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Recensione su your name.

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Che belle tette che ho / 5 ottobre 2017 in your name.

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

In Giappolandia due ragazzi sui 17 y-o, Mitsuha (che non è un’amica di Frances-ha anche se sembrerebbe) e Taki. La prima vive in un villaggio, tra le montagne, scuola, figlia del sindaco ma vive nel tempio con nonna e sorella, sputa il sake per conservarlo perché la tradizione così vuole, e ovviamente vorrebbe la grande città. Taki Tokio a vive col padre, scuola, lavora in un ristorante italiano dove vorrebbe bombarsi la capocameriera (alla fine non se l’è bombata nessuno, please parliamone u_u). A una certa i due iniziano a sognare di vivere la vita nel corpo dell’altro, intere giornate; così spesso che si abituano, si scrivono note e consigli su cosa è successo, bisticciano, si danno consigli. Quindi prima parte tutta sul tema dello scambio di corpi, come mille altri prima, con linea comica dettata da Taki che ogni volta che si sveglia nel corpo di Mitsuha non riesce a fare a meno di toccarsi le tette per i primi 20 minuti, anche quando ha promesso a lei che fatto non lo avrebbe. Tutto ad un tratto il legame si spezza. — per evitare lo spoiler IMHO puoi fermarti qui e vedere il film — Taki parte con due amici per cercare il villaggio di Mitsuha, ma a caso, ha solo un disegno e i suoi ricordi. Scopre che quello è Itomori, ma che il villaggio non esiste più, distrutto dalla caduta di una cometa spezzata tre anni prima. Ed è a quel punto che ciao, le linee temporali a puttane bellamente se ne vanno e nulla ha più senso, nondimeno tantissimo piangi quando in testa ti fa clic il meccanismo per cui lei è stata morta sempre, insieme a tutti gli altri a cui affezionato ti eri. O forse. Taki riaccende somehow la connessione, e finalmente si incontrano, sul bordo di un tramonto trasparente. Prima di sparire all’altra l’uno, si scrivono i nomi sulle mani (c’ho i pugni nelle dita!), ma lui scrive a lei “ti amo” (il romanticismo sucks, sempre), lei non fa in tempo. Scordano tutto. Anni dopo (sette, sono sette, dillo!), la cometa è caduta lo stesso ma grazie al piano di Taki ha fatto meno strage di prima. Taki e Mitsuha vivono a Tokio con la sensazione di aver perso qualcosa (your name). Finalmente, in un finale reiterato e straziante dove pensi che se questi non si ritrovano appicchi fuoco alla sedia del cinema, sul far di una scalinata si incrociano e riconoscono, insieme ai loro fottuti nomi.
Inseguito ho questo film per almeno mesi, morte alla distribuzione dei giappi che dura solo tre giorni per mungere i biglietti. Laddove il commerciale incontra la meraviglia, non so voi ma ho pianto come un vitello. Attenzione, un vitello di Kobe eh. Per le stelle cadenti che sono belle sempre ma a metà del guado diventano la morte per lei, per i treni che si incrociano e allontanano e il destino e le porte che scorrono a fare da cesura a tante delle scene. Lungo un binario che è sempre doppio, lei e lui, il ri-conoscimento (e innamoramento) dell’altro, la dicotomia villaggio/città, e modernità/tradizione e insomma, mancavano solo Mai dire banzaiii e i feticisti delle mutandine delle studentesse su internet e i ristofuzion sushi allyoucaneat e poi ci sarebbe stato tutto il jap che conosciamo. Ok, Kurosawa, Miyazaki e Ozu. No dai, Ozu nel villaggio c’era, e c’eravamo noi e una ca**o di cometa scissa in due che giùgiù arrivava bellissima.

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