Bellezza e oscurità nella filmografia di David Lynch

Lynch ha definito in maniera peculiare la propria produzione artistica legandola alla rappresentazione di precisi stati d'animo. Proviamo a entrare nel suo immaginario surreale.

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DAVID LYNCH PREMIATO ALLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2017

Nelle scorse ore, David Lynch è stato ospite della Festa del Cinema di Roma 2017 ed è stato insignito del Premio alla Carriera, consegnatogli dal collega Paolo Sorrentino.
Per l’occasione, Lynch ha partecipato anche a un incontro con il pubblico, durante il quale ha ripercorso la sua lunga carriera e ha parlato di alcuni dei suoi film prediletti, fra cui 8 1/2 di Federico Fellini.
Nota per le atmosfere surreali che la caratterizzano, la produzione artistica di Lynch, composta da cortometraggi, film, documentari, spot pubblicitari e serie tv, è il frutto di una mente indubbiamente originale.

LA FILOSOFIA CREATIVA DI DAVID LYNCH

Insondabile, inquietante e irraggiungibile, appassionante e sorprendente. L’immaginario artistico di David Lynch coniuga lo humour, il bizzarro e il terrore, per dare origine alla rappresentazione di precisi stati d’animofeeling, li chiama lui- ed esperienze emotive.

David Lynch sul red carpet della Festa del Cinema di Roma 2017

Come accade nelle opere letterarie di Edgar Allan Poe ed E.T.A. Hoffmann, l’estro di Lynch è capace di trasformare ciò che è familiare in qualcosa di completamente estraneo, vagamente pericoloso, spesso incomprensibile. La defamiliarizzazione del contesto, l’elemento che, più di ogni altro, avvicina Lynch ai surrealisti, è tipica della condizione liminale esistente fra il sonno e la veglia. Lo stesso Lynch non ama impegnarsi in precise analisi testuali dei propri lavori (con notevole disappunto della critica), poichè essi sono il frutto di un processo creativo che, basandosi sull’intuizione e confidando nel caso e nel destino, connette diversi stati emotivi, profondamente incistati con le esperienze personali del cineasta. Lynch attinge alla propria vita interiore, ma è anche in grado di identificarsi con gli altri, a prescindere dal sesso e dall’età.

LA BELLEZZA DEL MONDO E LA SENSIBILITÀ ALL’OSCURITÀ

Lynch e Jack Nance sul set di Eraserhead (1977)

In virtù della sua coscienza pittorica, coltivata fin dall’infanzia, Lynch è chiaramente innamorato della bellezza del mondo, ma è anche sensibile all’oscurità e si dimostra costantemente determinato a penetrare l’apparenza per raggiungere lo stato particellare che compone la materia. “[Da ragazzino] Imparai che appena sotto la superficie c’è un altro mondo, e mondi ancora più differenti se scavi in profondità. (…) C’è bontà nei cieli blu e nei fiori, ma ci sono anche altre forze -il male selvaggio, la decadenza- che accompagnano ogni cosa. Prendi gli scienziati: partono dalla superficie e poi cominciano a scavare. Scendono fino alle particelle subatomiche, e oggi il loro universo è molto astratto. In un certo senso sono come dei pittori astratti. Può essere problematico parlare con loro (…).”

Alcune veloci riflessioni su tre episodi-cardine de la filmografia di David Lynch possono aiutare a farsi largo nel suo universo artistico.

  • Velluto blu
    7.4/10 297 voti

    “VELLUTO BLU”: LA FONDAZIONE DI LYNCHTOWN

    Il contesto urbano di VELLUTO BLU (1986), la cittadina fittizia di Lumberton, è il primo mattone di quella che, in un’analisi della filmografia di Lynch, Michel Chion definisce Lynchtown, “una graziosa piccola borgata, tipicamente americana che, forte del suo benessere organizzato e del suo ordine, resiste a un’atmosfera di sconfinato mistero. (…) Calata la notte, quante ombre si affollano alla porta delle sue casette; e quando i giovani appena risvegliati all’amore passeggiano sotto gli alberi che costeggiano i viali, si sentono, non troppo lontano, gli ululati dei lupi”. Lynchtown non è altro che un mondo bellissimo che, guardato un po’ più da vicino, brulica di formiche rosse.

    Velluto Blu: la bellezza nasconde un mistero

    Questo prototipo di ingenua cittadina di provincia che nasconde oscuri segreti, radicato in un immaginario estetico fortemente legato agli anni Cinquanta del Novecento, arriva direttamente dall’infanzia e dalla prima adolescenza di Lynch, che, pure, egli stesso ha definito “idilliaca”. “La sola cosa che mi turba”, ha dichiarato Lynch, “è che anche molti psicopatici dicono di aver avuto un’infanzia felicissima. Allora mi dico: ‘Un momento, ho veramente avuto un’infanzia felice?’ (…) In effetti era una specie di sogno dato che il mondo era così piccolo. C’è felicità in un cortile, in una siepe, o in un raggio di luce che cade su un oggetto. (…) Nella mente di un ragazzo, tutto appare meravigliosamente sereno. (…) In tutti i nostri ricordi avvantaggiamo noi stessi. (…) Stendiamo melassa a più non posso per poter continuare a vivere: è probabile che una memoria precisa del passato sarebbe deprimente. (…) Come dice Fred Madison/Bill Pullman in STRADE PERDUTE, preferisco ricordarmi le cose a modo mio.”

    Isabella Rossellini e Lynch sul set di Velluto Blu (1986)

    Il tema del doppio di derivazione stevensoniana, il concetto di doppelgänger così caro a Lynch, trova perfetta espressione sia nel duplice ruolo della cittadina (nido accogliente/coacervo di brutalità) che nella dualità dei personaggi, raggianti in superficie, ma con la morte dentro (su tutti, quello di Dorothy Vallens, interpretato da Isabella Rossellini, un vero e proprio fiore velenoso). Si tratta di elementi che, di lì a poco, avrebbero caratterizzato prepotentemente l’universo narrativo di TWIN PEAKSVELLUTO BLU è il film con cui Lynch “insedia il suo universo e crea una ricetta che potrà servire per tutti i suoi film successivi (anche se cercherà di rinnovarla), uno schema strutturale e un nuovo tipo di romanticismo.”

  • Mulholland Drive
    7.9/10 507 voti

    “MULHOLLAND DRIVE”: IL LIMEN

    Pur presentando alcuni elementi in comune con STRADE PERDUTE (1997), MULHOLLAND DRIVE costituisce una sorta di impercettibile quanto fondamentale limen che individua due momenti fondamentali della filmografia lynchana. La scala urbana del racconto passa dalla piccola cittadina di provincia o di frontiera a un contesto metropolitano ipertrofico come quello di Los Angeles. Contemporaneamente, scompaiono quasi completamente i smaccati richiami estetici agli anni Cinquanta. Il film successivo, INLAND EMPIRE (2006), ad oggi l’ultimo lungometraggio di fiction realizzato da Lynch, presenta le stesse caratteristiche formali, ulteriormente consolidatesi nell’aspetto rinnovato della terza stagione di TWIN PEAKS.

    Naomi Watts e Lynch sul set di Mulholland Drive (2001)

    La natura liminale di MULHOLLAND DRIVE, nato dalle ceneri di un progetto televisivo per la ABC mai sviluppato, si esplica anche nell’atmosfera generale del film. Si tratta dell’avventura di un’ingenua attrice di belle speranze (Naomi Watts) che si svolge in un anfratto della luccicante Hollywood, nel sottosuolo umido e buio del sobborgo di L.A., in una sorta di realtà alternativa. Mulholland Drive è la strada collinare e panoramica che sovrasta Hollywood: percorrendola di notte, “ci si sente in cima al mondo, ma è misteriosa, mette addosso un pizzico di paura, perché si snoda in zone remote. Si sente la storia di Hollywood su quella strada”. Lynch ha descritto il film in maniera apparentemente molto lineare: “una storia d’amore nella città dei sogni”. Ma lui non usa mai le parole a caso, gli attribuisce un ruolo molto importante (in questo senso, uno dei suoi primi cortometraggi, THE ALPHABET, è decisamente emblematico).

    Mulholland Drive: una storia d’amore nella città dei sogni

    È il sogno, infatti, l’attività della mente a riposo, a segnare la cifra misteriosa di MULHOLLAND DRIVE. Il mistero è una delle cose più belle che esistano. Ti trascina nel mondo, ti costringe a vedere indizi, è così che si formano le idee, che si fanno vedere. Non si fanno trovare facilmente, ma sono lì. Bisogna prestare attenzione e usare l’intuito”, ha spiegato Lynch parlando del film. In questo lavoro, sceneggiatura, montaggio e scenografia sono assemblati come una sinfonia generata dal subconscio che impedisce ai protagonisti e allo spettatore di avere dei punti di riferimento. Il vero antagonista è rappresentato dal disorientamento temporale legato alla preponderanza di una dimensione onirica febbrile e alla sua capacità di generare mostri inaspettati. L’atmosfera allucinata del film sottende un terrore difficile da definire, ma costante.

  • Twin Peaks
    8.6/10 309 voti

    “TWIN PEAKS”: L’ETERNITÀ CI SPIA OVUNQUE

    Twin Peaks, terza stagione: corsi e ricorsi della filmografia di Lynch

    Al termine di questa breve lista di titoli non c’è un film, ma ciò che, comunemente, viene definito una serie tv. In realtà, TWIN PEAKS travalica ampiamente questa classificazione legata alla sua forma di diffusione e commercializzazione. Con riferimento particolare alla sua terza stagione (2017), interamente scritta e diretta in libertà da Lynch e che egli stesso definisce un film di 18 ore, questa opera televisiva, creata e sviluppata insieme a Mark Frost a partire dalla fine degli anni Ottanta, è l’evoluzione naturale dell’intero percorso artistico del cineasta. In essa ritornano dettagli formali e narrativi assodati fin dai tempi di ERASERHEAD (1977) e codificatisi negli anni, fra cui il motivo geometrico dei tappeti e, seppur non inclusi nel film del ’77, i dialoghi registrati al contrario, tutti elementi distintivi della Loggia Nera. Qui, tornano piccoli e, a volte, banali elementi già usati in altri lavori (pensate a Sonny Jim, il nome del figlio fittizio di Naomi Watts e Kyle MacLachlan, che compare anche nell’assurdo corto animato PIERRE AND SONNY JIM del 2001).

    Con Twin Peaks, Lynch ha assecondato i propri desideri

    Con TWIN PEAKS, Lynch ha assecondato i propri desideri (in primis, la propensione alla messinscena di emozioni insostenibili attraverso un folto gruppo di personaggi e un ampio minutaggio) e ha mostrato alcune delle inesplorate potenzialità espressive offerte dal medium televisivo (e, per estensione, da quello cinematografico). TWIN PEAKS è un racconto che, potenzialmente, può durare all’infinito: la fiducia di Lynch nella storia legata alla morte della liceale dalla doppia vita Laura Palmer è sempre stata tale “da volerla accompagnare tanto lontano quanto è possibile, come fosse un bambino”.
    Quando, nel 1990, TWIN PEAKS esordì negli Stati Uniti (e, pressoché in contemporanea, anche in Italia), ci si rese conto molto presto che non si trattava solo di un ingegnoso mix fra genere poliziesco e soap opera. Dal rapporto scandaloso fra PEYTON PLACE ed HAPPY DAYS, era nata una creatura nelle cui vene scorreva vetriolo. Fin dal celebre episodio pilota, il mondo di TWIN PEAKS si mostra chiaramente come “non psicologico”: la follia e l’emersione da essa sono cambiamenti di stato che vengono ammessi senza alcuna interpretazione psicologica da parte dei vari personaggi.

    Twin Peaks (1990): lo stravagante Agente Dale Cooper

    Impegnato nelle indagini sulla morte di una studentessa locale, l’Agente dell’FBI Dale Cooper (Kyle MacLachlan) esibisce sia “potenzialità inquietanti” che le caratteristiche di un archetipo angelico. Cooper è l’essenza del progetto-TWIN PEAKS. Enigmatico, irreale, entusiasta, privo di pregiudizi, maniacale: in una parola, egli è stravagante, anche se in maniera diversa dal resto dei personaggi particolarmente insoliti che vivono a Twin Peaks. Beve caffé nero e mangia fette di torte alla ciliegia gustandole con piacere primigenio, come un angelo incarnato di Wenders appena giunto sulla Terra.

    Twin Peaks: doppi onnipresenti

    La sua alienazione è la chiave per sciogliere l'”universo di zucchero” di TWIN PEAKS: “è un mondo bucato- un cartello su cui c’è un nome e il numero degli abitanti. Ma già il nome fa riferimento a un doppio: è una sorta di triangolo delle Bermude dove tutto può apparire e sparire. (…) Ancor più spaventoso è il fatto che Twin Peaks è una cittadina simpatica”, in cui l’immagine magnifica di una pozza nutritiva piena di ogni bene e bellezza convive con il senso dell’arcaico e con le forze indomite della natura che si agitano nella nebbia, nella notte. L’universo di TWIN PEAKS (in cui converge, ovviamente, anche il film-prequel FUOCO CAMMINA CON ME, 1992) è una notte senza fondo che riconduce “ogni apparecchio televisivo a quello che in realtà è: una piccola finestra di luce un po’ troppo colorata che brilla in un mare di notte.”

    Twin Peaks (2017): chi è il sognatore? Gordon Cole/Lynch interroga anche il pubblico

    Chi è il sognatore?: la domanda rivolta da Monica Bellucci a Gordon Cole/David Lynch nel quattordicesimo episodio della terza stagione sembra decifrare la serie con quattro puntate di anticipo rispetto alla sua conclusione. Nella notte eterna di Twin Peaks, dorme Laura Palmer. Lo schermo televisivo consente di fare capolino nel sogno sognato di Laura e Lynch, precipitando il pubblico nell’immaginario bizzarro di “un morto che ascolta”. Benché la serie si sia formalmente conclusa (anche se Lynch non esclude la realizzazione di una quarta stagione) e la macchina da presa non sia più puntata su quel mondo, TWIN PEAKS esiste ancora, perché è una storia che sfida ogni possibile soluzione e perché Lynch può utilizzarne a piacimento brani e brandelli per continuare a tessere la sua trama narrativa infinita, in cui il tempo è una variabile tanto relativa da rendere l’eternità un’entità attiva e pervasiva, al pari di un personaggio o di un contesto.

La filmografia completa di David Lynch, su Nientepopcorn.it.

Fonti bibliografiche
Michel Chion, David Lynch, Lindau, 1995
Chris Rodley (a cura di), Lynch secondo Lynch, Baldini & Castoldi, 1998

CATEGORIE: Curiosità

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