Mimì Ayuhara e la storia vera della nazionale di volley, Oro alle Olimpiadi di Tokyo

Uno degli anime più famosi degli anni 80, 'Mimì e la nazionale di pallavolo', si ispira alla storia vera della squadra giapponese che vinse le Olimpiadi di Tokyo1964.

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Mimì Ayuhara e la storia vera della nazionale di volley, Oro alle Olimpiadi di Tokyo

La storia vera della squadra di pallavolo che ha ispirato l’anime “Mimì”

Forse, non tutti sanno che il famoso anime MIMÌ E LA NAZIONALE DI PALLAVOLO si ispira a fatti realmente accaduti.
La vera “nazionale di pallavolo” femminile giapponese che viene citata nel titolo italiano del cartone animato, infatti, è quella che, nel 1964, vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo.
Fu la prima nazionale femminile a vincere il titolo olimpico, introdotto proprio in occasione delle Olimpiadi in Giappone.
A questa storia, che intreccia saldamente sport, cultura pop e senso del sacrificio tipicamente nipponico, è dedicato il documentario LES SORCIÈRES DE L’ORIENT (2021), letteralmente “le streghe d’Oriente”, scritto e diretto dal regista francese Julien Faraut.

  • Les Sorcières de l’Orient
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    “The Witches of the Orient”: la storia della nazionale di volley medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo

    Presentato a febbraio 2021 nel corso del Rotterdam Film Festival, il documentario LES SORCIÈRES DE L’ORIENT di Faraut (distribuito con il titolo The Witches of the Orient nei Paesi anglofoni) si concentra sulla storia di una squadra vincente modellata dal sacrificio fisico e psicologico.
    La formazione che avrebbe partecipato alle Olimpiadi del 1964 venne costituita in gran parte nel 1953 a Kaizuka, una città giapponese della prefettura di Ōsaka. I responsabili della fabbrica tessile Nichibo, che aveva sedi sparse in tutto il Giappone, avevano deciso di trasformare in campionesse nazionali le operaie che, nel dopolavoro aziendale, giocavano a pallavolo. Venne fatta una selezione in tutto il Paese. Le migliori giocatrici vennero inviate a Kaizuka, per formare la Nichibo-Kaizuka guidate da un temibile allenatore.
    Hirofumi Daimatsu (1921-1978), ex pallavolista della Kansai Gakuin University ed ex militare, era così severo e autoritario da meritarsi l’appellativo di demonio. Ma era anche uno sperimentatore, intenzionato a sviluppare nuove tecniche di gioco.
    In pochi anni, la squadra di Daimatsu vinse i più importanti titoli nazionali. La Nichibo-Kaizuka era diventata davvero la squadra di volley femminile più forte del Giappone. Ma, per partecipare alle competizioni internazionali, dovette adeguarsi alle regole adottate nel resto del mondo.
    Fino al 1958, infatti, contrariamente a quanto accadeva all’estero, la pallavolo giapponese veniva giocata da squadre composte da 9 giocatori, invece di 6. Di conseguenza, molti altri parametri erano diversi: la grandezza del campo, l’altezza della rete, i ruoli delle giocatrici, il peso e le dimensioni del pallone.

Mondiali di Rio 1960: inizia la sfida Giappone-URSS

Il Giappone era intenzionato a partecipare ai Campionati del Mondo di volley del 1960, a Rio De Janeiro. Daimatsu venne chiamato a guidare la squadra femminile. La federazione nipponica era certa che la disciplina che aveva consentito alle giocatrici-operaie di diventare le campionesse del Giappone avrebbe portato la nazionale femminile alla vittoria del titolo mondiale.
Daimatsu riunì molte delle giocatrici della Nichibo-Kaizuka e la squadra giapponese riuscì a superare avversarie ostiche come Stati Uniti e Cecoslovacchia. Il team conquistò la medaglia d’argento e il secondo posto nel torneo, subito dietro l’imbattibile Unione Sovietica.
Daimatsu era deluso. Lui aspirava solo alla vittoria assoluta.

Mondiali di Mosca 1962: la nascita delle Toyo no Majo

Due anni dopo, il Campionato Mondiale di volley si sarebbe svolto proprio a casa delle ultime vincitrici, le ragazze dell’URSS.
Riconfermato alla guida della nazionale femminile, Daimatsu-demonio arrivò ai Mondiali di Mosca del 1962, spremendo le sue giocatrici fino all’osso. Dopo una tournée europea di preparazione, la nazionale giapponese di pallavolo arrivò nella capitale sovietica rodata alla perfezione e pronta a eliminare ogni avversario.
E così fu.
La nazionale femminile giapponese di volley vinse la medaglia d’oro, diventando Campione del Mondo 1962. Fu allora che, in Giappone, la squadra venne battezzata Toyo no Majo, le streghe d’Oriente.
Per quanto possa sembrare affascinante, questo appellativo aveva un che di misogino, in patria, e un tratto vagamente discriminatorio, all’estero.
Visti i risultati ottenuti e i ritmi massacranti di allenamento che riuscivano a sopportare, le giocatrici giapponesi erano considerate quasi delle aliene.

Olimpiadi di Tokyo 1964: la medaglia d’oro

mimì ayuhara catene ai polsi anime allenamento divisa nazionale rossa e bianca

Entrata in nazionale, Mimì Ayuhara si allena con le catene ai polsi, per migliorare la propria ricezione.

Quando Daimatsu venne confermato ancora alla guida della nazionale femminile, in occasione delle Olimpiadi di Tokyo 1964, molte delle sue atlete avevano già deciso di abbandonare lo sport agonistico e dedicarsi a se stesse e alla famiglia. Ma, alla fine, non furono in grado di rifiutare la convocazione del loro stimato coach. Nonostante tutto, infatti, Daimatsu era benvoluto dalle ragazze, che l’avevano sempre rispettato. Anche nel documentario di Faraut le giocatrici intervistate ricordano l’ex allenatore con un certo affetto.
Unendo immagini dell’anime MIMÌ E LA NAZIONALE DI PALLAVOLO a preziosi filmati di repertorio, il documentario di Faraut mostra l’impegno estremo del team giapponese, fin dai primi allenamenti, risalenti ai tempi delle qualificazioni ai Campionati del Mondo 1962.
Chi ha visto il cartone animato non dimenticherà mai le dure sessioni in palestra di Mimì e Midori, le pallonate sui corpi e i volti delle ragazze inflitte dal severo allenatore Hongo e i supplizi fisici a cui le protagoniste si sottoponevano per migliorare tecnica e resistenza.
Non sappiamo se le future campionesse olimpiche nipponiche abbiano davvero migliorato il loro bagher usando catene di ferro legate ai polsi. Ma è certo che il loro allenatore era implacabile quanto l’Hongo di MIMÌ.
Più delle avversarie sovietiche, alte e potenti (secondo un cliché fisico da Guerra Fredda che sarebbe stato ripreso ampiamente dal cinema americano reaganiano degli anni Ottanta, in film come ROCKY IV e DANKO), il primo nemico delle atlete era proprio l’allenatore.
In vista di Tokyo 1964, Daimatsu sottopose la squadra a un lavoro massacrante a cui si aggiunsero anche punizioni e insulti. Dopo il lavoro in fabbrica, le atlete dovevano allenarsi fino a notte fonda, tutti i giorni, svolgendo più volte gli stessi ripetitivi esercizi.
Ma tanta fatica venne ripagata.
Il Giappone vinse anche la medaglia d’Oro alle Olimpiadi di Tokyo del 1964.
Fu la prima edizione dei Giochi Moderni a inserire la pallavolo femminile tra gli sport in gara. Oltre a quella nipponica, le squadre debuttanti erano Polonia, Romania, Unione Sovietica, Stati Uniti e Corea del Sud. La nazionale giapponese trionfò in tutti i match, vincendo 15 set su 16. In finale, le giapponesi dominarono l’incontro e batterono le sovietiche 3 set a 0.
In seguito, con un’altra formazione e un altro allenatore, il Giappone vinse una seconda Olimpiade, quella di Montréal, nel 1976.
Però, al capitano della squadra olimpionica del ’64, Kasai Masae (1933-2013), casacca numero 1, si ispira (in verità, molto vagamente) il personaggio di Mimì Ayuhara.

Mimì Ayuhara, uno dei personaggi degli anime più famosi di sempre

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Mimì Ayuhara nell’anime ‘Mimì e le ragazze della pallavolo’.

Nel pantheon dei personaggi degli anime più famosi arrivati in Italia negli anni Ottanta, la pallavolista giapponese Mimì Ayuhara occupa un posto di indubbio rilievo.
Noi, per esempio, immaginiamo un Olimpo animato dominato da una trinità al femminile composta da Candy Candy, Lady Oscar e Mimì, circondata da corti celesti di robottoni e Cavalieri dello Zodiaco.
Mimì è la protagonista di un anime diventato molto noto nel nostro Paese come MIMÌ E LA NAZIONALE DI PALLAVOLO. Quando arrivò in Italia, nel 1981, venne trasmesso in versione parziale da diverse reti locali, ma con un altro titolo, Quella magnifica dozzina. Nel 1982, il cartone animato venne acquisito dalla Fininvest (l’attuale Mediaset), che, nel tempo, lo ha replicato spesso, su diverse reti del gruppo, trasmettendo per la prima volta nel 1995 tutti i 104 episodi che lo compongono.
In Giappone, l’anime aveva debuttato alcuni anni prima, nel 1969, con il titolo No.1 Atakku Nanbā Wan (Attack Number One). Prodotto dalla Tokyo Movie Shinsha, MIMÌ E LA NAZIONALE DI PALLAVOLO si basa sull’omonimo spokon shojo manga, cioè un fumetto di ambientazione sportiva destinato principalmente alle ragazze, firmato da Chikako Urano e pubblicato nel 1968.

  • Mimì e la nazionale di pallavolo
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    La trama di “Mimì e la nazionale di pallavolo”: come finisce?

    Nell’anime MIMÌ E LA NAZIONALE DI PALLAVOLO, viene raccontata la storia di Mimì Ayuhara (Kazue Ayuhara, nella versione originale del manga da cui è tratto il cartone animato). Guarita dalla tubercolosi anche grazie al gioco della pallavolo, Mimì è una neo studentessa del ginnasio, in una cittadina di provincia. La ragazza entra nella squadra di volley femminile della sua scuola. Dapprima, entra in competizione con una compagna di gioco, Midori Hayakawa. In seguito, tra le due ragazze, nasce una profonda amicizia e una stima reciproca che le sosterrà anche durante le dure esperienze sportive. Intanto, l’evidente talento di Mimì impressiona il suo allenatore, Shunshuke Hongo, famoso per i suoi allenamenti particolarmente faticosi e per i suoi esperimenti tattici.
    Mimì ama giocare a pallavolo. Non ha paura dei sacrifici che lo sport e il suo allenatore le richiedono e aspira a diventare la migliore giocatrice della sua scuola, del Giappone e, infine, del mondo. Però, è anche consapevole che il successo comporta notevoli livelli di stress e che la vita fuori dal campo solleva problemi difficilmente compatibili con l’attività sportiva professionistica.
    Insieme a Midori, Mimì entra nella nazionale femminile juniores di pallavolo. Negli Stati Uniti, partecipa al Campionato del Mondo di categoria e vince la medaglia d’argento, dietro l’Unione Sovietica.
    Nelle battute finali dell’anime, Mimì entra nella nazionale maggiore di volley e, nel 1970, partecipa ai Mondiali in Bulgaria. Battuta l’URSS in finale e nominata miglior giocatrice del torneo (da qui, il titolo del manga, Attack Number One), finalmente, Mimì è campionessa mondiale. Ma, mai paga, si prepara a partecipare alle Olimpiadi di Monaco del 1972.

Spokon anime e manga: le imprese sportive giapponesi epiche, sacrali, apocalittiche

mimì ayuhara schiacciata anime divisa bianca e rossa

Mimì Ayuhara schiaccia con potenza la palla.

MIMÌ E LA NAZIONALE DI PALLAVOLO si inserì appieno nella fioritura di manga e anime sullo sport avvenuta in Giappone a partire dalla metà degli anni Sessanta. In maniera emblematica, fu il primo spokon anime per il pubblico femminile.
L’epopea della serissima e determinata pallavolista Mimì ha segnato l’immaginario di tanti bambini, anche italiani. Le fiamme negli occhi della Ayuhara, la sua schiacciata micidiale (la famosa “goccia di ciclone”) e le sfide con le fortissime pallavoliste sovietiche e americane sono solo alcuni dei dettagli che hanno reso indimenticabile questo famoso spokon anime da cui, ancora oggi, traspaiono senso dell’abnegazione e desiderio di affermazione non comuni.
Come accade con altri cartoni animati sportivi giapponesi come TOMMY LA STELLA DEI GIANTS (Kyojin no hoshi, 1968), sul baseball, L’UOMO TIGRE (Tiger Mask, 1969), ambientato nel mondo del catch e ROCKY JOE (Ashita no Jo, 1970), incentrato sul pugilato, in MIMÌ è possibile trovare una doppia chiave di lettura.
I protagonisti di queste storie sono sempre giovani desiderosi di vincere e diventare campioni imbattibili, a costo di qualsiasi sacrificio. Allo stesso tempo, sono individui in lotta che fanno quanto è in loro potere per non essere schiacciati da una serie di avversari concepiti come una metafora della società giapponese, in cui prevale la competizione esasperata, in cui chi non si dimostra produttivo è destinato a soccombere.
Anche quando la storia coinvolge un team impegnato in una specifica attività sportiva, i cartoni giapponesi sullo sport puntano l’attenzione su un singolo giocatore. Seguono la sua ascesa, ma, soprattutto, la sua inevitabile crisi, fisica, psicologica o, addirittura, inspiegabile, in alcuni casi caratterizzata da presenze maligne e ossessive. La sofferenza dell’atleta è sempre difficile da comunicare. Su di essa, grava il senso di colpa per i propri fallimenti. Lo sforzo del singolo, infatti, è finalizzato al successo della squadra ed è proprio il team a offrire ai singoli i motivi validi per combattere e, addirittura, esistere.
La vittoria, che, di solito, viene raggiunta dopo vari episodi dominati dall’angoscia, rappresenta il riscatto. L’uscita dalla crisi, però, non esclude che l’eroe sportivo sia costretto ad affrontare presto nuovi e difficili problemi.
I primi spokon manga e anime come MIMÌ E LA NAZIONALE DI PALLAVOLO erano concepiti principalmente per il pubblico giapponese. Ben più di una audience gaijin, cioè straniera, lo spettatore locale sapeva benissimo quanto fosse difficile crescere in Giappone. Era consapevole che la competizione lo avrebbe sempre accompagnato, prima a scuola e, poi, nel mondo del lavoro.
In questi fumetti e cartoni animati, l’impresa sportiva acquisisce toni epici, sacrali, perfino apocalittici. Il fine di un impegno costante, spossante, fonte di dolore fisico, diventa questione di vita o di morte. La sfida con l’avversario (o, all’eccesso, il nemico) corrisponde a una lotta contro le proprie debolezze e le avversità della vita. L’obiettivo è la costruzione di una identità, in un mondo che, al contrario, propende all’omologazione.

Puntate sulla Hazuki! Altri anime come “Mimì e la nazionale di pallavolo”

Sulla scia del successo di MIMÌ E LA NAZIONALE DI PALLAVOLO, in Italia sono arrivati altri anime sul volley femminile.
Nel 1982, Italia 1 trasmise per la prima volta lo spokon anime MIMÌ E LE RAGAZZE DELLA PALLAVOLO (Ashita e atakku, 1977), prodotto dalla Fuji Television.
Lo spunto narrativo è molto diverso da quello de LA NAZIONALE DI PALLAVOLO. Qui, la liceale Mimì Miceri è impegnata a ricostituire il club di pallavolo del suo liceo, chiuso dopo la morte di una studentessa, e a partecipare ai campionati femminili scolastici. Nella versione originale, il nome della protagonista è Mimi Hijiri, ma la somiglianza con il nome di Mimì Ayuara è praticamente casuale, dato che, in Giappone, il vero nome della mitica Ayuhara è Kazue.
Qualche anno dopo, nel 1986, sempre su Italia 1, debuttò MILA E SHIRO – DUE CUORI NELLA PALLAVOLO (Atakkā Yū!, 1984), altro spokon anime tratto da un manga sportivo, realizzato dalla Knack Productions per TV Tokyo. Per avvicinare subito il pubblico al nuovo cartone animato sulla pallavolo, l’adattamento italiano propose, inventandolo di sana pianta, uno stretto legame di parentela tra la protagonista di questo anime, Mila Hazuki, e Mimì Ayuhara, immaginando che le due fossero cugine. Soprattutto nei primi episodi, la Hazuki si rivolge mentalmente a Mimì per trovare la forza e l’ispirazione per superare diverse sfide. Oltre allo sport praticato dalle protagoniste, i due cartoni animati hanno alcuni punti in comune. Per esempio: la rivalità e, poi, l’amicizia tra Mila e una compagna di squadra, Nami; l’allenatore severo e manesco (ma, in questo caso, odiato), Daimon; infortuni e crisi; l’obiettivo sportivo (qui, le Olimpiadi di Seul del 1988).
In vista dei Giochi Olimpici di Pechino 2008, la Knack Productions ha realizzato un sequel di MILA E SHIRO intitolato IL SOGNO CONTINUA (New Attacker YOU!, 2008). La storia di Mila si aggiorna. Invece che in Giappone, il cartone animato è ambientato in Cina, dove Mila si trasferisce per giocare nella squadra delle Dragon Ladies, e dà largo spazio anche ai personaggi secondari dell’anime originale, come Kaori e Nami.

Fonti consultate

The Film Stage.
Storie di sport.
theolympians.co.
Animanga.
Animeclick.
Luca Raffaelli, Le anime disegnate, Minimum Fax, 2005.
Guido Tavassi, Storia dell’animazione giapponese, Tunué, 2017.

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