“(A)Social”, un documentario che parla di tecnodipendenza e digital detox

Digital detox, nomofobia, dipendenza dai social: il documentario di Lucio Laugelli, fra i vincitori di un contest promosso da Infinity, affronta argomenti di pressante attualità.

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“(A)Social”, un documentario che parla di tecnodipendenza e digital detox

“(A)SOCIAL”: QUANTO E COME LA TECNOLOGIA INFLUENZA LE NOSTRE VITE?

Prendete alcune persone che, per lavoro o per piacere, fanno un uso costante e pressoché ininterrotto dei device informatici. Portatele in un luogo isolato. Fate in modo che, per 10 giorni, non abbiano assoluto accesso a smartphone, tablet o laptop. Quali saranno le loro reazioni?
Il filmaker Lucio Laugelli, già autore della webserie SU MARTE NON C’È IL MARE, si è posto questa domanda e, macchina da presa alla mano, ha deciso di dare una risposta a un quesito affatto banale, affrontando un argomento di pressante attualità.
Il risultato è il documentario (A)SOCIAL – DIECI GIORNI SENZA LO SMARTPHONE, disponibile sul catalogo Infinity dal 24 gennaio.

UN CONTEST PER RACCONTARE LA REALTÀ

(A)SOCIAL è uno dei 3 film vincitori del concorso Infinity Life lanciato nel marzo 2017 dalla piattaforma di contenuti on demand di Mediaset e dalla piattafroma di crowdfunding Produzioni dal basso.
Al contest, hanno partecipato quasi 250 progetti e, nel maggio scorso, Infinity ha annunciato i vincitori, finanziandone le produzioni fino a un costo di €5000 per ciascun premiato.
Il tema proposto per docufiction, mockumentary, found footage e documentari era Storie di vita: fantasia e libertà per raccontare la realtà.
Realizzato con Stan Wood Studio e con l’apporto fondamentale di Fulvia Guazzone del magazine online Noi Siamo Futuro, il documentario (A)SOCIAL è stato appena inserito nel prestigioso catalogo di Prem1ere Film, un noto distributore italiano che si occupa della distribuzione festivaliera e della promozione di film e cortometraggi agli Oscar.

  • “BLACK MIRROR”, DIGITAL DETOX E NOMOFOBIA

    Le contraddizioni di quest’epoca non tecnocratica, ma sicuramente tecnodipendente, così ben raccontata dalla serie tv BLACK MIRROR, hanno portato alla ribalta il concetto di disintossicazione dagli strumenti digitali e dai social, la cosiddetta digital detox. Per esempio, avete mai sentito parlare di nomofobia? Si tratta di un termine di recente introduzione che indica la paura di restare senza il proprio apparecchio mobile. Dite la verità: pensate che potreste esserne affetti?
    Con apparente levità e sfruttando con originalità e intelligenza la formula del reality televisivo, (A)SOCIAL giunge ad almeno un paio di interessanti conclusioni. Da una parte, dimostra che, nella società contemporanea, in un arco di tempo relativamente contenuto, si è diffusa e consolidata la dipendenza dai mezzi informatici e dai loro accessori (social network e app). Dall’altra, sottolinea come la percezione dello spazio e del tempo e, per estensione, degli eventi reali, oggi, sia legata all’uso dei device mobili.

UN GRUPPO ETEROGENEO DI PERSONE PER UN ESPERIMENTO DI ANTROPOLOGIA SOCIALE

Un'immagine tratta da "(A)Social" © Giulia Ricagni

Un’immagine tratta da “(A)Social” © Giulia Ricagni

Per giungere a queste riflessioni di natura antropologica e sociologica, Lucio e i suoi collaboratori hanno selezionato due gruppi eterogenei di persone: 4 protagonisti e una serie di “opinionisti”. Fra questi ultimi, compare anche il cantautore Ermal Meta, fresco vincitore di Sanremo 2018, con cui Laugelli collabora da tempo. Nei titoli di coda del documentario, poi, compare un altro giovane protagonista dell’ultimo festival della canzone italiana, Mirkoeilcane, che ha prestato alla colonna sonora del film il suo brano Per fortuna.
Gli addetti alla produzione e al casting Giacomo Lamborizio e Giacomo Franzoso hanno scelto uomini e donne, occupati in impieghi diversi e inclusi in fasce anagrafiche differenti, per offrire un ampio ventaglio di esperienze e pareri.
I 4 soggetti principali dell’esperimento (A)SOCIAL sono una modella (Sylvia Martino), un fotografo (Angelo Ferrillo), una cantante indie (Elisabetta Gagliardi) e uno studente universitario (Lorenzo Tawakol). Ad accomunarli, c’è il fattore social. Tutti, infatti, hanno un apprezzabile seguito di follower su canali come Instagram e Facebook. Il loro rapporto con la multimedialità, quindi, è quotidiano e praticamente ininterrotto e si concretizza in una esposizione costante sui vari social.

UN REALITY SENZA DRAMMI: ECCO “(A)SOCIAL”

Dietro le quinte di "(A)Social" © Giulia Ricagni

Dietro le quinte di “(A)Social” © Giulia Ricagni

Lucio ci ha spiegato che: “A eccezione di Ferrillo, quarantenne, gli altri protagonisti sono tutti nativi digitali. In quanto tali, non hanno letteralmente idea di cosa sia possibile fare senza avere uno smartphone a portata di mano, semplicemente perché non l’hanno mai fatto! Fino a dieci anni fa, quando è comparso sul mercato il primo iPhone, un concetto del genere sarebbe stato impensabile. Oggi, invece, è la normalità.”
Guardando (A)SOCIAL emerge lo sconforto e lo spaesamento dei protagonisti. Pur trovandosi in un’amena località del Trentino, immersi in una natura amica e rigogliosa, essi sembrano avere qualche difficoltà a organizzare il proprio tempo libero senza uno smartphone. Diventano esempi tridimensionali della progressiva e diffusa incapacità di rapportarsi agli altri senza l’intermediazione di uno schermo.

Un'immagine tratta da "(A)Social" © Giulia Ricagni

Un’immagine tratta da “(A)Social” © Giulia Ricagni

“Esattamente”, prosegue Lucio. “È davvero straniante rendersi conto che, ormai, ci si ritrova in posti e situazioni splendidi e non si viva completamente la specifica esperienza, perché si sente la necessità impellente di mostrare la propria presenza in quei luoghi aggiornando in tempo reale il proprio stato su Facebook o con le Instagram Stories. Dal canto nostro, siamo contenti di non aver documentato crisi vere e proprie fra i 4 protagonisti. Insomma, nonostante un po’ di ansia iniziale, non ci sono state reazioni incontrollate o esaurimenti nervosi. Però, abbiamo percepito che mancava loro un elemento fondamentale, un oggetto -lo smartphone, appunto- che normalmente caratterizza le loro giornate. Penso che questo rapporto simbiotico con la tecnologia sia un’esauriente fotografia del presente.”

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