L’anima del noir: 20 anni fa moriva Robert Mitchum

Interprete iconico dei generi più caratteristici del cinema americano, come il western e il noir, al cinema Mitchum è stato detective, militare e serial killer, ma ha saputo incarnare con grande efficacia anche personaggi inaspettatamente romantici.

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ROBERT MITCHUM, L’ESSENZA DEL CINEMA DI GENERE AMERICANO

Vent’anni fa, l’1 luglio 1997, moriva l’attore Robert Mitchum.
Grazie a una vasta filmografia di genere, il suo nome e il suo volto inconfondibile sono legati indissolubilmente all’epopea del miglior noir cinematografico.
In occasione della sua partecipazione al Virginia Festival of American Film del ’93, il noto critico Roger Ebert arrivò a sposare la felice definizione usata dagli organizzatori della kermesse che definiva felicemente Mitchum “the Soul of Film Noir” (“l’anima del noir”): “Con le sue inflessioni ironiche, con quegli occhi languidi, quasi sonnolenti, con quei modi lascivi con cui gestisce una pistola o una signora, egli incarna l’essenza dei generi cinematografici americani più torbidi. In quell’occasione, Mitchum ricordò i tempi d’oro della sua carriera, esaltando la qualità delle sceneggiature di genere dell’epoca: “Li chiamavamo ‘film di serie B’. Non avevamo soldi, né set, non avevamo le luci, non ci bastava il tempo. Ma di sicuro avevamo delle belle storie.

GIOVANE SCAVEZZACOLLO VOTATO AL CINEMA

Comparso in oltre 50 film, tra western, pellicole a tema bellico, hard boiled e perfino qualche riuscita commedia dai toni sentimentali (LA SIGNORA E I SUOI MARITI, 1964; L’ERBA DEL VICINO…, 1960), Mitchum iniziò a lavorare nel mondo del cinema nei primi anni Quaranta, dopo essere stato un adolescente turbolento nel periodo della Grande Depressione.

Lo sguardo inconfondibile di Robert Mitchum in una foto promozionale del film “Le catene della colpa”

Giovane scavezzacollo cresciuto tra il Connecticut e il Delaware, fu minatore, bagnino, pugile e portuale. Arrestato per vagabondaggio ed evaso prontamente (ebbe a dire: “L’unica differenza fra me e i miei colleghi attori è che io ho trascorso in galera molto più tempo di loro”), mise la testa a posto dopo il matrimonio con Dorothy Spence, con cui sarebbe rimasto sposato fino alla morte e con cui avrebbe concepito tre figli.
Con lei, si trasferì in California, raggiungendo sua sorella Julie, attrice teatrale. Qui, Mitchum si dedicò alla stesura di commedie e testi radiofonici. Piccola curiosità: nel ’39, uno dei suoi lavori venne messo in scena dal giovane Orson Welles, tra i fan del suo primo film noir, NOTTE D’ANGOSCIA (When Strangers Marry, 1944).
Dopo diversi ruoli non accreditati e altri interpretati con il nome di Bob, Mr. Robert Mitchum conquistò la sua prima scrittura importante con I FORZATI DELLA GLORIA (Story of G.I. Joe, 1945), che, come attore non protagonista, gli valse la sua unica candidatura ai premi Oscar.

DURO E DISINCANTATO, UNA CALAMITA PER IL PUBBLICO

Gli anni Cinquanta segnarono l’apice del suo successo, con il pubblico ormai conquistato dal suo atteggiamento duro e disincantato. Insieme a Humphrey Bogart, Mitchum era ormai diventato l’uomo-simbolo di un cinema caratterizzato da una mascolinità d’acciaio, forgiata dalla strada e dall’avventura, capace di esercitare un fascino quasi oscuro su uomini e donne. Non sembra un caso, perciò, che proprio Mitchum abbia dato vita a una delle ultime avventure del detective per antonomasia Philip Marlowe, facendo suo il ruolo di Bogart in MARLOWE, IL POLIZIOTTO PRIVATO (Farewell, My Lovely, 1975) di Dick Richards. “Conoscevo Bogey”, dichiarò l’attore a Ebert. “Ed eravamo buoni amici. Una volta, mi disse: ‘Sai, la differenza fra noi e gli altri ragazzi sta nel fatto che… noi siamo divertenti!’.

Robert Mitchum nel film “Dead Man”

Dopo aver lavorato con registi come Stanley Kramer (NESSUNO RESTA SOLO, 1955), Otto Preminger (LA MAGNIFICA PREDA, 1954), Robert Aldrich (LE COLLINE DELL’ODIO, 1959) e John Huston (I CINQUE VOLTI DELL’ASSASSINO, 1963), l’attore chiuse la sua carriera cinematografica con Jim Jarmusch, il re del cinema indie, partecipando all’atipico western DEAD MAN (1995).
Mitchum si spense pochi giorni prima del suo ottantesimo compleanno (era nato il 6 agosto 1917), minato da un cancro ai polmoni.

ROBERT MITCHUM: 7 RUOLI INDIMENTICABILI

Nientepopcorn.it intende ripercorrere i momenti salienti della cinematografia di Robert Mitchum con un nuovo appuntamento della rubrica I Magnifici 7 dedicato ad alcuni dei ruoli più significativi interpretati dal grande attore.

  • Duello nell'Atlantico
    7.5/10 4 voti

    7. CAPITANO MURRELL

    “Duello nell’Atlantico”

    Prodotto e diretto da Dick Powell e ispirato a un romanzo di D.A Rayner, DUELLO NELL’ATLANTICO (The Enemy Below, 1957) è la storia di una battaglia navale nel bel mezzo dell’oceano, una sfida tra un cacciatorpediniere americano comandato dal Capitano Murrell (Mitchum) e un U-Boot guidato da un parigrado tedesco, Von Stolberg (Curd Jürgens).

    In una lunga lotta che vede sovente invertirsi i ruoli di preda e cacciatore e che contiene un elemento di suspense molto interessante (il pericolo nazista giunge da sotto il pelo dell’acqua), Mitchum lascia da parte le caratterizzazioni maschie che lo hanno reso famoso e che, all’epoca, la critica considerava un po’ di maniera, per dare vita a un militare ligio al proprio dovere, ma disilluso.

  • Le catene della colpa
    7.2/10 16 voti

    6. JEFF BAILEY

    Al soldo di Jacques Tourneur, pregiato creatore di brividi horror (IL BACIO DELLA PANTERA, 1942; HO CAMMINATO CON UNO ZOMBI, 1943), Mitchum ha vestito egregiamente uno dei ruoli a lui più congeniali e a lui associati più frequentemente, quello del detective. Il thriller LE CATENE DELLA COLPA (Out of the Past, 1947) è il film noir per eccellenza: una storia aggrovigliata, luci molto basse, composizioni della scena decisamente grafiche e, last but not least, una pericolosissima femme fatale (un’impeccabile Jane Greer).

    “Le catene della colpa”

    L’intera architettura del film si poggia sul personaggio archetipico interpretato da Mitchum, un ex-investigatore privato in cui convergono i topoi letterari di autori come Chandler, Hammett e Spillane. Non solo la storia, ma l’intero ventaglio di personaggi che ruota intorno alla vicenda assume un preciso senso narrativo solo in funzione del Bailey di Mitchum, a fronte delle validissime interpretazioni offerte in questo frangente da Kirk Douglas, Dickie Moore e Virginia Huston.

  • Il giorno più lungo
    7.6/10 31 voti

    5. GENERALE DI BRIGATA NORMAN COTA

    “Il giorno più lungo”

    IL GIORNO PIÙ LUNGO (The Longest Day, 1962) è un kolossal bellico di proporzioni titaniche, progettato come un film verità in grado di raccontare il più fedelmente possibile il D-Day (6 giugno 1944), ovvero la sequenza dei noti sbarchi in Normandia compiuta dalle truppe alleate nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

    Quasi 3 ore di durata, 3 registi “ufficiali” (Ken Annakin, Andrew Marton, Bernhard Wicki), 2 non accreditati (Gerd Oswald, Darryl F. Zanuck) e un nutrito cast affollato da star di Hollywood: John Wayne, Henry Fonda, Richard BurtonRod Steiger, il neo-divo Sean Connery e perfino il cantante Paul Anka. In mezzo a tanta calca, Robert Mitchum emerge nel ruolo del Generale Norman Cota. Con un’interpretazione essenziale ed efficace, Mitchum riesce a suggerire al pubblico l’umanità del suo personaggio, contribuendo a rendere estremamente credibile la drammaticità degli eventi raccontati.

  • Yakuza
    Yakuza
    1974
    7.6/10 15 voti

    4. HARRY KILMER

    “Yakuza”

    Con la sortita giapponese di YAKUZA (The Yakuza, 1974), il quasi sessantenne Mitchum dimostrò di non aver perso un grammo del suo smalto. Elegantemente tragico, attempato e feroce, il suo Harry Kilmer è un nuovo eroe noir che, nonostante l’età, ha poco da invidiare a quelli interpretati in precedenza. Nella postfazione all’edizione italiana del libro Gangsters da Piccolo Cesare a Il Padrino di John Gabree (Milano Libri Edizioni, 1976), Riccardo Bianchi definisce il film di Pollack un esempio di cinema gangsteristico capace di rompere le convenzioni imposte dalla critica dei generi: “La scansione è solenne e misteriosa, l’atmosfera è soffice, stralunata, impalpabile, lo spazio, come nel cinema di Ozu, è chiuso e infinito. Il duello finale è impressionante nella sua capacità di cancellare ogni riferimento alle nozioni di spazio e tempo.
    Narrativamente, Kilmer è in azione in due momenti storici diversi (l’occupazione americana del Giappone, prima, e il ventennio successivo, poi) in un contesto esotico e affascinante come quello di Tokyo e della sua malavita organizzata, in cui violenza e ritualità e gratitudine, senso dell’onore e orgoglio si alternano in una letale danza estetizzata. Dietro la scorza durissima del film diretto da Sidney Pollack, si cela una storia d’amore, una tenerezza inedita all’interno della filmografia di Mitchum.

  • La figlia di Ryan
    7.9/10 10 voti

    3. CHARLES SHAUGHNESSY

    Quello del mite insegnante Charles Shaughnessy è il ruolo più atipico interpretato da Mitchum, ma uno dei più riusciti e intensi della sua lunga carriera. Con LA FIGLIA DI RYAN (Ryan’s Daughter, 1970), il regista di kolossal giramondo David Lean (IL DOTTOR ZIVAGO, 1965; LAWRENCE D’ARABIA, 1962; PASSAGGIO IN INDIA, 1984) si sposta in Irlanda, per dirigere una vicenda intima, sensuale e ben più dimessa, in bilico fra Gustave Flaubert e Thomas Hardy, che non incontrò immediatamente i grandi favori della critica e del pubblico, pur aggiudicandosi due Oscar (miglior fotografia e John Mills premiato come non protagonista).

    “La figlia di Ryan”

    Eppure, la prova d’attore fornita da Mitchum contribuisce a rendere questo film unico e indimenticabile. Stando a una dichiarazione di Lean contenuta nel libro The Robert Mitchum Handbook di Emily Smith (2012), quando il regista lo scritturò per la parte di Charles, Mitchum era vittima di una profonda depressione e aveva perfino meditato il suicidio. Mitchum seppe offrire al pubblico una performance impeccabile, un’interpretazione molto personale ed efficace di un uomo mite e innamorato, incolpevole dinanzi all’infelicità della moglie Rosy (Sarah Ryan).

  • Il promontorio della paura
    7.4/10 34 voti

    2. MAX CADY

    Uno dei vertici indiscussi della carriera di Robert Mitchum è rappresentato dal film IL PROMONTORIO DELLA PAURA (Cape Fear, 1962). Diretto da J. Lee Thompson, Mitchum è stato in grado di forgiare un totem di puro Male: l’ex-galeotto Max Cady è un concentrato di malvagità e furia. Repellente, violento, laido, ma lucido e implacabile, il Cady di Mitchum è così perturbante e pervasivo da calibrare la tensione dell’intero film, mantenendola spaventosamente costante.

    “Il promontorio della paura”

    Grazie alla sua aura malefica, egli sembra presente in tutta la pellicola, come uno spettro, echeggiando anche nelle sequenze in cui non viene effettivamente mostrato. Cady/Mitchum è spaventoso perché tocca paure profonde: è un impeccabile villain a tutto tondo, particolarmente scaltro, che dalla sua ha anche un vasto repertorio di armi psicologiche.
    Circa 30 anni dopo, Martin Scorsese si dedicò a un remake del film di Thompson, affidando a Robert De Niro il ruolo di Cady e regalando all’attore un’altra istrionica interpretazione. Benché notevole, la sua è una prova profondamente diversa da quella di Mitchum, perché basata essenzialmente su una fisicità esasperata che sembra tralasciare l’aspetto intimamente malefico di Cady. Ai due protagonisti del film del ’62, Scorsese riservò altrettanti camei, invertendone i ruoli: Gregory Peck passò dal ruolo dell’avvocato dell’accusa a quello della difesa e, ironicamente, Mitchum divenne un rude poliziotto.

  • La morte corre sul fiume
    8.3/10 102 voti

    1. REVERENDO HARRY POWELL

    Prima ancora di delineare il malvagio Cady, Mitchum plasmò un altro folle maniaco da antologia. Ne LA MORTE CORRE SUL FIUME (The Night of the Hunter, 1955), unico lavoro accreditato nelle vesti di regista del grande attore britannico Charles Laughton, Mitchum seppe dar vita a un delinquente di grande potenza iconica. Il pericoloso Harry Powell, reverendo per convenienza e serial killer di professione, è l’archetipo pienamente compiuto del lupo cattivo cinematografico, antesignano di altri omicidi squilibrati come il Jack Torrance del Nicholson di SHINING (1980) impegnati in cacce estenuanti alle proprie prede.

    “La morte corre sul fiume”

    Bramoso, avido e ossessionato da turbe di natura sessuale e misogina, Powell sublima scientemente le sue devianze dietro la facciata dell’osservanza della morale religiosa, una maschera dai forti accenti teatrali dietro cui si cela anche la bigotta società americana criticata da Laughton. Mitchum impersona l’inquietante babau di una bizzarra fiaba nera ambientata nell’America della Grande Depressione, un contesto da lui ben conosciuto. Powell è il terrore, reale e strisciante, che ha attraversato un Paese economicamente distrutto, la rappresentazione della perdita di qualsiasi punto di riferimento, la violenza incarnata in un’epoca di caos. Le sue mani tatuate con le parole LOVE/HATE costituiscono una delle immagini più torbide e affascinanti della storia del cinema.

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