Il grande Ugo. 10 personaggi per ricordare Tognazzi

A 25 anni dalla scomparsa del grande attore, uno dei pilastri della commedia all'italiana, ripercorriamo la carriera di Ugo Tognazzi illustrando 10 tra i personaggi più significativi ed irriverenti incarnati in 40 anni trascorsi sui set.

, di

UGO TOGNAZZI, UNO DEI “MOSTRI” DELLA COMMEDIA ALL’ITALIANA

Il 27 ottobre 1990 se ne andava Ugo Tognazzi, uno dei “mostri” del cinema italiano del Novecento. Appena sessantottenne, il celebre attore nativo di Cremona e romano d’adozione moriva improvvisamente, vittima di un’emorragia cerebrale.
In quarant’anni di attività davanti alla macchina da presa, si è guadagnato un posto d’onore tra i grandi rappresentanti della migliore commedia all’italiana.
Insieme ad Alberto Sordi, a Vittorio Gassman e a Nino Manfredi, Tognazzi è stato il quarto, grandioso mattatore di un’indimenticabile stagione del nostro cinema in cui, dalla collaborazione tra grandi estri registici, superlativi sceneggiatori ed attori di indubbio ed originale talento sono nate pellicole che hanno saputo cogliere, se non anticipare, i grandi mutamenti della società italiana.
Tognazzi ha collaborato proficuamente e a più riprese con cineasti come Dino Risi, Mario Monicelli, Alberto Lattuada, Pier Paolo Pasolini, Luciano Salce e, soprattutto, con l’irriverente Marco Ferreri, di cui ha saputo intercettare puntualmente gli aspetti più goliardici e neri dei suoi copioni.
Amante delle belle donne (le sue appassionate storie d’amore hanno spesso riempito i rotocalchi dell’epoca), è stato grande tifoso di calcio (ha interpretato anche direttore sportivo, in ULTIMO MINUTO), agguerrito milanista, e impetuoso cuoco: amante del cibo e dell’arte del cucinare, si divertiva a spignattare per parenti ed amici ed è ancora particolarmente noto L’abbuffone, il suo famoso libro di ricette. La sua casa di campagna di Velletri, ribattezzata La Tognazza, divenne non solo un’oasi personale, ma un’azienda agricola a conduzione famigliare (oggi gestita dal figlio GianMarco) e celebre punto di ritrovo per grandi abbuffate in compagnia.

L’ARTE DI TOGNAZZI E L’ANALISI DELLA MEDIOCRITÀ UMANA

Nato artisticamente sui palchi dell’avanspettacolo teatrale al soldo di importanti compagnie come quella di Wanda Osiris, dove arrivò poco dopo il 1945, e dopo una vincente gavetta televisiva al fianco del sodale Raimondo Vianello, Tognazzi riuscì ad imporre al pubblico una figura comica diversa da quella a cui la platea italiana era maggiormente avvezza: forte di un’ironia che faceva largo uso di una calibrata caratterizzazione fisica e, soprattutto, di una sorta di “nordicità”, come ebbe a definirla Claudio G. Fava, che, da subito, gli permise di distinguersi dai famosi colleghi romani, Tognazzi ha saputo costruire negli anni indimenticabili personaggi cinematografici ricchi di chiaroscuri.
“Amo il cinema non in quanto tale ma perché rappresenta la possibilità di raccontare storie che riguardano la nostra vita, i nostri problemi: mi piace inserirmi in questi problemi e analizzarli (…). Ciò che amo di più nel cinema è la possibilità di analizzare, attraverso i miei personaggi, la mediocrità dell’uomo, dichiarava Tognazzi in un’intervista rilasciata nel 1973.

10 PERSONAGGI FONDAMENTALI INTERPRETATI DA UGO TOGNAZZI

E allora, in occasione dei venticinque anni trascorsi dalla scomparsa del grande attore italiano, Nientepopcorn.it dedica ad Ugo Tognazzi una classifica in cui compaiono 10 tra i personaggi più significativi, discutibili, caustici, irriverenti e profondamente ironici della sua carriera.

  • Il federale
    6.8/10 37 voti

    10. Primo Arcovazzi

    Nel 1961, la carriera di Ugo Tognazzi subisce una decisa svolta: dal 1950, anno in cui ha esordito al cinema ne I CADETTI DI GUASCOGNA, l’attore ha partecipato a più di quaranta film, perlopiù nelle vesti di spalla comica o brillante, e Luciano Salce gli offre il primo ruolo importante nel film IL FEDERALE, originale seppur non pienamente riuscita analisi e metafora dell’Italia immediatamente post-fascista, nonché ambigua satira sul regime. Pur dividendo la scena con l’inglese George Wilson, Tognazzi è protagonista di una vicenda tragicomica nei panni della solerte e ciecamente fedele camicia nera Primo Arcovazzi. Pur caratterizzando fortemente il proprio personaggio con una gestualità ed una mimica comicamente artefatte, Tognazzi si allontana per la prima volta dalle macchiette degli esordi per incarnare un personaggio decisamente complesso e venato da accenti profondamente drammatici.

  • 9. Primo Spaggiari

    Ironia del destino: dopo aver interpretato un fascista di nome Primo, a distanza di circa vent’anni, ne LA TRAGEDIA DI UN UOMO RIDICOLO (1981) di Bernardo Bertolucci, Tognazzi incarna un altro Primo, solo che questa volta, in una sorta di gioco di specchi, si tratta di un ex-partigiano.
    Diventato imprenditore dopo una vita di sacrifici, lo Spaggiari ha aperto un caseificio, si è sposato con Barbara (Anouk Aimée), una bella donna di origine francese, ed ha un figlio, Giovanni (interpretato da uno dei quattro figli di Tognazzi, Ricky) che, improvvisamente, viene rapito da una banda di malviventi che, per la sua liberazione, chiede un riscatto tale da indurre l’uomo a temere per la sopravvivenza della sua già barcollante azienda. In un film non esente da incertezze (pare che Bertolucci prevedesse addirittura un finale differente da quello montato), l’interpretazione estremamente efficace di Tognazzi alle prese con un personaggio quasi modellato su di lui, a tratti ridicolo nel suo attaccamento alla materialità della vita (non a caso, come lo stesso Ugo, Primo è visceralmente amante del cibo), gli è valso il premio come Miglior Attore al Festival di Cannes di quell’anno.

  • Io la conoscevo bene
    8.0/10 58 voti

    8. Gigi Baggini

    Pur comparendo brevemente solo in un paio di scene, il commediante Baggini è uno dei volti fondamentali di IO LA CONOSCEVO BENE (1965) di Antonio Pietrangeli: lo vediamo tra gli ospiti di un party a cui, accompagnata dal fotografo Cianfanna (Nino Manfredi), giunge Adriana (Stefania Sandrelli), ragazza di provincia approdata a Roma con l’intenzione di entrare nel mondo dello spettacolo. Dall’alto di un tavolino, apertamente sbeffeggiato dal cinico Roberto (Enrico Maria Salerno), il Baggini (Tognazzi) intrattiene il pubblico con puri pezzi di avanspettacolo, con l’imitazione di treni e caffettiere: la rappresentazione di un uomo prostrato in maniera quasi servile ai lazzi di una platea grottescamente divertita è uno dei ritratti più struggenti ed amari incarnati da Tognazzi lungo la propria carriera. Parlando di quella che gli valse il Nastro d’Argento come Miglior Attore non Protagonista, anni dopo Tognazzi avrebbe dichiarato: “Credo che sia la mia caratterizzazione più riuscita, più autenticamente drammatica”.

  • 7. Umberto Ciceri

    Ormai interprete maturo e consapevole dei propri mezzi, anche quando non ha un ruolo da protagonista, Tognazzi è in grado di segnare indelebilmente la pellicola di turno. In questo caso, poi, vi riesce addirittura senza parlare. Umberto Ciceri, infatti, è l’indimenticabile sarto muto sosia di Harpo Marx di STRAZIAMI, MA DI BACI SAZIAMI (1968), commedia che attinge a piene mani dalla cultura melodrammatica italiana declinata all’epoca dei fotoromanzi diretta da Dino Risi e seconda collaborazione tra il regista e l’attore dopo la strepitosa antologia de I MOSTRI (1963) condivisa con Vittorio Gassman. “In origine, volevano darmi il ruolo interpretato da [Nino] Manfredi, ma quando ho sentito parlare del sordomuto, ho detto che avrei fatto il film solo se mi davano quel ruolo: era così divertente!”. E il divertimento provato nell’interpretare il mite Umberto e l’evidente dedizione al ruolo da parte di Tognazzi (che chiese sul set la collaborazione di alcuni ragazzi realmente non udenti) è così palese da aver conquistato, finora, almeno tre generazioni di pubblico.

  • In nome del popolo italiano
    8.0/10 49 voti

    6. Mariano Bonifazi

    Meno istrionico che in altre situazioni, ma sicuramente solido nell’interpretazione di un giudice inflessibile e parimenti disilluso, estremamente umano e disincantato, Tognazzi tratteggia tale Mariano Bonifazi in modo da bilanciare splendidamente il dirompente trafficone Santenocito interpretato da un incontenibile Vittorio Gassman in IN NOME DEL POPOLO ITALIANO (1971), ancora di Dino Risi, farsa profetica e oggi incredibilmente attuale, a distanza di oltre 40 anni. In un articolo del 1971, Claudio G. Fava definiva quello diretto da Dino Risi come “un film di mattatori. Il prevedibile duello Tognazzi-Gassman (…) si conclude con una chiara vittoria ai punti di Tognazzi, che ritaglia con amara diligenza il suo personaggio di magistrato modesto, ironico, severo, aggressivo e rabbiosamente deciso a far trionfare la giustizia”.

  • Il vizietto
    7.5/10 63 voti

    5. Renato Baldi

    IL VIZIETTO (1978) di Édouard Molinaro ha segnato la definitiva consacrazione di Ugo Tognazzi in Francia. In coppia con un meraviglioso Michel Serrault nel ruolo di Albin, l’attore italiano da vita con guizzi surreali a Renato Baldi, un omosessuale sposatosi, in gioventù, con una donna da cui ha avuto un figlio, Laurent (Rémi Laurent): il ragazzo, prossimo al matrimonio, ha accettato serenamente l’allontanamento del padre dalla famiglia e la sua vivace relazione con la sensibile e capricciosa drag queen Zaza Napoli (alter-ego di Albin-Serrault sulle assi del palco di La cage aux folles, il locale che i due gestiscono da oltre vent’anni a Saint-Tropez). Il risultato di queste premesse è una commedia degli equivoci di grande successo popolare dal sapore fresco e piccante, vincitrice del Golden Globe come Miglior Film Straniero e candidata a tre premi Oscar, tra cui quello per la Miglior Regia.
    La buona riuscita del film è stata tale da generare ben due seguiti, IL VIZIETTO II (1980), diretto sempre da Molinaro, e MATRIMONIO CON VIZIETTO (1985), con regia di Georges Lautner, tutti interpretati dalla coppia Tognazzi-Serrault.

  • La donna scimmia
    7.9/10 34 voti

    4. Antonio Focaccia

    L’incontro professionale tra Marco Ferreri e Ugo Tognazzi maturato con il film a episodi CONTROSESSO (1964) si sarebbe concretizzato definitivamente di lì a poco sul set de LA DONNA SCIMMIA (1964), un film cinico, cattivo e quantomai realistico nei suoi eccessi. “Il film fece abbastanza rumore all’epoca in cui uscì (…), ma non fu capito. Se qualcuno lo rivedesse oggi, lo troverebbe non solo normale, ma in più vi vedrebbe una piccola storia poetica senza alcuna traccia di scandalo”, ha dichiarato Tognazzi, nel 1973, in un’intervista rilasciata ad una rivista francese. L’attore italiano interpreta Antonio Focaccia, un ciarlatano da due soldi che si arrabatta nei bassifondi di Napoli. Per puro caso, in un convento di monache, scopre l’esistenza di Maria (Annie Girardot), una timida orfana cresciuta dalle suore e celata agli occhi del mondo esterno, perché completamente ricoperta da lunghi peli che provocano la repulsione di chi le sta accanto. Intuendo le possibilità commerciali di questa anomalia, Focaccia convince Maria a seguirlo e, con la promessa di considerarla come la sua fidanzata, la fa esibire come un fenomeno di baraccone. Il successo è immediato, ma Maria è profondamente triste e si sente umiliata. Focaccia, allora, ricorre ad una delle convenzioni sociali più invise a Ferreri: sposa Maria, ma nel contempo pretende da lei sempre di più. Gran parte della critica ha visto nel film di Ferreri una rilettura aggiornata del mito felliniano di Zampanò e Gelsomina de LA STRADA (1954): sicuramente, la vicenda del Focaccia e di Maria, nella sua desolazione, nella messinscena affatto rassicurante dell’ignoranza gretta, ha un che di orrorifico e paradigmatico che permette di avvicinarla alla tradizione della favola nera europea.

  • 3. Il Macellaio

    Dal punto di vista morale, LA PROPRIETÀ NON È PIÙ UN FURTO (1973) è tra i film più brutali di Elio Petri, una cupa ed allucinata morale sulla società capitalistica, un’esegesi sulla lotta di classe, ben esplicata dall’esasperata contrapposizione tra lo psichicamente provato impiegato bancario Rag. Total (Flavio Bucci) ed il suo antagonista ideale, il Macellaio (Tognazzi), un uomo intimamente volgare, abbruttito oltremisura dal senso del possesso. Vista l’accoglienza decisamente tiepida al Festival di Berlino e alla Mostra del Cinema di Venezia e nonostante il divieto ai minori legato ai toni ed alla messinscena della pellicola film, il distributore del film decise di spacciarlo ufficialmente per una commedia, in virtù della sola presenza di Tognazzi, riscuotendo un convinto e ormai inaspettato successo di pubblico.
    A proposito del lavoro di caratterizzazione messo in atto per il film di Petri, Tognazzi ha descritto così il Macellaio, per il quale ha dovuto sfoggiare un’inedita cadenza romanesca: “È un personaggio costruito molto dal di fuori. (…) È estraneo a me stesso. Dovevo rappresentare un lottatore, un macellaio; è chiaro che io non lo sono, non sono uno sportivo, non ho i muscoli del lottatore. (…) Anche la cinepresa ha dovuto preoccuparsi di ingrandirmi. In questo personaggio c’è anche l’analisi di una certa mediocrità e soprattutto l’analisi della violenza. Questo macellaio è violento nel senso più assoluto del termine, non la violenza dei western o dei film cinesi di Hong Kong, ma la violenza intellettuale, la violenza morale”.

  • La grande abbuffata
    8.0/10 136 voti

    2. Ugo

    Sesta e penultima collaborazione tra Tognazzi e Ferreri (l’ultima, nel 1974, sarà NON TOCCARE LA DONNA BIANCA), LA GRANDE ABBUFFATA (1973) rappresenta, forse, il film più liberatorio nato dal connubio tra i due artisti: “Ferreri mette in scena le sue storie non attraverso dei personaggi che ha fabbricato, ma appoggiandosi psicologicamente agli attori cui affida i ruoli; lascia che si esprimano secondo il loro stato d’animo individuale. Tutto sommato, per LA GRANDE ABBUFFATA, gli uomini che compaiono nel film, entro certi limiti, sono proprio Ugo Tognazzi, il suo carattere, il suo temperamento, Michel Piccoli, Philippe Noiret, Marcello Mastroianni. Tutto questo, forse, non viene fatto in maniera forzata, è quasi una conseguenza involontaria; Ferreri lo fa per comodità”, ha dichiarato Tognazzi in un’intervista rilasciata durante il Festival di Cannes del ’73, dove il film era in concorso per la Palma d’Oro e dove ha vinto il premio FIPRESCI. “Ugo è un personaggio estremamente semplice, lineare, senza incrostazioni intellettualistiche, umano”, continua Tognazzi. “Così ha il comportamento più umano, per esempio, nel suo modo di morire”. I toni quasi apocalittici del film, che vede per protagonisti quattro uomini che decidono di mangiare fino a morirne, sono maschera di una crisi personale e interiore che sembra colpire non solo i protagonisti, ma l’intero genere umano. Perciò, se morte deve essere, perlomeno lo sia in maniera gaudente, se non gaudiosa: “Ho proposto io a Ferreri (per il mio personaggio) una morte nella quale al fatto di mangiare venisse ad aggiungersi un gesto sessuale. La morte del mio personaggio -il vero buongustaio, l’uomo che si nutre soltanto della materia e che non ha altri problemi- diventava così ideale: una morte con un orgasmo fisiologico”.

  • Amici Miei
    8.1/10 372 voti

    1. Conte Raffaello “Lello” Mascetti

    Codificatore definitivo della cosiddetta supercazzola, artista sopraffino della zingarata, il Conte Mascetti della trilogia di AMICI MIEI iniziata nel 1975 è la summa della follia e della giocosità non solo di Mario Monicelli (che sostituì alla regia Pietro Germi quando ne venne resa nota la malattia che, nel ’74, lo avrebbe condotto alla morte), ma anche del suo interprete, un Tognazzi burlone come non mai, fedifrago e imbroglione all’ennesima potenza, votato al puro divertimento personale ottenibile solo attraverso il dileggio del mondo intero, senza distinzione alcuna tra affetti personali e perfetti estranei. L’atteggiamento fisico, estremamente caratteristico, e quella che sembra una sorta di predisposizione assolutamente naturale al ruolo, rendono il personaggio di Tognazzi uno dei pilastri su cui si fonda fermamente la riuscita di un film che è diventata una vera e propria pellicola di culto, una sequela di immagini e situazioni simbolo di un’eterna immaturità che, all’ombra del divertimento sfrenato, cela quella malinconia di fondo che caratterizzerà l’ultima felice stagione della commedia all’italiana.

Fonti:
Jean-A. Gili, Arrivano i mostri. I volti della commedia italiana, ed. Cappelli, 1980
(a cura) Aldo Bernardini, Claudio G. Fava, Ugo Tognazzi, ed. Gremese, 1978
Tognazzi.com

CATEGORIE: Anniversari

Lascia un commento

jfb_p_buttontext