UN CANE ANDALUSO (1929) di Luis Buñuel

Un-chien-andalouNatale 1927, Figueroa. Luis Buñuel trascorre le festività con l’amico Salvador Dalì. Una mattina, si confidano reciprocamente un sogno: l’uno ha immaginato di ferire ad un occhio una persona, l’altro di essere stato ricoperto dalle formiche. In sei giorni, i due amici stendono la sceneggiatura di Un cane Andaluso.
“Buñuel e Dalì accettano le prime immagini che vengono alla mente, rifiutando sistematicamente tutte quelle che possono venire dalla cultura e dall’educazione” [1]. Il film nasce dall’applicazione della tecnica surrealista dell’automatismo psichico, “dettato dal pensiero, in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale” [2]. Il meraviglioso è la chiave per conquistare l’inconscio ed il sogno conduce ad una sur-realtà, superiore alla realtà percepita: le teorie freudiane sull’onirico, l’esaltazione sociale legata alla Rivoluzione d’Ottobre, il marxismo e la passione per l’amour fou fomentano le menti dei due artisti.
Fattosi aiutare economicamente dalla madre, Buñuel vive un breve periodo di bagordi e poi inizia le riprese, a Billancourt. Dalì si farà vivo solo per aggiungere un po’ di pece al pelo degli asini inseriti nella penultima scena. Nessuno ha idea di quale sarà il montaggio finale del film.
La prima proiezione avviene a Parigi (1929), presso lo Studio Ursulines, insieme a Le mystère du Chateau de dès di Man Ray: è un successo ed uno scandalo.
“Ci troviamo davanti al primo film della storia del cinema che, contrariamente ad ogni regola, è stato realizzato affinché lo spettatore medio non possa sopportarne la visione. (…) E’ il primo film non attraente. Questa volontà di offendere era talmente spinta che passò il suo scopo. I borghesi, notoriamente masochisti, applaudirono dopo aver visto quel film che disturbava la loro digestione” [3].
Un cane andaluso è “il film antinarrativo per eccellenza” [1] che funziona per associazioni (es. occhio-rasoio/ luna-nuvola), perfezionando il modello già sperimentato da Breton e Soupault negli scritti Les champs magnétiques (1919), e che, rifiutando lo spirito naturalista, codifica la cosiddetta arte oppositiva, grazie alla quale lo spettatore viene posto in attesa, per essere poi stupito con eccessi fuori dal comune pensare.
Terminato il film, Buñuel e Dalì dichiararono che “chi lo avesse trovato bello e poetico non poteva che essere un imbecille” [1].

NOTE BIOGRAFICHE
Luis Buñuel, figlio di un commerciante tornato in Spagna dopo un’esperienza a Cuba e di una ragazzina spagnola, nasce nel febbraio del 1900, a Calanda, in Aragona, primo di sette figli. “Ho avuto la fortuna di passare la mia infanzia nel Medioevo, quell’epoca dolorosa e squisita, come scriveva Huysmans. Dolorosa per la vita materiale. Squisita per la vita spirituale” [4]. Innamorato della natia regione dell’Aragona che, coi suoi riti religiosi teatrali ed esibiti, ricorrerà costantemente nella sua filmografia, fu ragazzino impertinente, aspirante musicista, studente –nell’ordine- di ingegneria agraria, ingegneria industriale, scienze naturali e, infine, laureato in lettere e filosofia.
Durante gli anni universitari a Madrid (1917-1924), è poeta e boxeur dilettante e amico di Borges, Dalì, Garcìa Lorca.
A Parigi dal 1925, entra in contatto con Picasso, Man Ray, Le Corbusier, Cocteau e, finalmente, incontra il cinema: è Destino (1921) di Fritz Lang a folgorarlo. Si iscrive all’Académie de Cinema fondata da Jean Epstein ed è uno studente indiavolato. Nell’arco di un paio di settimane, e con parte dei soldi risparmiati per il proprio matrimonio, gira Un cane Andaluso (1929), co-sceneggiato con Salvador Dalì: entra a gran carriera nel circolo surrealista parigino.
Con la nascita della Repubblica spagnola e lo scoppio della Guerra, la sua vita si fa peregrina: viaggia tra gli Stati Uniti e Parigi, ma non rientra più in Spagna, dove il suo terzo film, Tierra sin pan (1932), viene definito dalla censura repubblicana un “delitto contro la patria”.
Vive a Hollywood, dove tenta di incontrare, vanamente, Chaplin, e a New York, adattandosi a fare i lavori più svariati per mantenere la moglie, la francese Jeanne Rucar, e i due figli: doppiatore per la Paramount, curatore dei film in lingua spagnola per la Warner Bros, curatore di rassegne cinematografiche.
Si convince di aver perso qualsiasi occasione per poter “fare cinema”.
Inaspettatamente, gli viene proposto l’adattamento cinematografico di un romanzo di Garcìa Lorca e si reca in Messico: il progetto sfuma, ma lui si trattiene qui, dove girerà venti dei trentadue film della sua produzione. “Gli vengono commissionati soggetti che non ha scelto (di solito, di genere: melodrammi, commedie, ranchere e canterine), spesso lavora con attori fuori parte, imposti dalla produzione, sempre con mezzi economici e tecnici minimi. Non supera mai i ventiquattro giorni di lavorazione, lavorando spesso con lo stesso gruppo di tecnici, creando quasi una factory messicana” [1].
Fino al 1953, Buñuel guarda, disprezzandoli, i film neorealisti italiani e riduce al minimo i contatti al di fuori del Messico, finché, nel 1954, invitato in qualità di giurato al Festival di Cannes, ritorna in Europa.
Solo nel 1960, dopo più di vent’anni di assenza, rivede la Spagna, dove gira, commosso, Viridiana (1961). Da questo momento, ormai naturalizzato messicano, trascorre nel Paese natio alcuni mesi all’anno, per scrivere i propri lavori.
A Città del Messico, è abitudinario, elegante, vive con la moglie in una grande casa vicino al quartiere universitario.
Già affetto dalla sindrome di Ménière, nel 1974, gli viene diagnosticato il diabete.
Muore il 29 luglio 1983.

[1] Giovanni Valerio, Invito al cinema di Buñuel, ed. Mursia, 1999
[2] André Breton, Manifestes du Surréalisme. Idées, ed. Gallimard, 1969
[3] Ado Kyrou, Le surrealisme au cinéma, ed. Le Terrain Vague, 1963
[4] Luis Buñuel, Dei miei sospiri estremi, ed. SE, 1991

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A cura di Stefania