bianco in cigno nero, come da tradizione, ma anche (e soprattutto) nel corso del film, portando progressivamente alla luce quell’acuto disprezzo e quel radicato malessere che pervadono il suo corpo, un corpo che Nina crede non sia all’altezza dei compiti che le vengono assegnati o che brama, in cui non ripone fiducia, finendo per non accettarsi e aspirando ad un grado di perfezione irreale: questi elementi di profonda insicurezza danno forma alla sua “gemella cattiva”, al suo falso sé.

Il colore rosso come presagio di morte

LA LIBERAZIONE DAL FALSO SÉ

Dal candido bianco (che simboleggia la prevalenza del cigno bianco, dell’Io più puro ed originale) indossato inizialmente, Nina vira drasticamente verso indumenti di colore nero, lasciando che il cigno nero, il suo falso Io, prevalga e si impadronisca del suo essere. Tra i due colori che dominano la fotografia del film, ad un tratto si insinua il rosso: il sangue fuoriesce a fiotti da piccole ferite e la parola “whore” (puttana) che compare in bagno, scritta in rosso e riferita a Nina, suggeriscono un oscuro presagio di morte.
Per liberarsi del suo falso Io, Nina escogita inconsciamente un possibile, ma fallace rimedio e ricorre all’autolesionismo, cercando di strapparsi di dosso l’altra Nina, che tenta di possederla. Tale autolesionismo giunge al suo punto di massima espressione quando Nina si accoltella con una scheggia di vetro e, infine, muore, riconducendo la trama del film al medesimo epilogo raccontato nel balletto. Se, durante lo spettacolo, Nina/Odette muore per il dolore provocatole dall’uomo amato, nel film Nina trafigge quel corpo sede della sua prigionia, riacquistando la libertà tanto desiderata da lungo tempo, sfuggendo alle grinfie del suo falso sé.

[1] Immanuel Kant, Critica della ragion pura (1781), in particolare la sezione Analitica trascendentale, contenuta in Logica trascendentale

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