IL VANGELO SECONDO MATTEO (1964) di Pier Paolo Pasolini

matteoIl Vangelo secondo Matteo viene letteralmente preannunciato da La ricotta, l’episodio di Ro.Go.Pa.G. (1963) diretto da Pier Paolo Pasolini.
Devono trascorrere due anni da quel lavoro, prima che Pasolini si senta pronto per affrontare la materia: il Vangelo trova giustificazione in una “dimensione interna all’autobiografia poetica e culturale dell’autore” [1], entro cui affiora il suo dibattito interiore, in cui si contrappongono la componente evangelica celebrata fin dai tempi delle elegie giovanili (Poesie a Casarsa, 1942) e la tormentata consapevolezza che “la chiesa del (suo) adolescente amore” [2] era stata tragicamente sostituita dalla certezza che “la Chiesa è lo spietato cuore dello Stato” [3].
In seno a questa presa di coscienza, si intrecciano le posizioni pasoliniane relative alla mercificazione dei rapporti umani, alla scoperta di una dimensione “proletaria” derivante anche dai viaggi in India e in Africa, all’avvento di una “preistoria sottoproletaria”: Si apre come un’aurora/ Roma, dietro le spirali del Tevere/ gonfio di alberi splendidi come fiori/ biancheggiante città che attende i non nati,/ forma incerta come un incendio/ nell’incendio di una Nuova Preistoria [4].
Il peso dell’esperienza biografica e culturale di Pasolini si esprime attraverso una “fedele e pure liberissima variazione” [1] del libro di Matteo, in cui Cristo è usato come metafora e mito epico-lirico di una protesta.
“Seguendo le accelerazioni stilistiche di Matteo alla lettera, (…) l’abolizione dei tempi cronologici, i salti ellittici della storia (…), la figura di Cristo dovrebbe avere, alla fine, la stessa violenza di una resistenza: qualcosa che contraddica radicalmente la vita come si sta configurando all’uomo moderno, la sua grigia orgia di cinismo, ironia, brutalità pratica, compromesso, conformismo, glorificazione della propria identità nei connotati della massa, odio per ogni diversità, rancore teologico senza religione” [5].
Il rischio della “declamazione astratta” viene rifuggito grazie alla contestualizzazione: il paesaggio è concreto, sensibile, materico, vero. Lo sfondo pietroso degli spazi lucani (inizialmente, Pasolini aveva pensato di girare la pellicola in Israele, in seguito ad un viaggio avvenuto nel 1963), i volti dei comprimari, la presenza di oggetti legati alla vita quotidiana radicano il Cristo pasoliniano (dolceardente) in una cornice reale e riconoscibile, vicino ma inaccessibile sia alla folla del popolo che ai farisei ed ai sadducei, metafora del dominio.
Al taglio neorealistico dato alla rappresentazione degli spazi naturali ed antropizzati si contrappone l’aperto citazionismo pittorico, ispirato a Duccio di Buoninsegna, Piero Della Francesca e Dreyer, mentre l’uso delle musiche “alte” (Bach, Mozart, Prokofiev) nelle scene ricche di solennità si contrappone a quelle popolari (es. spiritual) scelte per le sequenze più tragiche.
“(…) Il Vangelo chiude la prima fase del cinema pasoliniano: sia nel senso che l’autore non ritroverà, se non marginalmente e sempre con ironica consapevolezza, lo slancio utopico e l’empito sentimentale del suo Cristo, sia perché l’equilibrio fra la tecnica e il mito, le due tensioni del cinema di Pasolini (…), si incrina e si spezza infine a favore del secondo polo di attrazione” [1].

NOTE BIOGRAFICHE
Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna, il 22 marzo 1922. Dimostra fin da piccolo una propensione per le arti, in particolare per la pittura, la poesia e la letteratura: il trasferimento della famiglia in Friuli gli permette di entrare in contatto con la cultura locale le cui peculiarità linguistiche lo affascinano ed interessano, coinvolgendolo nella fondazione di una rivista (Stroligut) e dell’Accademiuta di lengua friulana. Durante gli anni dell’università, iniziata solo diciassettenne, a Bologna, compone poesie in friulano e in italiano.
Nel 1945, si laurea in Lettere con una tesi intitolata Antologia della lirica pascoliniana.
Trasferitosi nuovamente in Friuli, inizia a lavorare come insegnante e, nel 1947, si iscrive al PCI, scrive per la rivista del partito e diventa Segretario della sezione di San Giovanni di Casarsa, ma i contrasti culturali e politici sia con i compagni di partito che con gli esponenti della clericale DC ed un’accusa di corruzione di minorenne gettano un’ombra definitiva sulla sua figura di letterato locale, tanto da costringerlo a dimettersi dal ruolo di insegnante e, nel gennaio 1950, a partire per Roma con la madre: è un lungo periodo di stenti e desolazione personale. Le borgate romane, disordinate, allucinate e alienanti quasi lo stordiscono.
A questo periodo corrisponde l’elaborazione del mito del sottoproletariato urbano romano.
Trova impiego come insegnante, a Ciampino, organizza alcune raccolte di poesie dialettali (La meglio gioventù, 1954), collabora con Carlo Emilio Gadda in un giornale radio, e, appassionato di cinema, inizia a frequentare Cinecittà nelle vesti di figurante. Collabora ai dialoghi de Le notti di Cabiria (1957) di Fellini, collabora come sceneggiatore con Bolognini e Rosi ed esordisce come attore ne Il gobbo (1960) di Lizzani.
Nel 1959, pubblica il suo primo romanzo, Una vita violenta, che suscita aspre critiche morali, tanto da venire censurato e ritirato dal mercato per un anno.
Nel 1961, realizza Accattone, il suo primo film da regista, con cui si presenta al Festival del Cinema di Venezia: la pellicola suscita polemiche, ricevendo dure critiche ed un divieto ai minori di anni diciotto.
Anche il lavoro successivo, La ricotta, episodio contenuto nell’antologico Ro.Go.Pa.G. (1963) viene osteggiato e accusato di vilipendio.
La sua successiva carriera, sia letteraria che cinematografica, non smetterà di suscitare accesi dibattiti di ampia risonanza, anche internazionale, fino all’ultima opera, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), per via del suo chiaro senso di “esaltazione della abnormità e della anormalità contro la norma del vivere borghese” [6].
Pasolini ama viaggiare: si reca in India (1961), batte l’Egitto con Moravia, la Maraini e Maria Callas , visita Sudan, Kenya (1962), Ghana, Nigeria, Israele (1963), Stati Uniti (1966), Uganda, Tanzania (1970), trovando spunti per alcuni documentari.
Negli anni della contestazione giovanile, l’Italia è in pieno fermento sociale e culturale e la situazione generale non lascia indifferente Pasolini che inizia a collaborare con Lotta Continua (1972) e il Corriere della Sera (1973) con numerosi scritti critici di attualità ed alcune analisi in materia cinematografica.
Il suo corpo senza vita viene ritrovato massacrato sul lungomare di Ostia, la mattina del 2 novembre 1975.

[1] Adelio Ferrero, Il cinema di Pier Paolo Pasolini, ed. Marsilio, 1977
[2] Pier Paolo Pasolini, Le albe, 1942
[3] Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, ed. Garzanti, 1961
[4] Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa, 1964
[5] Pier Paolo Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, ed. Garzanti, 1964
[6] Marco Bellocchio, I pugni in tasca, ed. Garzanti, 1967

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A cura di Stefania