AGUIRRE, FURORE DI DIO (1972) di Werner Herzog

aguirreLope De Aguirre fu un avventuriero di origine spagnola, con un passato turbolento caratterizzato da crimini ed imprese temerarie. Arrivato in Perù dalla Spagna nel 1544, si unì a tale Gonzalo Pizarro in una ribellione contro la corona spagnola. Soprannominato Il Traditore, portava con vanto e cinismo tale appellativo, al punto da firmarsi così anche nei documenti ufficiali. Per non smentirsi, dopo aver tradito la causa rivoluzionaria, si pose al soldo del conquistador Pedro de Urzùa: nel bel mezzo della spedizione, Aguirre uccise Urzùa e la moglie e, dopo aver fatto eleggere Fernando de Guzmàn principe del Perù, si fece nominare capo militare della missione. Guzmàn criticava apertamente la sua ferocia: Aguirre lo uccise e, successivamente, si accanì sul prete della spedizione che gli rifiutava l’assoluzione. Dinanzi a tanta efferatezza, il manipolo di uomini che lo accompagnava nella giungla decise di ucciderlo.
Il film di Herzog Aguirre, furore di Dio (1972) racconta proprio della spedizione di Urzùa e del suo tragico epilogo: le difficoltà affrontate dal regista e dalla troupe durante le riprese costituiscono un affascinante parallelo con le vicende raccontate e l’affinità formale e contenutistica della pellicola con il romanzo Cuore di tenebra (1902) di Joseph Conrad rende questo lavoro del regista tedesco un felice episodio metacinematografico. “La recita non deve uscire dalla scena, anche se questa è irriconoscibile e per molti versi non si distingue da quella che aveva ospitato, quattrocento anni prima, i fatti cui il racconto si riferisce. Le insidie della giungla, l’acqua che ha devastato attrezzature e zattere, il caldo che soffoca i soldati nelle loro armature, il tormento degli insetti, le malattie (ci sarà anche un caso di epatite virale), la schiera di indios del tutto simile a quella che nel passato aveva smarrito le spedizioni spagnole, tutto concorre a precipitare i protagonisti nella confusione, a portare la teatralità alle soglie della follia” [1].
Nonostante i grossi problemi organizzativi ed il timore del protagonista, Klaus Kinski, di essere aggredito dagli indios esausti (la produzione ricevette una denuncia da parte di Amnesty International), il film si concluse regolarmente. “Aguirre resta (…) la più grande interpretazione di un attore [Kinski] il cui confondersi nel personaggio per una volta è preferibile a quell’altro smarrimento, al suo errare in parti di nessun rilievo, filmetti da quattro soldi, dove il ruolo di nazista, torturatore, sadico, ecc., ne faceva il gelido automa della peggiore macchina cinematografica” [1].
Di Aguirre colpisce l’aderenza con la situazione vissuta da Herzog e dai suoi dipendenti: si tratta di una vicenda unica ed irripetibile, in cui la progressiva consunzione degli oggetti di scena e dei macchinari, la costruzione delle zattere e delle strutture utili al set, lo smarrimento e l’angoscia sono dati reali drammaticamente simili a quelli fittizi proposti dalla sceneggiatura. “Le parti più coinvolgenti e toccanti del film sono quelle in cui il silenzio e il respiro della natura, la giungla che si anima di presenze selvagge, il procedere delle acque e la pena degli uomini, costruiscono lentamente una scena larga e possente, dove domina un’ansia di distruzione e volontario declino” [1].
Ed è nel racconto dell’avventura coloniale che il film di Herzog offre al pubblico tutte le proprie analogie con il citato romanzo di Conrad: “Sbarcare in un pantano, marciare attraverso i boschi, e in qualche posto avanzato dell’interno sentire che la natura selvaggia, tutto quel che si può dare di più selvaggio s’è richiuso attorno a lui; tutta quella selvatica vita che si agita misteriosamente nella giungla, nella foresta, nel cuore dei barbari” [2].
La vertigine della cospirazione, l’intrigo generato dall’isolamento e dalla paura dei membri della spedizione, il sospetto, il tradimento: tutto converge nel drammatico arrivo al fiume, un corso d’acqua che sembra ipnotizzare l’uomo con un “fragore ininterrotto, uniforme, precipitoso e furente” [2] e che sarà la tomba di Aguirre.
Nel rapporto con la natura si intuisce “la tenebra di una notte impenetrabile” [2]: “il dominio [sullo spazio naturale], la ragione ideologica di quel dominio, la giustificazione procurata dal sapere, dalla civiltà, la sconfitta continua di questo sapere, smentito dal silenzio e dalla tenacia di una terra primigenia, un labirinto (…), è questo un altro modo di vedere la storia di Aguirre. L’esito dello scontro è la sottomissione ad una legge animale, brutale, tanto lontana quanto identica alla purezza ideale ed utopica del missionario; si ripete un ciclo perverso che dall’isolamento e dalla lotta per la sopravvivenza distacca un’astratta convinzione di dominio assoluto, di possibilità infinite, di conquista e di impero, ne fa un culto che si esprime nel rito sanguinario, nell’esercizio indiscriminato di quel potere sulla vita” [1].

[1] Paolo Sirianni, Il cinema di Werner Herzog, ed. Liberoscambio, 1980
[2] Joseph Conrad, Cuore di tenebra, ed. Einaudi, 1974

NOTE BIOGRAFICHE
Werner Herzog nasce col nome di Werner H. Stipetić a Monaco, nel 1942.
Figlio di una coppia di biologi, si trasferisce ancora bambino, insieme alla madre ed ai fratelli, in un paesino della Baviera privo di qualsiasi comodità moderna: Werner cresce a stretto contatto con la natura, senza radio, né televisione. Egli vede il suo primo film, un documentario, all’età di undici anni.
Nel 1954, torna a Monaco, per proseguire gli studi: lui, la madre ed i due fratelli vivono in una pensione frequentata anche dal giovane ed eccentrico attore Klaus Kinski che sarà protagonista di cinque film e di un documentario firmati da Herzog.
Autodidatta, Werner scrive il suo primo soggetto cinematografico a quattordici anni: in quel periodo, ruba una cinepresa 35 mm. dalla Scuola di cinema di Monaco. Termina gli studi superiori e, contemporaneamente, svolge diversi lavori notturni: coi soldi guadagnati, nel 1962, realizza il suo primo cortometraggio, Ercole. L’anno successivo fonda la Werner Herzog Filmproduktion, la sua casa di produzione, ancora esistente.
Studia storia, letteratura e teatro all’Università di Monaco, continuando a dedicarsi al cinema: dalla metà degli anni Sessanta, inizia ad attirare l’attenzione della critica. Vince una borsa di studio per una università americana: si reca negli USA, ma abbandona gli studi per dedicarsi a lunghi viaggi che lo portano da New York fino in Messico.
Nel 1968, vince l’Orso d’Argento a Berlino con il suo primo lungometraggio, Segni di vita.
Quello stesso anno, parte per l’Africa e produce abbastanza materiale per realizzare ben tre film, tra cui Anche i nani hanno cominciato da piccoli (1970).
“Alle prime opere hanno fatto seguito film famosi come Kaspar Hauser, Stroszek, Aguirre, Nosferatu, produzioni sempre più impegnative che Herzog ha organizzato e condotto personalmente, come agli esordi, sempre ai limiti delle possibilità pratiche, per una irrinunciabile inclinazione all’azzardo e alle imprese clamorose, ma soprattutto per difendere la indipendenza del suo lavoro e una certa fama di autore ribelle e anticonformista” [1].

[1] Paolo Sirianni, Il cinema di Werner Herzog, ed. Liberoscambio, 1980

Commenta nel gruppo INTOLERANCE

A cura di Stefania