I Mestieri del Cinema – La webserie: “Su Marte non c’è il mare” di Lucio Laugelli

Nuovo appuntamento con la rubrica di Nientepopcorn.it dedicata al "saper fare" cinema. Grazie ad un giovane filmaker piemontese, scopriamo insieme cosa si nasconde dietro la produzione di una webserie, una nuova forma di proposizione e di fruizione di contenuti cinematografici.

, di

Con un nuovo appuntamento della rubrica I Mestieri del Cinema, Nientepopcorn.it prosegue il suo excursus nel mondo delle produzioni cinematografiche, nel tentativo di scoprire e illustrare le molteplici figure professionali che lo compongono.
In questa occasione, affronteremo un argomento di grande attualità, ovvero la produzione di una webserie, una forma di fiction seriale studiata per essere fruita direttamente in Rete, che, negli ultimi anni, ha riscosso un notevole successo, tanto da dare vita a premi e intere manifestazioni dedicate al genere.
Ne parliamo con Lucio Laugelli, videomaker freelance piemontese neppure trentenne, tra i membri dello Stan Wood Studio, docente di videomaking, co-fondatore e supervisore della rivista di formazione culturale Paper Street, giornalista pubblicista con lavori editi su Repubblica TV e Rolling Stone, che, in qualità di regista, sceneggiatore e montatore, con la webserie autoprodotta SU MARTE NON C’È IL MARE è approdato sulle pagine virtuali dell’edizione online del quotidiano torinese La Stampa.

NP: Scorrendo il tuo curriculum, balza agli occhi il fatto che, dacché ne hai avuto la possibilità, ti sei dedicato alla cinematografia.
Lucio Laugelli: In effetti, sì: dopo essermi diplomato al liceo classico, ad Alessandria, mi sono laureato al DAMS di Bologna e, poi, mi sono specializzato alla IULM di Milano. Dal 2009, realizzo audiovisivi, principalmente interviste, report, video musicali, e nel 2015, insieme al fotografo Angelo Ferrillo, ho vinto un Premio Canon nella sezione videoclip, un riconoscimento a cui tengo moltissimo. Ma anche Paper Street è legato a due delle mie grandi passioni, il cinema e la scrittura: nel 2007, insieme a tre compagni del liceo, ho dato vita a questo progetto editoriale anche per dare sfogo a queste mie propensioni, per esempio scrivendo recensioni di film, eventi e spettacoli. Con il tempo, la rete di collaboratori del sito si è espansa e, complici altri impegni, ho messo da parte l’attività redazionale vera e propria. Insieme al montaggio, la scrittura, in questo caso di sceneggiature e dialoghi, è una delle attività che amo di più: forse, perché si tratta di occupazioni a cui posso dedicarmi in solitario, riservandomi un po’ di intimità. In entrambi i casi, siamo solo io, il computer e un po’ di musica in sottofondo. Spesso, in particolare quando gli impegni si accavallano, vorrei poter delegare alcuni impegni a terzi, ma mi piace avere tutto sotto controllo e una figura di sintesi e di coordinamento, comunque, è d’obbligo, soprattutto quando i budget a disposizione sono limitati e occorre concentrare più professionalità in un numero ristretto di collaboratori.

Lucio Laugelli al lavoro sul set di “Su Marte non c’è il mare” © Giulia Ricagni

NP: Come è nata l’idea di produrre una serie per il web? Avevi voglia di provare nuove forme di espressione e di testare un nuovo mezzo di diffusione del prodotto finito?
Lucio: In realtà, SU MARTE NON C’È IL MARE non nasce espressamente per la fruizione in Rete, non la considero esattamente una web series: piuttosto, è un prodotto multiforme, strutturato in modo da essere presentato sia in maniera seriale che come lungometraggio. Infatti, la sua durata totale è di quasi 70 minuti: è un film in piena regola, però la sceneggiatura è stata strutturata in modo da avere i tempi narrativi tipici di una serie ad episodi, con cesure precise in corrispondenza di 4 momenti della vicenda, per poter consentire una suddivisione del montato in 4 puntate. Questa “malleabilità” del prodotto, mi consentirà di proporlo anche altrove, a qualche festival, per esempio, sottoforma di lungometraggio, per l’appunto.

NP: Per il cortometraggio ANCORA CINQUE MINUTI (2014), hai fatto ricorso al crowdfunding: come hai finanziato questo progetto e perché hai pensato a La Stampa come principale mezzo di diffusione del prodotto finito?
Lucio: Per SU MARTE NON C’È IL MARE, costato circa €7500, ho richiesto e ottenuto un finanziamento dalla Fondazione CRAL, la Cassa di Risparmio di Alessandria. A La Stampa, sono arrivato dopo aver parlato con un amico giornalista impiegato nella redazione del quotidiano: pur essendo la terza testata più letta d’Italia, il giornale di Torino non aveva ancora sperimentato questo tipo di contenuti. Quello offerto da un quotidiano è, in potenza, il pubblico più ampio e facilmente raggiungibile, così io e i miei collaboratori ci siamo detti: “Proviamo!” e… siamo finiti sulla famosa “colonna di destra” dell’edizione online de La Stampa.

© Giulia Ricagni

NP: SU MARTE NON C’È IL MARE racconta la storia di un quasi-trentenne, che, a dispetto del proprio talento come filmaker e nonostante una prestigiosa esperienza negli Stati Uniti, torna in Italia, ma non riesce a trovare i mezzi e le possibilità per praticare la propria passione. Mentre si arrabatta per sbarcare il lunario, viene coinvolto in una curiosa “avventura immobiliare”: il ragazzo decide di affittare il vecchio appartamento del nonno ad un misterioso inquilino disposto a pagare ingenti somme di denaro per occupare la casa solo una notte a settimana. Gli spunti principali della vicenda, aspetti negativi a parte, sembrano attingere alla tua biografia: quanto influiscono le esperienze personali nella stesura di una sceneggiatura?
Lucio: Sono convinto che sia sempre meglio raccontare ciò che si conosce meglio: i bravi sceneggiatori possono narrare qualsiasi cosa anche senza averne esperienza diretta, ma la componente autobiografica permette sicuramente di avvicinarsi meglio alla materia del racconto. Certo, essa non deve diventare preponderante, non deve prevaricare il resto diventando l’argomento fondamentale, oserei dire ombelicale della narrazone, a meno che non si tratti di biografie di cineasti di una certa fama, ovviamente.

NP: Anche i gusti letterari e cinematografici dello sceneggiatore diventano parte del bagaglio biografico che si riversa sul copione. Nel caso di SU MARTE NON C’È IL MARE, da buon cinefilo, quali sono stati i tuoi principali riferimenti?
Lucio: Si tratta di un noir… giallino, ovvero di una storia misteriosa caratterizzata da un forte desiderio di sdrammatizzare gli aspetti più cupi di una vicenda potenzialmente pericolosa. Dal mio punto di vista, nell’ottica di una produzione low budget realizzata da giovani professionisti, l’aderenza completa ad un genere, per esempio il thriller, rischia di mandare tutto a rotoli: sono sempre a favore dell’equilibrio tra gli elementi tipici del genere e i dettagli immediatamente riconducibili alla “vita di tutti i giorni”, sia per evitare scivoloni dovuti ad un confronto impari con produzioni più strutturate che per permettere allo spettatore di trovare degli appigli plausibili. Per questo lavoro, per esempio, ritengo che Hitchcock sia stato imprescindibile: anche il titolo, SU MARTE NON C’È IL MARE, richiama esperienze hitchcockiane, perché si tratta di un MacGuffin nel suo stile: si tratta del titolo del film interpretato dalla ex-fidanzata del protagonista, citato all’inizio del primo episodio, che richiama una mia comica riflessione fatta all’epoca della scoperta dell’acqua su Marte e basata sul fatto che, anche se potessimo andare a vivere sul Pianeta Rosso, non avremmo un lungomare dove andare a bere una birra. Tornando ai film che mi hanno ispirato per questo lavoro, ho rivisto con molto piacere un paio di lavori di Roman Polanski, ovvero L’INQUILINO DEL TERZO PIANO (1976) e LA NONA PORTA (1999), film un po’ troppo bistrattato da critica e pubblico, ma che, secondo me, non è proprio da buttare via. In particolare, da quest’ultimo ho tratto le suggestioni per le musiche della colonna sonora originale, composte da Alessandro Cerami e Giacomo Franzoso con la partecipazione straordinaria dei Perturbazione e la collaborazione di Elisabetta Gagliardi. Per quanto riguarda il brano di Erik Satie che compare in alcune scene, risuonato per l’occasione dalla pianista Alice Bovone, l’ho scelto dopo essere stato informato che i diritti sulle sue composizioni erano scaduti: dato che la Gymnopedie ha accompagnato lunghe sere di montaggio del girato al pc, ho pensato che fosse l’occasione perfetta per inserirla nel prodotto finito.

© Giulia Ricagni

NP: Per quanto riguarda il cast, come hai proceduto alla scelta degli attori?
Lucio: Sempre per limitare i costi, ho circoscritto la ricerca alla zona di Alessandria e Asti, dove abbiamo anche svolto le riprese. Sono entrato in contatto con Michele Puleio, un attore teatrale che sta viaggiando tantissimo, dalla Cina alla Norvegia, e con cui, dopo l’affidamento del ruolo del protagonista, ho stretto un legame professionale di cui sono veramente entusiasta. Per circa un mese, ho proseguito il casting insieme a lui: avendo chiaro il suo ruolo, è stato in grado di darmi le dritte giuste per completare il cast in maniera oculata. Oltre agli altri interpreti principali, come Maurizio Pellegrino e Christian Bellomo, abbiamo coinvolto oltre 100 comparse. È stato un lavoro ampio ed articolato, composto da più di 50 scene, girato in una decina di giorni, con ampio dispendio di energie mie e di tutti i miei collaboratori: dal direttore della fotografia Paolo Bernardotti, ai costumisti Giulia Cantini e Elio Mariani, passando per la scenografa Francesca Grassano, fino al fonico di presa diretta Federico Pennazzato e ai produttori esecutivi, Giacomo Franzoso e Giacomo Lamborizio.

Dopo tanto chiacchierare, ecco il primo episodio di SU MARTE NON C’È IL MARE: per le puntate successive, appuntamento, ogni mercoledì, fino al 18 maggio, sul sito de La Stampa e, poi, sulla pagina Facebook del progetto.

[Nell’immagine principale, foto dal set © Giulia Ricagni]

Lascia un commento

jfb_p_buttontext