Recensione su Black Book

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21 Novembre 2013

Una delle recensioni più difficili.

Nella foto non c’è Shosanna Dreyfus ma Rachel Steinn. Eh si, Bastardi senza gloria ne ha di analogie con la pellicola meno conosciuta e molto più amara firmata Paul Verhoeven.
Pellicola antecendenta al film made in Tarantino.

Rachel è una giovane cantante Olandese di religione ebraica, si ritrova costretta a nascondersi in una fattoria del posto.
Fattoria distrutta a causa di una bomba della Luftwaffen. Chiede aiuto ad un detective che la mette in contatto con la Resistenza poiché vuole lasciare il Paese. E’ in questa occasione che rincontra la sua famiglia fatta imbarcare sulla prima imbarcazione per fuggire dall’ inferno sceso sulla Terra. E’ tutto un bluff, portati nella palude si ritrovano presto intrappolati.

Tutti eccetto Rachel sono uccisi e i corpi venivano saccheggiati. Da questo momento diventa Ellis de Vries e si unisce alla resistenza. Rachel/Ellis due identità separate in un’unica persona tremendamente sconvolta.
E’ scissa, da un lato chiede vendetta a causa della ferita aperta, le uccisioni brutali dei propri cari la trasformano in un certo qual modo; dall’altro invece non perde la sua umanità, la sua femminilità e finisce per innamorarsi.
Ellis/Rachel si spaccia per collaboratrice, è la Resistenza che le chiede ciò, scende a compromessi e lavora per il nemico.
Una spia tanto seducente quanto abile, una femme fatale che fa un solo errore: ricordarsi di avere un cuore. Si innamora del nemico.
Il film è crudo, è duro, forte e provocatorio.
La morale è questa: in guerra non ci sono innocenti e la stessa Resistenza Olandese si macchierà di atrocità, perpetuando violenze fisiche e psicologiche sui prigionieri (anche su uno innocente). E’ una denuncia totale. Ognuno ha uno scheletro nell’armadio, una colpa, il regista mette tutti alla berlina. Questo è un film tremendendamente cupo.
Il film si conclude riprendendo i primi minuti. Nei primi minuti lo spettatore viene catapultato nel ’56, in Israele. Siamo durante la crisi di Suez.
Ellis ritorna Rachel e il regista ci fa capire che la nostra protagonista dovrà lottare per sopravvivere, si dovrà difendere dai bombardamenti e dal crescente odio fra i cugini Palestinesi.
Il film lascia ottimi punti su cui riflettere, nella stessa Resistenza ci sono uomini e donne che non vogliono una ebrea dalla loro (si potrebbe vendere al nemico per danaro, ritorna lo stereotipo), il fatto che in guerra nessuno sia veramente innocente, si può riflettere sul valore di un gerarca nazista che va incontro al suo destino pur avendo subito una metamorfosi ma a me piace riflettere sui minuti concernenti il 56.

Ci si potrebbe interrogare sulle parole di un certo Theodor Herzl, un giornalista ebreo ungherese, un sionista di matrice laica in contrasto con la maggioranza degli ebrei. Egli scrisse “lo Stato Ebraico”, un saggio nel quale sosteneva come l’alternativa all’antisemitismo fosse la costituzione di uno Stato.. ma non in Palestina.
Se da un lato continua a farmi schifo quello che noi Europei (Italiani, Tedeschi, Francesi.. senza dimenticare le popolazioni dell’Est Europa) abbiamo fatto ai nostri stessi fratelli, italiani o tedeschi prima di tutto, ebrei poi. Dall’altro lato però mi lascia basito il conflitto fra due popoli figli della stessa terra, ed il comportarsi da colonizzatori degli Israeliani in cerca del loro spazio vitale.
Personalmente non l’avrei fatto finire in questo modo ma continuo a credere che sia una piccola perla cinematografica da scoprire e da diffondere.

DonMax

1 commento

  1. paolodelventosoest / 26 Gennaio 2017

    Ci sono indubbiamente alcuni momenti interessanti, ma il Verhoeven più “olandese” non incide, secondo me. Il casting, ad eccezione dei protagonisti – Carice Van Houten e Sebastian Koch, ai quali aggiungerei forse anche Waldemar Kobus nei panni del classico “porco nazista” – non è certo dei più brillanti. C’è da dire anche che lo spettatore viene “pizzicato” dall’eros e dalla violenza, stratagemmi un po’ facili per una storia drammatica come questa…ma Verhoeven è così, prendere o lasciare, e in questo risiede anche buona parte del suo bagaglio autoriale.

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