2015

Zvizdan

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Titolo Originale: Zvizdan
Attori principali: Tihana LazovićGoran MarkovićNives IvankovićDado ĆosićStipe RadojaTrpimir Jurkić, Mira Banjac, Slavko Sobin, Lukrecija Tudor, Tara Rosandić, Ksenija Marinković
Regia: Dalibor Matanić
Sceneggiatura/Autore: Dalibor Matanić
Colonna sonora: Alen Sinkauz, Nenad Sinkauz
Fotografia: Marko Brdar
Costumi: Ana Savić Gecan
Produttore: Ankica Jurić Tilić
Produzione: Serbia, Croazia, Slovenia
Genere: Drammatico
Durata: 123 minuti

Avereventanni / 17 Maggio 2016 in Zvizdan

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ci sono, romeojuliettesche ma con serbi e croati, tre storie, 1991 2001 2011, da qualche parte in Jugoslavia. Gli attori, ma non i personaggi, sono sempre gli stessi: lei brutta ma fexy e popputa e proserpina (?), lui un mix tra Messi e Paul Dano. 1991: Jelena e Ivan si amano, tutto intorno sta montando l’odio e vogliono fuggire a Zagabria. Tsktsk. Quando han sparato piangevo quasi quanto lei, la tromba l’assurdo l’ammmore. 2001: Natascia torna nella sua casa con la madre dopo la guerra. La casa è peggio del gruviera degli elvezi, tutta un buco di proiettile, pezzi che cadono. A rimetterla a posto le aiuta Ante (Ante ripara quest’anta, no scusa). 2011: Luka torna al paesello insieme a un amico cinghiale e tamarro. Anche lui è bello inquartato, tutto intorno una festa con rave e droggggha varia. Ma lui manco da strafatto si scopa la tizia strafatta che cinghiale aveva rimorchiato al ciglio della strada, invece va a trovare Maria, che aveva messo incinta e abbandonato andando a studiare in da big siti. Sottili fili uniscono (le tombe, e il cane ca**o, il cane? Mi sa di sì) gli attori che si ripetono, sugli stessi luoghi o poco più in là. La camera segue i due ragazzi, sempre uguali e diversi e forme dell’amore a ventanni, o dell’avere ventanni, o dei ventanni, o come cacchio si era a ventanni, io mi sa che non c’ero, e lo fa soffermandosi sul quadro e il dettaglio, gli insetti e i cocci, sulla prospettiva inusuale e il pertugio, attraverso cui le emozioni succedono. Bella frase, significa niente. Sopraffatto come detto dal primo, sul finale ho intravisto il percorso, e susseguirsi ideale, così come la guerra, di amore vs odio, composizione del conflitto (ok tramite pompino ma sempre composizione è) insieme alla ricostruzione dalle macerie e infine, dopo la notte (–>sole!), perdOno.

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Sui conflitti jugoslavi / 20 Aprile 2016 in Zvizdan

Passando per tre step, distanti dieci anni l’uno dall’altro, “Sole alto” costruisce tre storie di unione e divisione attraverso le terre dell’ex Jugoslavia. Nel 1991 una coppia di ragazzi decide di lasciare le proprie terre per raggiungere Zagabria, dove le loro radici serbe e croate non saranno più un problema. Il 2001 è l’anno in cui, risolto il conflitto bellico, una madre e sua figlia decidono di tornare nella loro vecchia casa segnata dalla distruzione, e Ante, giovane ragazzo croato, lavorerà per renderla nuovamente vivibile, instaurando un rapporto difficile con la figlia Natasa. Nel 2011 un ragazzo torna dalla città, dove sta affrontando gli studi universitari, in occasione di una festa che si svolgerà nei pressi del suo paese rurale. Rincontrerà i genitori ed un passato dal quale è egoisticamente scappato per dar sfogo alle sue ambizioni.
Matanic, il regista, ha una profonda consapevolezza di come il conflitto abbia cambiato le convivenze tra quelle che sono oggi due nazioni separate. Ne esplora le ripercussioni attraverso storie marginali, anche per questo ambientate in zone rurali, dove il segno non si esprime nel sociale, ma piuttosto è radicato nei pensieri degli individui. Guardando attraverso queste tre storie riusciamo a sentire lo scontro intimo, fatto di perdite affettive da entrambi i lati, ma anche di impossibilità e divieti di riunificazione, che a distanza di così tanti anni (Serbia e Croazia si dichiararono indipendenti nel 1991) ancora sono vivi nei vissuti della popolazione.
È un modo di mostrare gli effetti di questa divisione che si attacca agli individui e lavora sul piccolo, sull’ordinario. I molti ruoli che la musica ha nel film vanno dall’esaltazione, alla dichiarazione di un amore che nell’onda sonora riesce ad attraversare il confine, o ancora nell’isolamento dall’esterno, o la musica assordante che soffoca la ragione. Un uso consapevole e variegato del suono così come della stupenda fotografia, topica soprattutto nei paesaggi ripresi all’alba e al tramonto, descrivono uno spazio sterminato che ha il sapore di espiazione ma non basta alla fuga. “Sole alto”, con i suoi 123 minuti, non è pensato per essere scorrevole, ma piuttosto riflessivo, in cui silenzi e movimenti pesano quanto parole e musica.

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