I Mestieri del Cinema – L’attrice: Beatrice Schiros

Nuovo appuntamento con la rubrica di Nientepopcorn.it dedicata al "saper fare" cinema. L'attrice Beatrice Schiros, nel cast del film "La pazza gioia" di Paolo Virzì, presente a Cannes 2016 nella Quinzaine des Realisateurs, ci racconta la sua esperienza decennale tra cinema, teatro e tv.

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Nientepopcorn.it prosegue l’esplorazione dei set cinematografici nell’emozionante tentativo di scoprire I Mestieri del Cinema, ovvero le molteplici figure professionali che concorrono a far muovere la grande macchina della Settima Arte.
Dopo aver gironzolato virtualmente dietro le macchine da presa, questa volta passiamo dall’altra parte della barricata, parlando con Beatrice Schiros, attrice modenese forte di una lunga e particolarmente ricca esperienza in teatro (lo spettacolo Thanks for Vaselina della Carrozzeria Orfeo, le cui repliche romane al Piccolo Eliseo di Roma si sono appena concluse, sono state un grande successo di pubblico e di critica) che, dopo alcune avventure televisive, è entrata nel cast de LA PAZZA GIOIA, l’ultimo film di Paolo Virzì, presente a Cannes 2016 nella rassegna parallela Quinzaine des Realisateurs e in uscita nei cinema italiani il 17 maggio.
La pellicola del regista livornese, girata tra maggio e agosto 2015, tra Roma, Lucca e Viareggio, ha per protagoniste Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi nei panni di una coppia di ospiti di una clinica privata per soggetti con problemi psicologici: nel film, la Schiros interpreta una delle degenti della struttura, una donna affetta da disturbi ossessivi compulsivi.

Beatrice Schiros © Lucia Silletta

NP: Beatrice, come sei arrivata nel mondo del cinema?
Beatrice Schiros: Quella sul set di Virzì è stata la mia prima esperienza cinematografica e, benché… o forse proprio perché è stata profondamente diversa da tutte quelle fatte finora nella mia carriera, vorrei viverne subito un’altra. Mi sono divertita molto ed ho imparato altrettanto, sia dalla vita sul set che dall’interazione e dal rapporto con le persone che hanno condiviso con me la scena ed i tempi morti tra una ripresa e l’altra. Melania Caccucci, già documentarista nel backstage di GOMORRA di Garrone (2008), ha girato un docufilm ricchissimo dietro le quinte de LA PAZZA GIOIA che illustra bene queste dinamiche.

NP: Come si è presentata l’occasione di partecipare ad una produzione così importante come LA PAZZA GIOIA?
Beatrice: Sono stata selezionata insieme alla mia collega Francesca Turrini grazie ad un casting in teatro che si è svolto nel febbraio 2015, un provino quasi improvvisato, con quattro frasi a disposizione che è andato felicemente in porto. Io e lei siamo molto diverse e anagraficamente distanti, ma da tempo lavoriamo bene insieme. Ci siamo date una mano per elaborare i nostri personaggi: la sceneggiatura scritta da Virzì e da Francesca Archibugi era molto essenziale, diciamo che sapevamo solo che i nostri personaggi erano afflitti da problemi psicologici diversi, il mio di natura ossessivo compulsiva, mentre quello della Turrini era paranoico. Non abbiamo solo delineato il loro carattere, ma abbiamo deciso noi come dovessero apparire, come dovessero vestirsi e, in parte, ci siamo anche occupate dell’attrezzeria. In questo senso, Virzì ci ha dato molta libertà, ma ci ha anche messe alla prova: benché sia una persona estremamente paziente e molto disponibile a dare suggerimenti e a indirizzare gli attori, so che ha apprezzato molto la nostra intraprendenza e il risultato delle nostre scelte. Non a caso, ci ha dimostrato la sua ammirazione inserendo i nostri nomi sia nei titoli di testa che nelle locandine ufficiali del film: escludendo gli attori principali, si tratta di un riconoscimento che non viene riservato a molti ed io ne sono davvero orgogliosa.

NP: Quali sono le differenze sostanziali che hai riscontrato tra il lavoro su un set cinematografico e quello a teatro?
Beatrice: Si tratta principalmente di vivere diversamente il tempo in scena. Il teatro è istantaneo ed effimero. Ogni rappresentazione è a sé e, terminata quella, si smonta, si parte, si rimonta… E, poi, a teatro, si prova, si prova, si prova… Dal punto di vista tecnico, se lo spettacolo non lo richiede, nulla viene lasciato all’improvvisazione: esclusi gli accidenti tecnici, si arriva sul palco con la migliore preparazione possibile, con margini di errore e di imprevedibilità molto bassi. Bisogna anche tenere conto che, a teatro, si fa tutto in piccolo: il pubblico, gli spazi… tutto è circoscritto.
Su un set cinematografico, capita di arrivare alle 7 del mattino e di poter girare solo nel pomeriggio. Ma anche questi momenti sospesi sono utilissimi: soprattutto, guardi come lavorano gli altri attori, una cosa che ritengo utilissima.

Il regista Paolo Virzì sul set de “La pazza gioia” con Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi

Per esempio, ho imparato molto anche dalla collaborazione in scena e fuori con un gruppo di donne-pazienti, per lo più vittime della depressione, realmente assistite da una struttura di Montecatini, uno dei luoghi delle riprese. Con loro, abbiamo inventato tantissimo, creando un sacco di situazioni non previste dal copione: peccato che alcune di queste scene siano andate perse nel montaggio finale per motivi legati essenzialmente ad una più agevole distribuzione della pellicola nelle sale. Durante l’esperienza con Virzì, mi sono resa conto che la filosofia che sta dietro ad un film è molto diversa da quella di uno spettacolo teatrale, anche se le famose prove sono comunque indispensabili. Nel suo caso, lui ama conoscere a fondo gli attori: con molta calma, Virzì incontra gli interpreti, lavora a lungo con ciascuno di essi con grande tranquillità. Confesso che ho apprezzato moltissimo il rapporto umano e professionale che ha stretto con la Ramazzotti, che è anche la sua compagna. Tra i due, a livello lavorativo, sono palesi e tangibili una confidenza ed una forma di intimità che per estensione mi hanno fatto riflettere sull’attenzione che egli riserva a tutti e sulla sua estrema cura per i dettagli e le sfumature. Anche con la Bruni Tedeschi ha fatto un gran lavoro: dalle loro interazioni, ho percepito che la stima, la apprezza e la gestisce ottimamente, perché si tratta di un’attrice artisticamente estrosa, esuberante, ma, anche grazie all’esperienza de IL CAPITALE UMANO, evidentemente, ha imparato a dirigerla per ottenere da lei le prestazioni migliori.

Beatrice e il cast dello spettacolo teatrale “Thanks for Vaselina”

NP: Parli del tuo mestiere con molta passione: quando hai compreso e deciso di intraprendere la carriera di attrice?
Beatrice: Fin da piccola, mi sono sentita portata per il racconto in pubblico. Facevo le imitazioni, mi producevo in narrazioni, raccontavo barzellette: ero il clown della situazione. Ma, fino ai vent’anni, non avevo mai preso in considerazione l’idea di fare di questa mia predisposizione un mestiere. All’epoca, vivevo a Modena con la famiglia, avevo un lavoro sicuro, uno stipendio fisso alla Fiat, dove lavoravo come impiegata. Solleticata da amici e conoscenti, ho iniziato a frequentare una scuola amatoriale di recitazione e, lì, ho ricevuto i primi seri riscontri e sono stata incitata ad iscrivermi ad una struttura professionale. Ho deciso di provare con il Teatro Stabile di Genova: mi hanno presa! Mia madre, memore dell’esperienza di mia nonna, insegnante di teatro, è stata da subito entusiasta della mia scelta, mentre mio padre, pragmatico banchiere, ha storto il naso. Però, ho mollato tutto, mi sono licenziata e, nel 1992, mi sono trasferita in Liguria: tre anni di studio e lavoro insieme ad un bel gruppo di giovani e poi in giro per l’Italia, a Torino, nelle Marche, a Roma… Il mio debutto è avvenuto sotto l’ala della grande Valeria Moriconi, in un adattamento de La rosa tatuata di Tennessee Williams.

Un’immagine di Beatrice con Ninni Bruschetta sul set della fiction “Fuoriclasse”

NP: Hai lavorato anche in televisione, partecipando a diverse fiction di successo: NERO WOLFE, con Francesco Pannofino e Pietro Sermonti, tre stagioni di FUORICLASSE con Luciana Littizzetto, PROVACI ANCORA PROF! con Irene Pivetti, CAMERA CAFÉ con i tuoi ex-colleghi allo Stabile, Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, la sitcom per ragazzi I CAPATOSTA sul canale del ddt Boing. Immagino si tratti di un’esperienza ulteriormente diversa da quella teatrale e cinematografica: è corretto?
Beatrice: Sì! La riassumo in un termine: baraonda. Tempi di produzione limitatissimi, in cui spesso è buono il primo ciak… Però, offre una visibilità non indifferente: per esempio, quando interpretavo Margherita Lobascio nella fiction FUORICLASSE, venivo fermata al supermercato, i fan della serie tv apprezzavano molto il mio personaggio, una donna inizialmente remissiva e incolore che aveva stupito tutti, compreso il marito, affrancandosi da una vita un po’ monotona e riscoprendosi attiva e capace. Come dimostra anche il mio ruolo nello spettacolo Thanks for vaselina, dove interpreto una donna, madre, affetta da ludopatia, mi piace interpretare personaggi in bilico tra il dramma e la commedia, anche se, per carattere, sono molto incline al riso, ai risvolti leggeri della vita e apprezzo le grandi attrici che sanno mettere in scena queste cose, come la grande Anna Magnani, Laura Morante, Lunetta Savino, Margherita Buy.

Beatrice in una foto promozionale di “Thanks for Vaselina”

NP: Quale consiglio ti senti di dare a chi intende intraprendere il mestiere di attore?
Beatrice: Dopo 15-16 anni di attività, durante i quali, a teatro, ho fatto davvero di tutto, non solo in termini di interpretazioni, ma anche di lavoro manuale, dedicandomi al montaggio e allo smontaggio delle scene, per esempio, sento di poter dire che, insieme ad una certa dose di fortuna, servono due cose fondamentali: la formazione e la pazienza. Non ci si improvvisa attori: si può essere portati, ma bisogna lavorare sulla predisposizione, bisogna -letteralmente- forgiare il carattere e questo lo si ottiene solo con il tempo e il lavoro. Bisogna anche tenere conto del fatto che questo è un mestiere dai ritmi incostanti: può accadere di avere lunghi periodi di inattività, ma non bisogna mai rimanere con le mani in mano, né si deve perdere la speranza, piuttosto si continua a studiare. Occorre coltivare la pazienza: spesso, i risultati non arrivano a frotte e subito e si presentano sotto diverse forme, la notorietà non è tutto. Vale moltissimo anche l’apprezzamento dei colleghi: non è facile ricevere dei complimenti sinceri da chi condivide lo stesso ambiente di lavoro. Eppure, ultimamente, sto ricevendo grandi soddisfazioni non solo dal pubblico, ma anche da stimati professionisti. E non posso che esserne felice.

[Nell’immagine principale: Beatrice Schiros, a destra nella foto, condivide la scena con le protagoniste del film LA PAZZA GIOIA]

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