Recensione su Zodiac

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Il Killer dello Zodiaco / 13 novembre 2014 in Zodiac

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Primo agosto 1969: una lettera anonima giunge alle redazioni del “San Francisco Examiner”, del “Vallejo Times-Herald” e del “San Francisco Chronicle”. L’autore della missiva afferma di aver ucciso tre persone: David Arthur Faraday, Betty Lou Jensen e Darlene Elizabeth Ferrin (i primi due il 20 dicembre del 1968, la terza il 4 luglio del 1969 mentre era in macchina con il suo ragazzo, Michael Renault Mageau, miracolosamente sopravvissuto all’aggressione omicida nonostante le gravi ferite riportate). Nei giorni successivi, i tre quotidiani sopra citati ricevono un’altra lettera dell’assassino, che questa volta si firma con un nome inventato, Zodiac, il quale fornisce informazioni dettagliate sulle vittime per dimostrare alla polizia di essere il responsabile degli omicidi da lui descritti.
Il vignettista del “San Francisco Chronicle”, Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal), grande appassionato di letteratura ed enigmistica, si mette in testa di scoprire l’identità del feroce assassino, prima con l’aiuto di un giornalista di cronaca nera, Paul Avery (Robert Downey Jr.), poi da solo. Nel frattempo, due ispettori della Squadra Omicidi di San Francisco, David Toschi (Mark Ruffalo) e William Armstrong (Anthony Edwards), indagando sui delitti compiuti da Zodiac con la collaborazione dei colleghi di Vallejo e Napa, grazie alle dichiarazioni di un uomo individuano un possibile sospetto in Arthur Leigh Allen (John Carroll Lynch).
Memore della lezione impartita dal Fritz Lang di “Quando la città dorme” (1956), nel 2007 David Fincher, basandosi su due libri scritti dal vero Robert Graysmith, “Zodiac” e “Zodiac Unmasked: the Identity of America’s Most Elusive Serial Killer”, gira un poliziesco (sceneggiato da James Vanderbilt) anomalo e disturbante che, proprio come il succitato capolavoro del maestro austriaco, più che sulla figura del sadico omicida, che rimane sfuggente e inafferrabile, si concentra su coloro che tentano di catturarlo per mostrare le ripercussioni negative che le indagini hanno sulle loro esistenze.
Il caso Zodiac, il serial killer che sosteneva di aver ammazzato trentasette persone (ma di tutti gli omicidi che asseriva di aver commesso, la polizia gliene ha attribuiti cinque, gli altri non si è sicuri che sia stato lui) e che ha ispirato il personaggio di Scorpio, il criminale psicopatico a cui dava la caccia l’ispettore Callaghan impersonato da Clint Eastwood in “Dirty Harry” (1971) di Don Siegel, ha segnato in modo indelebile le vite dei poliziotti David Toschi e William Armstrong (il primo, nel 1978, è stato accusato di aver scritto una missiva spacciandosi per Zodiac, accusa rivelatasi poi infondata; il secondo ha chiesto il trasferimento in un’altra squadra perché il caso lo teneva troppo lontano dalla famiglia), nonché quelle del giornalista alcolizzato e drogato Paul Avery (che ha ricevuto minacce di morte da parte di Zodiac e che è deceduto il 10 dicembre del 2000, all’età di sessantasei anni, a causa di un enfisema polmonare) e del disegnatore Robert Graysmith (che ha finito per rimanere ossessionato dalle sue ricerche al punto da trascurare i suoi familiari).
Per raccontare le storie delle persone che hanno cercato invano di dare un volto al misterioso serial killer che negli anni Sessanta e Settanta si divertiva a sfidare la polizia usando messaggi cifrati (alcuni dei quali tuttora irrisolti), Fincher ricorre a uno stile cupo e lugubre che raggiunge l’apice nelle sequenze degli omicidi (i due giovani fidanzati, Darlene Elizabeth Ferrin e Michael Renault Mageau, massacrati nel folgorante incipit; la coppia, Cecelia Ann Shepard e Bryan Calvin Hartnell, aggredita a colpi di coltello sulla riva del Lago Berryessa il 27 settembre del 1969; il tassista, Paul Lee Stine, freddato nel suo taxi con un colpo di pistola alla testa l’11 ottobre del 1969), filmate in maniera secca e brutale, tanto da essere quasi insostenibili.
Il risultato è un film immerso in un’atmosfera fosca e inquietante che oltre a turbare profondamente mostra la fallibilità dell’essere umano (le indagini condotte dalla polizia all’epoca dei fatti non sono state di certo impeccabili) e l’impossibilità dello stesso di stabilire una verità assoluta (ancora oggi non si sa con certezza chi fosse Zodiac). La prima parte è notevole e fila a meraviglia: fino a quando le ricerche delle forze dell’ordine e dei due dipendenti del “San Francisco Chronicle” viaggiano in parallelo, il regista americano, con la fondamentale complicità dell’incalzante montaggio di Angus Wall, tiene lo spettatore inchiodato alla poltrona; ma poi, nella seconda parte, sparisce quasi del tutto il personaggio migliore del film, quello di Paul Avery (fantastico quando si rivolge a David Toschi chiamandolo “Bullitt”, come il poliziotto interpretato da Steve McQueen nell’omonimo film di Peter Yates del 1968), per lasciare spazio a quello di Robert Graysmith, che alla fine diventa il protagonista assoluto della storia, e il livello della pellicola, pur rimanendo alto, cala lievemente. Fincher, tuttavia, a dispetto della lunga durata, realizza un’opera tesa e avvincente che appassiona e coinvolge dal primo all’ultimo minuto.
Come detto sopra, le sequenze degli omicidi sono impressionanti e non si dimenticano facilmente, ma il momento più angosciante del film è quello in cui Robert si reca nell’abitazione di un proiezionista, soprattutto quando il vignettista scende nello scantinato insieme al padrone di casa, un tizio dall’aria sinistra, e in quel preciso istante si sentono dei rumori provenire dal piano di sopra. Il secondo, con uno sguardo poco raccomandabile, dice al primo che non c’è nessun altro nell’appartamento oltre a loro due ma Graysmith, visibilmente spaventato, capisce che è meglio andarsene da quel posto il prima possibile. Una scena che fa venire i brividi solo a guardarla.
La soggettiva iniziale, che fa credere allo spettatore che il punto di vista assunto dalla macchina da presa sia quello dell’assassino, quando invece, come si scopre in seguito, è quello di una delle vittime di Zodiac, Darlene Elizabeth Ferrin, è un vero e proprio pezzo di bravura. Puntigliosa la ricostruzione degli eventi (la storia abbraccia un arco narrativo che va dal 1969 al 1991), ottime la fotografia di Harris Savides e la colonna sonora di David Shire.
La canzone che si sente durante il primo omicidio e sui titoli di coda è la bellissima “Hurdy Gurdy Man” di Donovan. Perfetto il cast: Gyllenhaal, Downey Jr. e Ruffalo sono bravissimi nei rispettivi ruoli, ma anche Elias Koteas (il sergente Jack Mulanax), Brian Cox (l’avvocato Melvin Belli), Chloë Sevigny (Melanie, la compagna di Graysmith) e Philip Baker Hall (Sherwood Morrill, il perito grafico che analizza la scrittura del “Killer dello Zodiaco”) offrono prove convincenti.
Chi si aspetta di vedere un poliziesco con sparatorie e inseguimenti rimarrà deluso, perché Fincher, cineasta talentuoso ma discontinuo che qui firma il suo lavoro migliore insieme a “Seven” (1995), se ne infischia delle regole del genere; ma se invece cercate qualcosa di diverso dal solito, qualcosa che esca fuori dagli schemi abituali, “Zodiac” soddisferà pienamente le vostre aspettative.

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