Nel labirinto della Mente – “Fight Club”: la creazione dell’altro da sé

Nuovo appuntamento con la rubrica di Nientepopcorn.it dedicata ai film in cui la psiche umana, generatrice di realtà alternative, è la vera protagonista. Parliamo di un cult firmato Fincher: occhio agli spoiler!

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Con Nel labirinto della Mente, Nientepopcorn.it vi propone una serie di film caratterizzati da trame in cui la psiche umana è protagonista, generando sub-realtà capaci di trarre in inganno sia i protagonisti della vicenda che il pubblico: il nuovo appuntamento è con un thriller psicologico che è valso il successo internazionale al suo regista e l’Oscar alla sua protagonista. Le rivelazioni sono dietro l’angolo, per cui, occhio allo spoiler!

  • Fight Club
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    NEL LABIRINTO DELLA MENTE: “FIGHT CLUB” DI DAVID FINCHER


    FIGHT CLUB (1999) è un thriller psicologico diretto da David Fincher e interpretato da Edward Norton, Brad Pitt ed Helena Bonham Carter. Accolto piuttosto freddamente sul grande schermo, il film ebbe un’inaspettata popolarità dopo l’uscita in versione home video, tanto da diventare un fenomeno di culto capace di riportare al successo anche l’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk da cui è tratto.
    Le numerose scene di violenza, la critica al consumismo e all’American way of life e l’incredibile colpo di scena finale sono solo alcuni dei motivi che hanno reso celebre il film.

    LA NASCITA DEL FIGHT CLUB

    Il protagonista trova un rimedio all’insonnia frequentando gruppi per malati terminali

    FIGHT CLUB racconta la storia di un giovane impiegato (Norton), single, insoddisfatto e depresso che, nel tentativo di trovare un rimedio all’insonnia che lo affligge, decide di frequentare alcuni gruppi di sostegno per malati terminali. Qui, riesce a sfogare il proprio disagio e ritrovare il sonno perduto. Il precario equilibrio raggiunto, però, viene sconvolto dall’incontro con due personaggi: Marla Singer (la Bonham Carter), una donna problematica con tendenze suicide, e Tyler Durden (Pitt), un eccentrico venditore di saponette che lo illumina sulla sua visione nichilista della vita e sulle storture della società, basata sul consumismo. Tra Durden e il protagonista (di cui non viene mai rivelato il nome) si instaura uno strano rapporto di amicizia e dipendenza. I due fondano il Fight Club, un club di violente lotte clandestine a mani nude durante le quali gli individui convenuti possono sfogare le proprie frustrazioni. Nel frattempo, Durden inizia una relazione con Marla e assolda nuovi adepti per l’attuazione del “Progetto Mayhem”. Esso consiste nella distruzione delle società di credito: l’obiettivo è quello di cancellare i debiti dei cittadini e creare il caos.

LA CREAZIONE DELL’ALTRO DA SÉ

Il protagonista ha una vita monotona, caratterizzata da routine e intorpidimento mentale

Il film inizia con un flashforward (una sequenza che interrompe l’andamento cronologico del racconto, anticipandone elementi futuri) che acquisterà coerenza al termine del film, ma che definisce da subito la relazione fra il racconto e la dissociazione della psiche del protagonista.
Il personaggio principale inizia a raccontare la propria storia. Impiegato in un’azienda di automobili, egli trascorre le giornate tra acquisti compulsivi e impegni di lavoro che lo costringono a viaggiare in aereo da uno Stato all’altro, provocandogli ingestibili jet lag. La sua vita si trascina in uno stato di perenne intorpidimento causato dall’insonnia. È un’esistenza monotona, vissuta in solitudine, con apatia. Solo quando inizia a frequentare un centro per malati di cancro ai testicoli (pur non essendone affetto), il protagonista trova apparente soluzione ai suoi problemi. Il contatto umano con persone estranee ma sofferenti, che senza vergogna esprimono e condividono il proprio dolore, riesce finalmente a sbloccarlo. A uno spettatore attento, però, non devono sfuggire le sue fugaci allucinazioni che mostrano Tyler Durden per pochi secondi: il loro significato si espliciterà solo alla fine della pellicola.

Tyler Durden è l’esatto opposto del protagonista

Dopo l’intromissione di Marla, il protagonista perde l’equilibrio raggiunto ed è in questo momento che entra definitivamente in scena Tyler Durden. Per abbigliamento e stile di vita, Tyler è l’esatto opposto del narratore. Il primo veste in modo particolare, fra l’appariscente e il casuale, è sfrontato, sicuro di sé e attraente. Il secondo usa abiti anonimi, è insicuro e segnato da profonde occhiaie. Il venditore di saponette rappresenta tutto ciò che il protagonista vorrebbe essere, in quanto proiezione dei suoi desideri più reconditi. Tyler è ciò che, in psicologia, viene definito “l’altro da Sé” [1]. Grazie a Tyler, il narratore può dare sfogo alle proprie pulsioni (appartenenti alla sfera dell’ES [2]) e liberare la parte più aggressiva e anarchica di sé, rimasta ingabbiata troppo a lungo in una vita castrante e insoddisfacente.
La profonda solitudine e l’alienazione del protagonista sono il risultato di una vita moderna frenetica e priva di contatti umani. Lo stress psicologico a cui il narratore è sottoposto conduce a una scissione dell’Io e alla nascita di una doppia personalità (Tyler) che prende progressivamente il sopravvento. Il disagio esistenziale e psichico deflagra e il protagonista, che potremmo definire il “Tyler buono”, crea il “Tyler cattivo”, libero di agire indisturbato nei momenti di maggiore vulnerabilità emotiva.

LA VIOLENZA COME FORMA DI LIBERAZIONE E RIBELLIONE

Tyler è la proiezione dei desideri più reconditi del protagonista

Il Fight Club è una compensazione di cui il protagonista necessita per sfogare la propria angoscia esistenziale che gli acquisti compulsivi e i gruppi di supporto non possono più risolvere. Causando un incendio all’interno del suo appartamento, il protagonista si disfa di tutti i beni materiali in suo possesso e va a vivere in una casa fatiscente, priva di tutti i comfort e degli arredi che, nell’altro alloggio, aveva messo insieme con grande cura. Inizialmente, la distruzione dell’appartamento, attribuita al “Tyler cattivo”, è vissuta in maniera tragica dal “Tyler buono”. In seguito, l’incidente acquista il valore di una liberazione, il suo primo atto di ribellione.
Per il protagonista, la violenza è l’unica soluzione per opporsi allo stato di alienazione e isolamento nel quale era sprofondato. Analogamente a quanto accadeva nei gruppi di sostegno, in cui i convenuti condividevano i propri tormenti e si lasciavano andare alle emozioni perché supportati da un’atmosfera accogliente e protettiva, il Fight Club diventa una sorta di rifugio per individui repressi, frustrati e disadattati. Attraverso la violenza fisica, primitiva e selvaggia, essi condividono un malessere comune e ritrovano il contatto umano perduto. Solo sotto una sferzata di colpi, pugni e calci, sanguinolenti e feroci, gli uomini oppressi, incastrati nelle convenzioni e nella routine giornaliera, invischiati in un insostenibile oblio, ritornano a vivere, ad avere uno scopo e ad essere, appunto, uomini.

LA MORTE DELL’ALTER EGO

Per il protagonista, la violenza è l’unica soluzione per opporsi allo stato di alienazione e isolamento nel quale era sprofondato

Gran parte delle cose a cui assiste il pubblico di FIGHT CLUB avviene solo nella psiche del protagonista. La centralità della mente all’interno della struttura narrativa è palese sin dai titoli di testa, durante i quali lo spettatore si addentra nel labirinto neurale del narratore. Il flashforward mostrato all’inizio del film costituisce la conclusione della pellicola e mostra il “Tyler buono” con una pistola puntata alla bocca dal “Tyler cattivo”. In quel momento, il primo ha già scoperto la vera identità dell’altro e vuole a tutti i costi fermare il suo piano terroristico. Nel corso del film, dopo una serie di atti di violenza sempre più cruenti e spietati (es. il licenziamento previo ricatto al proprio capoufficio), il protagonista prende coscienza della situazione in maniera graduale. Il punto di svolta è rappresentato dalla morte dell’amico Bob Paulsen (Meat Loaf). Si tratta di un evento catartico che “risveglia” il protagonista. A esso segue il primo confronto con il suo doppio.

L’omicidio-tentato suicidio del protagonista

La violenza, vista inizialmente come forma di libertà, diventa una nuova prigione per il “Tyler buono”. Egli è rimasto intrappolato nei piani orchestrati a sua insaputa dal “Tyler cattivo”.
Lo scontro tra le due personalità è inevitabile. La lotta si svolge a livello mentale, ma si esprime a livello fisico e sfocia in un omicidio/tentato suicidio e nella morte simbolica dell’altro da Sé per mano dello stesso protagonista. Egli riacquista il controllo di mente e corpo e si libera definitivamente del suo alter ego. Pur gravemente ferito, il protagonista dichiara a Marla di stare bene e insieme a lei assiste impotente all’esplosione di alcuni edifici, il culmine del piano terroristico messo in atto dal “Tyler cattivo” per sovvertire l’ordine sociale.

La presa di coscienza dell’uomo-medio

Nella sequenza, Fincher ha scelto di inserire un brano dei Pixies, Where is my mind?. Il testo della canzone esprime chiaramente il senso di smarrimento ben noto al protagonista. La frase della prima strofa, “Your head will collapse, but there’s nothing in it” (La tua mente collassa, ma al suo interno non c’è niente), è particolarmente emblematica. Oltre a richiamare i problemi psichici che portano alla dissociazione mentale del protagonista (Dov’è la mia mente?), Fincher concentra definitivamente l’attenzione dello spettatore sui “gusci vuoti” dei palazzi del potere che si sgretolano alla luce della presa di coscienza dell’uomo-medio. La mente è sovraccarica di messaggi imposti dalla pubblicità, dalla politica, dalla religione: come una potente carica di esplosivo, il pensiero individuale è in grado di far collassare il sistema di informazioni imposto arbitrariamente da terzi.

[1] Gaetano Benedetti, Alienazione e Personazione nella Psicoterapia della malattia mentale, Fioriti Editore, 2015
[2] Secondo Freud, l’ES è governato dal principio del piacere, è privo di logica e morale, e si contrappone all’Io e SuperIo (Sigund Freud, Introduzione alla psicoanalisi, Bollati Boringhieri, 2012)

2 commenti

  1. gretafrancesconi / 3 novembre 2017

    Come al solito una analisi perfetta!

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