Recensione su Zhit

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A voi, che mi mancate tanto! / 10 Gennaio 2014 in Zhit

Un luogo imprecisato della Russia, oggi. Neve a perdita d’occhio, un sole pallido che non riesce a venir fuori da una spessa coltre di nebbia. Un uomo a capo scoperto avanza a fatica. Ha i vestiti a brandelli, le scarpe logore e piene di buchi. Si dirige senza esitazioni verso un ponte, caracollando. Più oltre, il paesaggio, perlaceo e misterioso, si perde nella bruma. Poi l’uomo scompare. Dissolvenza.

Una donna tutta intabarrata spinge con decisione nella notte gelida uno slittino. Dentro vi sono due bambine avvolte da una pesante coperta. Solo gli occhi vengono fuori. Sono spenti, senza luce. Un sobbalzo che smuove la trapunta fa in modo che si vedano i volti delle bambine. Sono segnati da profonde e recenti cicatrici. Tutto intorno nessun segno di vita umana. Anche la luce del mattino incipiente si è abbassata fin quasi a svanire del tutto. Poi la donna con il suo macabro carico scompare. Dissolvenza.

Tre storie che si intrecciano. Un comun denominatore: il lutto o, meglio, il tentativo di elaborarlo. Si sa, ognuno tende a superare una tragedia a modo suo, e non sempre ci riesce. Non è mica facile. Spesso si scelgono strade impervie, sentieri non tracciati, vicoli ciechi. Quando si ci trova in simili momenti è come brancolare nella nebbia, con gli occhi sbarrati, la gola secca e il fiato mozzo. Per uscire da questo impasse, proprio come ne “Il terzo poliziotto”, una bicicletta può aiutare.
qui la “colonna sonora”.

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