I Mestieri del Cinema – Il direttore della fotografia: il documentario di Kamkari su Carlo Di Palma

Nuovo appuntamento con la rubrica di Nientepopcorn.it dedicata al "saper fare" cinema. Grazie al documentario "Acqua e zucchero: Carlo Di Palma, i colori della vita" scopriamo l'attività e il lascito umano e artistico del grande direttore della fotografia romano.

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Continua il viaggio di Nientepopcorn.it alla scoperta de I Mestieri del Cinema, le figure professionali indispensabili alla realizzazione di un progetto cinematografico.
Questa volta, ci immergiamo nel lavoro di un direttore della fotografia irraggiungibile come Carlo Di Palma, protagonista dell’ineguagliabile stagione del cinema italiano segnata dai nomi di Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Pietro Germi, Vittorio De Sica, Mario Monicelli, Ettore Scola.
Scorrere la filmografia di Carlo Di Palma significa posare lo sguardo sulla storia della migliore produzione cinematografica italiana e internazionale del Secondo Dopoguerra: Di Palma, direttore della fotografia di oltre 100 film, sceneggiatore e regista di alcuni di essi, come TERESA LA LADRA (1973), ha rappresentato una delle massime espressioni dell’arte italiana della cinematografia, un connubio perfetto di sensibilità, passione e tecnica che ha saputo conquistare anche Woody Allen, il quale ha fatto di Di Palma un suo stretto amico e collaboratore in 12 dei suoi film, da HANNAH E LE SUE SORELLE (1986) fino a HARRY A PEZZI (1997). Fu Di Palma, per esempio, a ritirare in sua vece il Leone d’Oro alla Carriera assegnatogli nel 1995 e a leggere il suo discorso di ringraziamento: un atto di fiducia che ha sottolineato la stima che Allen nutriva nei confronti dell’amico.

  • IL DOCUMENTARIO “ACQUA E ZUCCHERO: CARLO DI PALMA I COLORI DELLA VITA”

    A circa tredici anni dalla morte di Di Palma, avvenuta a Roma nel 2004, all’età di quasi ottant’anni, arriva nelle sale italiane ACQUA E ZUCCHERO: CARLO DI PALMA I COLORI DELLA VITA (2016), un documentario dedicato all’incredibile carriera e al lascito culturale del professionista romano che è anche un excursus all’interno della storia del cinema.
    Il film è stato presentato in concorso a Venezia 2016 nella sezione Documentari di Venezia Classici, ha partecipato al Toronto Film festival 2016, ha vinto il Nastro d’Argento 2017 per il Miglior Documentario su cinema e spettacolo e, ora, è in tournée in alcune sale selezionate. Ne è autore Fariborz Kamkari, regista e sceneggiatore iraniano di origine curda, italiano d’adozione: dopo diversi lavori di fiction (I FIORI DI KIRKUK, 2010; PITZA E DATTERI, 2015), Kamkari è tornato al documentario, un suo antico amore professionale, per omaggiare un artista come Di Palma che ha saputo segnarlo profondamente dal punto di vista artistico, professionale e umano.
    “Ho iniziato a lavorare nel cinema proprio con i documentari”, ci ha raccontato Kamkari, durante un’intervista telefonica. “Per me, è una specie di ossessione. Come molti altri colleghi, soprattutto mediorientali, considero il cinema come un mezzo di comunicazione, uno strumento attraverso cui esprimersi e comunicare al e con il mondo. Sono tornato a fare documentari per trasmettere le cose che ho nel cuore. Si tratta di una caratteristica che condivido con Di Palma, che era una persona di grande sentimento”.

Bernardo Bertolucci e Carlo Di Palma sul set del film “La tragedia di un uomo ridicolo” (1981)


NP:
“Sia ripensando all’attività di Di Palma che alla sua esperienza diretta nel mondo del cinema, perché il lavoro di un direttore della fotografia è considerato fondamentale, per la buona riuscita di un film?”
Fariborz Kamkari:
“Perché, all’interno di una produzione cinematografica, quello del direttore della fotografia è realmente il secondo ruolo più importante, dopo quello del regista: il suo contributo ha un grandissimo impatto sulla resa finale di un film. Per fare questo, un bravo direttore della fotografia deve avere ben chiaro cosa desidera un regista, deve intercettarne necessità e desideri. Il risultato finale dipende moltissimo dal suo contributo. E, in questo, Di Palma era bravissimo: è riuscito a stringere un profondo sodalizio umano e professionale con tutti i registi con cui ha lavorato, perché era in grado di seguire alla perfezione le loro indicazioni e di assecondarle, mediandole attraverso la sua sensibilità artistica”.

“Blow-Up” (1966)

NP: “Qual è stato il primo film di Di Palma che ha conosciuto e apprezzato?”
Fariborz Kamkari:BLOW-UP di Antonioni, anche se, all’epoca ero un ragazzino e non avevo minimamente idea che il direttore della fotografia fosse Carlo Di Palma: l’ho scoperto solo molto tempo dopo. Sono innamorato follemente di quel film: ho anche scritto la mia tesi in Regia e Letteratura drammatica su quell’argomento. È un film poetico, importante, soprattutto a livello tecnico: ha anticipato spaventosamente i tempi, una costante del lavoro di Carlo. Nella prima metà degli anni Sessanta [cfr. il film è uscito nel 1966], Di Palma e Antonioni sono riusciti a creare un effetto digitale su pellicola, con una qualità pari se non superiore a quella che potremmo ottenere oggi con le attuali tecnologie: i colori sono letteralmente plastici e si coniugano perfettamente con il tono astratto del film”.

NP: “È curioso pensare che Di Palma, che ha trovato la sua massima forma espressiva nei film a colori, arrivi dal mondo del bianco e nero, a cui peraltro è tornato con i magistrali chiaroscuri di OMBRE E NEBBIA (1991) di Woody Allen: ha lavorato a titoli fondamentali del cinema italiano come OSSESSIONE (1943) di Visconti, LADRI DI BICILETTE (1948) e SCIUSCIÀ di Vittorio De Sica e DIVORZIO ALL’ITALIANA (1961) di Germi che, com’è noto, sono stati girati in b/n”.

“Ombre e nebbia” (1991)

Fariborz Kamkari: “Eppure, nonostante possa sembrare paradossale, quel periodo è stato fondamentale per la sua successiva evoluzione artistica: non dimentichiamo che è stato allievo di un grande maestro come Gianni Di Venanzo, che, con la sua fotografia, ha contribuito a rendere indimenticabili film come 8 1/2 (1962) di Fellini, L’ECLISSE (1963) di Antonioni, LE MANI SULLA CITTÀ (1963) di Francesco Rosi. La cosiddetta scuola del b/n si è rivelata perfetta per lavorare con il colore, perché l’approccio di Di Palma è stato di impianto classico, molto simile a quello dei maestri del colore del Rinascimento, come Michelangelo. Lavorare con il b/n gli ha permesso di comprendere come è possibile trasfigurare e trasformare la realtà a colori, permettendo allo spettatore di percepire i colori e le loro sfumature anche quando non sono visibili sulla pellicola. Sicuramente, su di lui ha influito molto la passione per la fotografia intesa come strumento artistico, non tecnico: aveva lo sguardo del pittore ed essere nato e cresciuto a Roma è stato fondamentale per forgiare la sua sensibilità artistica. Da ragazzino, andava in giro per le tante chiese della città a osservare e a studiare le opere di pittura e di scultura conservate al loro interno: le composizioni degli apparati plastici e scenografici tipici delle architetture di Roma e la stessa città, con le sue peculiarità, lo hanno conquistato e permeato, diventando esempi da seguire nella pratica della sua professione”.

NP: “Alla luce della lunga analisi compiuta sul lavoro di Di Palma, a cui si aggiungono i 5 anni di ricerca documentaristica utile per realizzare ACQUA E ZUCCHERO, quali ritiene che siano le caratteristiche distintive del suo stile?”

“L’armata Brancaleone” (1966) di Mario Monicelli

Fariborz Kamkari:Ciascun lavoro di Di Palma è diverso dall’altro, perché, in ogni occasione, ha risposto a esigenze differenti espresse sia dal regista che richieste dalla sceneggiatura. Non a caso, desiderava partecipare attivamente a tutto il processo creativo e produttivo di un film, lavorando gomito a gomito con i registi e con gli sceneggiatori: solo in questo modo poteva sapere davvero di cosa aveva bisogno un film, dai colori al taglio particolare di un’inquadratura. Ci sono tanti bravissimi direttori della fotografia che si riconoscono immediatamente, perché, di film in film, ripropongono sempre gli stessi elementi: Di Palma, invece, era puntualmente differente, sempre unico, amava inventare di set in set, ed è proprio questa varietà che lo rende subito riconoscibile. Nel mio documentario, ho inserito alcuni spezzoni dei film a cui ha lavorato, ma è stato difficile fare una scelta all’interno della sua vasta filmografia: è complicato trovare degli esempi specifici che chiariscono qual era la sua ricetta. Era un artigiano nel senso stretto del termine: creava arte in maniera artigianale, lontano da logiche industriali. Sicuramente, nei film a colori in cui Di Palma è direttore della fotografia è possibile cogliere il suo amore per le tinte calde, morbide, pastose. Ecco, l’uso del colore di Di Palma è paragonabile all’opera di un bravo pittore cinquecentesco: Carlo sapeva dipingere le inquadrature, usando luce, senso della profondità e… magia”.

“Il mostro” (1994) di e con Roberto Benigni

NP: “La carriera di Di Palma è ricchissima, si è occupato anche di televisione e di teatro: dai primi anni Quaranta, quando ha esordito ancora adolescente come assistente operatore in L’AVVENTURIERA DEL PIANO DI SOPRA (1941) di Raffaello Matarazzo, ha lavorato pressoché ininterrottamente fino al 2001, quando ha collaborato al documentario collettivo UN ALTRO MONDO È POSSIBILE“.
Fariborz Kamkari: “In realtà, ha iniziato a lavorare ben prima, quando aveva appena 5 anni: è stato un ‘bambino di cinema’. Suo padre e suo fratello lavoravano negli studi di Roma e lui è sempre stato immerso attivamente in quel mondo a cui si è donato visceralmente. Di Palma amava condividere le sue conoscenze, il suo sapere e, soprattutto, la sua passione. Amava ripetere: ‘Io do tanto, per ricevere tanto’. Per esempio, durante le riprese di BLOW-UP, che si sono svolte a Londra, Di Palma conobbe Stanley Kubrick, allora impegnato nella lavorazione di 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO. Il regista newyorkese rimase profondamente impressionato dal suo lavoro, al punto che attese la chiusura del set di Antonioni per usare anche nel suo film alcune attrezzature di Di Palma, tra cui le famose ‘pinze’, le luci che vengono letteralmente ‘attaccate’ in vari punti di una scena. Di Palma rimase con Kubrick per aiutarlo durante le riprese, eppure non risulta accreditato in quel film. Ecco, lui amava condividere il sapere, era un uomo molto generoso, non era geloso della sua esperienza, voleva che fosse una sorta di patrimonio condiviso e molte delle sue invenzioni e dei suoi accorgimenti tecnici sono diventati di uso comune nel mondo del cinema”.

NP: “Per realizzare ACQUA E ZUCCHERO, ha intervistato registi come Ken Loach, Abel Ferrara, Nikita Mikhalkov e Wim Wenders, che, pur non avendo mai lavorato con Di Palma, si dichiarano in debito con lui, nonché suoi grandi ammiratori”.

Ken Loach nel documentario “Acqua e zucchero”

Fariborz Kamkari:Si tratta dell’eredità di Carlo Di Palma. Il suo desiderio di condividere le proprie conoscenze lo ha reso un modello per tutti coloro i quali sono in grado di coglierne la bravura. Per realizzare il mio documentario, ho visitato molti Paesi e incontrato tantissime persone che sono state colpite e influenzate dalla generosità professionale e umana di Di Palma: era un uomo che amava il suo lavoro, che coltivava una passione che era intenzionato a trasmettere. In Italia, ha lavorato in un momento fantastico, quello del Secondo Dopoguerra, del Neorealismo: come dice Martin Scorsese, c’è un cinema mondiale prima e dopo ROMA, CITTÀ APERTA (1945) di Rossellini, sul cui set ha lavorato anche Carlo. Quel film è stato uno spartiacque fondamentale della storia del cinema, ha dato il via a quello che, nel mondo, è conosciuto come Italian Style e Di Palma è stato assoluto protagonista di quel che è nato da quel film. Il cinema italiano politico e sociale figlio di quell’esperienza appartiene all’umanità e i giovani cineasti come me sono debitori nei confronti degli autori che lo hanno reso tale, dobbiamo rendergli merito in ogni modo possibile, in ogni occasione. È questo ciò che ho tentato di fare con ACQUA E ZUCCHERO: omaggiare una parentesi fondamentale della storia del cinema e la vita e la passione di uno dei suoi grandi professionisti. È importante ricordare alle nuove generazioni che devono ritrovare il piacere di fare le cose con il cuore, con una passione senza limiti, proprio come quella di Di Palma“.

[Nella foto principale: Woody Allen e Carlo Di Palma al lavoro su un set]

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