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Zabriskie Point

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Zabriskie Point
Zabriskie Point

Anni Settanta. Mark, giovane studente annoiato dal tanto parlare a vuoto dei rappresentanti delle lotte studentesche e alla ricerca di uno scopo nella vita conosce per caso Daria, una bella ragazza in fuga da un ambiente lavorativo opprimente ed equivoco. Tra i due nascerà una reciproca attrazione che prenderà corpo negli onirici scenari della Death Valley.
scimmiadigiada ha scritto questa trama

Titolo Originale: Zabriskie Point
Attori principali: Mark FrechetteDaria HalprinPaul FixG. D. SpradlinBill GarawayKathleen Cleaver, Rod Taylor, Kenner G. Kemp, Harrison Ford, Philip Baker Hall
Regia: Michelangelo Antonioni
Sceneggiatura/Autore: Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra, Sam Shepard, Franco Rossetti, Clare Peploe
Colonna sonora: Jerry Garcia, Pink Floyd
Fotografia: Alfio Contini
Costumi: Ray Summers
Produttore: Carlo Ponti
Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Romantico
Durata: 113 minuti

L’Eden sulla Luna / 18 Febbraio 2016 in Zabriskie Point

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Riflessioni sparse)

Quasi non conosco Antonioni (tra le mie ondivaganti esperienze cinefile, annovero solo Blow-Up e l’episodio di Al di là delle nuvole): mi riprometto da tempo di recuperarne la filmografia, senza dedicarmici mai.
Certo è che ho approcciato Zabriskie Point quasi per caso, grazie ad un passaggio televisivo, e che, consapevole di non avere la “preparazione” adeguata a coglierne molti aspetti (non sono in grado, per esempio, di ravvisare un’eventuale sviluppo dei temi affrontati fino a quel momento da Antonioni e di quanto e come questa esperienza americana abbia influito su uno stile già codificato), mi è piaciuto davvero tanto.

Ho voluto intendere questo film come una rappresentazione della contestazione giovanile sublimata attraverso la favola. O il mito, se preferite.
La Valle della Morte è, a dispetto del suo nome, un Eden in cui, per un attimo, si scorge la forma primigenia (idealizzata?) della vita: l’Amore. A dispetto di tutto quello che circonda Zabriskie Point, dalle metropoli, alle strade, alle ville, all’umanità intera, con il suo apparato smisurato di tecnologia e di beni di consumo, il deserto lunare di polvere, rocce ed un antinomico sole è l’unico luogo in cui sembra sia possibile consumarsi d’amore come giovani fiere, in vivifici amplessi (solo immaginati, a conti fatti) e sopravvivere solo per essi e grazie ad essi.
In una visione della vita letteralmente onirica, non occorrono neppure cibo ed acqua e non sembra contemplata la riproduzione della specie: ci si basta (illusoriamente) da sé.
Ma il mondo al di fuori di Zabriskie Point non ama le favole, né le ingenue poesie capaci di ribaltare la realtà.

“Cosa vuol dire ‘legati alla realtà?’ Ah, sì, non possono immaginare niente”, recita Daria (la Halprin): mentre è in volo verso Los Angeles, pronto a restituire l’aeroplano sottratto, Mark (Frechette) è ancora l’incarnazione dell’utopia giovanile. L’atterraggio sulla pista, con il velivolo circondato dalle macchine della polizia, è il risveglio definitivo dal sogno, il ritorno sulla Terra dopo le voyage dans la Lune, un letterale ritorno a quella realtà priva di immaginazione di cui è difficile, se non impossibile, cogliere il significato e le contraddizioni.

Ho apprezzato molto, qui, la fotografia di Alfio Contini, fedele collaboratore di Dino Risi, e la cura profusa da Antonioni nel creare elegantissimi ed efficaci fotogrammi, veri e propri tableaux vivants segnati da perfetti cromatismi e impressionanti sincronie tra corpi, oggetti e architetture (la morbidezza della pelle a contatto con il vetro o la pietra, l’antropizzazione del deserto, con l’inclusione dell’asfalto, dei wc o della splendida villa tra le rocce, i cactus e la sabbia, ecc.): ogni inquadratura, ogni singolo frame è efficace e funzionale, nulla sembra essere frutto della casualità, neppure (anche se mi rendo conto di esagerare) le traiettorie degli oggetti frantumati che si offrono alla telecamere durante le celebri esplosioni finali.

Ammetto di essermi stupita nel veder comparire il nome di Sam Shepard tra gli sceneggiatori del film, insieme a quello di Tonino Guerra.

Curiosità: nelle sequenze iniziali, quelle in cui gli studenti sono coinvolti in un dibattito moderato da due coetanei di colore, la ragazza con i capelli afro è doppiata da Monica Vitti, volto del “cinema dell’incomunicabilità” di Antonioni (che, prima o poi, recupererò).

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13 Maggio 2014 in Zabriskie Point

Visionario ritratto delle utopie sociali sessantottine, nella loro versione statunitense, quindi condite dai temi della violenza e della ghettizzazione, Zabriskie point è il secondo film americano di Antonioni, girato dopo Blow-up, del quale però non replicò il successo.
Criticato per la presunta superficialità nell’analisi della società Usa, a mio avviso è invece proprio tale superficialità che ben dipinge il nichilismo di alcuni giovani dell’epoca, impegnati sì, ma non convintamente, come mero sfogo anti-sistema che può ben trovare altre vie di fuga, per l’appunto, in una non so quanto biasimevole vacuità interiore (che è forse soltanto leggerezza del vivere).
La denuncia del sistema è infatti teoricamente forte ma non incisiva, se non quando riporta gli eccessi della polizia californiana, che incidono anche sulla brutta fine del giovane protagonista (Mark Frechette, attore esordiente, preso dalla strada e catapultato sul set, e che farà una brutta fine anche nella vita reale, morendo in carcere, dove scontava una pena per una rapina in banca, in circostanze non del tutto chiarite).
Il film si ricorda principalmente per alcune riuscite scene oniriche: quella dell’amore collettivo nel deserto, che venne ostacolata anche per via giudiziaria dalle autorità, e il caotico finale in cui la protagonista femminile sogna l’ecpirosi, l’apocalisse consumistica come catarsi sociale (l’esplosione del frigorifero, e non solo, ripresa da vari punti e reiterata).
Ma Zabriskie Point si ricorda anche e soprattutto per i magnifici scenari della Death Valley e del deserto del Mojave: non solo il luogo che da il titolo alla pellicola, quello spettacolo di affascinante desolazione che la natura ha regalato al deserto della California e che rapì il regista a tal punto da far ruotare il film attorno ad esso (come lo capisco!). Non solo Zabriskie Point, ma anche le suggestive depressioni saline di Badwater e Devil’s Golf Course, e in generale tutti quegli scorci che rendono la Valle della Morte quel capolavoro paesaggistico che molti vi riconoscono.
Rivalutato nel corso degli anni, questo film non può che rimanere una chicca di un autore che è, a tutti gli effetti, uno dei più grandi registi italiani e in generale della storia del cinema.

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a-i-u-t-o / 15 Maggio 2012 in Zabriskie Point

si puo’ dire noiosissimo ?

Cinema d’immagine / 26 Febbraio 2011 in Zabriskie Point

Penso che sia la definizione migliore, perchè Zabriskie Point è un’opera in cui la musica (bellissima la colonna sonora!) e il raffinato gusto estetico del regista fanno già da soli il film.
La storia dei due ragazzi che si incontrano e si conoscono assume un senso più profondo nel momento in cui si delineano i due caratteri dei protagonisti. Diversi ma fondamentalmente simili, entrambi alla ricerca di qualcosa, entrambi in fuga da qualcosa. Il richiamo al contesto storico ed all’attualità della società del momento è maggiormente evidenziato dal personaggio ribelle del ragazzo, ma il momento in cui, al di fuori di tutto e di tutti i due protagonisti arriveranno a stare insieme è magistralmente riportato nella scena nel deserto, quando arrivano a capire di avere molto in comune senza quasi conoscersi.
Le immagini finali sono quasi una liberazione ed hanno una potenza esaltante.

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