I Mestieri del Cinema – Il filmaker, l’autoproduzione e la promozione culturale: Laboratorio Probabile Bellamy

Nuovo appuntamento con la rubrica di Nientepopcorn.it dedicata al "saper fare" cinema. Grazie ad un'associazione culturale che si occupa della realizzazione e diffusione di contenuti cinematografici, scopriamo insieme cosa significa autoprodurre un film e come ci si rapporta ad eventuali committenti.

, di

Nientepopcorn.it prosegue il suo viaggio dietro le quinte del mondo della Settima Arte, svelando i segreti de I Mestieri del Cinema. In questo nuovo appuntamento della nostra rubrica, parleremo concretamente di fare cinema avvicinandoci al mondo delle autoproduzioni, grazie ad un ricco colloquio avuto con il direttivo di Laboratorio Probabile Bellamy, un’associazione culturale con sede a Genova volta alla promozione della cultura cinematografica.
L’associazione Bellamy è nata nel 2004, grazie alla cooperazione tra alcuni studenti universitari provenienti da diverse aree disciplinari: dal 2006, Bellamy lavora principalmente nel settore cinematografico, dedicandosi alla realizzazione di sceneggiature, alla produzione di video istituzionali e documentari e all’organizzazione di eventi a tema, workshop, proiezioni, rassegne e seminari. Composto da una sessantina di soci, Bellamy unisce l’attività di produzione cinematografica a quella di promozione culturale, grazie anche alla simbiosi con il teatro Altrove, uno spazio situato nel centro storico di Genova che, grazie all’attività continuativa e all’interazione diretta con il pubblico, agevola la diffusione del materiale proposto dall’associazione.
Due savonesi poco più che trentenni, ma con una notevole esperienza professionale alle spalle, Samuele Wurtz, filmaker, e Ilaria Sechi, presidentessa di Bellamy dal 2009, ci raccontano le gioie e i dolori di chi ha fatto del cinema una vera scelta di vita.

Laboratorio Bellamy: l’allestimento di un set

NP: Samuele, qual è stato il tuo percorso formativo? Come sei arrivato alla professione di filmaker?
Samuele: Sono laureato in Lettere Moderne, ma ho sempre amato “fare cinema”, anche da ragazzino, ovviamente con mezzi e conoscenze limitati. Nel 2007, sono stato ammesso al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, quando, non ancora particolarmente famoso, ne era docente anche Paolo Sorrentino, che ha curato le lezioni del mese propedeutico che ho frequentato. In realtà, ho abbandonato presto quel contesto e ho continuato ad “allenarmi” da solo, realizzando alcuni piccoli lavori per mio conto e lavorando sui set altrui. Come quello del film GIORNI E NUVOLE di Silvio Soldini, girato a Genova. Le riprese sono state abbastanza lunghe, circa 6 mesi, e, benché mi siano state affidate soprattutto attività extra-cinematografiche, ho fatto un’importante esperienza. I membri del cast e, soprattutto, della troupe di una produzione simile convivono spalla a spalla per così tanto tempo che si sviluppano dinamiche personali complesse, sia in senso positivo che negativo: l’atmosfera sul set è una componente aggiuntiva della produzione cinematografica che non può essere ignorata. Nel 2010, ho lavorato come operatore e montatore a L’ISOLA DEI SORDOBIMBI di Stefano Catini, premiato ai David come Miglior Documentario di Lungometraggio. Quello stesso anno, per Bellamy, ho realizzato un mediometraggio a soggetto sulla Resistenza, PUSHBAR, che ha partecipato anche al Genova Film Festival. Uno dei set più divertenti che ho frequentato, invece, è quello sulla fabbrica di fisarmoniche di Stradella, in provincia di Pavia, dove ho girato un documentario. Tra i contesti più stimolanti, mi vengono in mente quelli frequentati per realizzare un documentario sul pastificio Novella di Sori, in provincia di Genova, dove sono entrato in contatto con coloriti aneddoti d’epoca, e quello del progetto Somìa di Brescia, che racconta l’attività, profondamente legata al territorio, di un gruppo di persone che lavorano con la Natura. L’aspetto antropologico del mio lavoro mi affascina parecchio. Poi, con Bellamy, ho fatto tanti piccoli grandi lavori che gravitano sempre nel mondo della rappresentazione visiva, dalle installazioni video in occasione di particolari eventi, alla supervisione tecnica di incontri con personalità della cultura e dello spettacolo, passando per l’insegnamento. Ora, per esempio, sono docente di linguaggi audiovisivi presso un istituto genovese.

Lo staff di Bellamy al lavoro

NP: In cosa consiste esattamente la tua attività di filmaker?
Samuele: Mi occupo principalmente di spot e documentari, spesso autoprodotti o finanziati grazie agli enti locali. La forma-documentario è la mia preferita, perché mi consente di entrare in contatto con le persone, la vita in generale, mi permette di scoprire aspetti e curiosità con cui, altrimenti, non sarei in grado di rapportarmi. Diciamo che, in generale, mi occupo della produzione di un prodotto cinematografico a 360°, dalla sceneggiatura al montaggio, un’attività che mi diverte molto. Paradossalmente, uno degli stimoli maggiori è rappresentato da un limite che devo essere in grado di padroneggiare, ovvero i risicati fondi economici. In particolare quando si tratta di autoproduzioni, è necessario adattare le idee al budget ridotto a disposizione: gli spunti ed i loro sviluppi devono essere plasmati sulla disponibilità economica. Anche quando si lavora su commissione, però, bisogna essere in grado di ottenere il massimo dai fondi messi a disposizione: il famoso saper fare, l’esperienza, quindi, sono indispensabili per ottimizzare budget e strumenti.

NP: A grandi linee, qual è l’iter lavorativo che segui? Ci sono grosse differenze tra un lavoro svolto in totale autonomia e quello sviluppato per conto di un committente?
Samuele: Dipende sempre dalla committenza e dal grado di libertà che mi concede. A prescindere, comunque, tento di limitare al massimo gli interventi “dall’alto”, presentando una sceneggiatura a prova di bomba. Dal punto di vista tecnico, quando mi occupo di lavori di tipo “commerciale”, come gli spot pubblicitari, non posso osare granché e le tecniche in gioco sono “standard”, per intenderci. Per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro, diciamo che, oltre all’elaborazione dell’idea e alla scelta della sua forma espressiva, ci sono almeno quattro fasi. Innanzitutto, un lavoro preparatorio preliminare che coincide con l’acquisizione di una certa intimità, di confidenza, con l’idea stessa: sviscerarla per rappresentarla, insomma, e conoscerla al meglio permette di evitare i citati sprechi di denaro e di tempo. Poi, nel caso di un lavoro di fiction, c’è l’individuazione degli attori. Segue il cosiddetto spoglio tecnico, cioé la suddivisione della sceneggiatura in blocchi: anche questo è un passaggio fortemente legato alla disponibilità economica della produzione. L’essenzialità e l’efficacia della sceneggiatura contribuisce a non sforare sul budget a disposizione. Infine, la realizzazione vera e propria, costituita dalle riprese e dall’attività di editing, consistente perlopiù nel montaggio del girato, nell’analisi della qualità del suono, ovvero del suo effetto sulle immagini, e dell’assemblaggio delle musiche, qualora ve ne siano.

Laboratorio Bellamy: ciak su un set

NP: Ilaria, oltre che di alcuni aspetti pratici sul set, tu ti occupi della produzione esecutiva e della parte burocratica legata alle attività di Bellamy: quanto conta gestire le relazioni esterne?
Ilaria: Ovviamente, è un’attività fondamentale. Oltre a tenere sempre sott’occhio i bandi utili al finanziamento dei progetti autonomi, intrattengo le relazioni con gli enti locali, richiedo le eventuali autorizzazioni necessarie alla realizzazione delle riprese, pianifico il cronoprogramma del set e studio la logistica utile alle relative attività.

NP: Tra tutte le mansioni che ti coinvolgono, decisamente eterogenee, qual è la tua preferita?
Ilaria: Mi piace molto occuparmi delle scenografie e dei costumi: ho l’istinto della trovarobiera. In occasione di uno spettacolo teatrale che Bellamy ha prodotto e realizzato nel 2013 grazie ad una campagna di crowdfunding, HAMLET SCORE, un reading musicale con retroproiezioni e letture in scena, ho curato personalmente proprio questi aspetti della produzione, divertendomi moltissimo. Credo che la mia formazione accademica e le conoscenze acquisite grazie alla laurea in Storia dell’Arte Contemporanea, mi aiutino non poco, in questo senso.

NP: Per concludere, sul set e in post-produzione di quale attrezzatura tecnica vi avvalete?
Samuele: I mezzi economici sono limitati, perciò praticamente tutto quello che guadagniamo lo investiamo nell’acquisto di nuovi strumenti e tecnologie: diciamo che, benché io ami molto la pellicola, tanto che gran parte delle proiezioni che organizziamo all’Altrove sono di copie di film su pellicola 35 mm. avventurosamente integre, le tecniche digitali consentono una grande possibilità di sperimentazione. Per realizzare le riprese, mi avvalgo di una Reflex 5D e di varie ottiche. Uso anche il gimbal, uno stabilizzatore digitale dell’immagine basato sulla tecnologia del giunto cardanico. Il fonico si avvale di un registratore digitale e di un microfono professionale. Quando occorre, usiamo droni, dolly, minigru, carrelli, perlopiù a noleggio. Per quanto riguarda il montaggio, banalmente, sfrutto le potenzialità offerte dalla suite Adobe.

Info e contatti: Laboratorio Probabile Bellamy

[Nella foto principale: Samuele Wurtz e Ilaria Sechi al lavoro su un set]

Lascia un commento

jfb_p_buttontext