Recensione su L'anno del dragone

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Casting sballato / 7 Settembre 2019 in L'anno del dragone

(Cinque stelline e mezza)

Con L’anno del dragone, guidato dalla sceneggiatura di Oliver Stone, Michael Cimino si è calato nei bassifondi dei bassifondi di Manhattan, una Chinatown sporca, sordida, corrotta, brulicante di un’umanità al limite dell’invisibilità.
È un film a tesi, come spesso accade nei lavori di Stone: un antieroe avvezzo all’errore si contrappone a un nemico apparentemente imbattibile.
E, forse, una difettosa seppur blasonata sceneggiatura e un casting non del tutto azzeccato, deficitano un progetto cinematografico altrimenti interessante, in cui compare una critica poco convenzionale al razzismo nei confronti di una minoranza culturale, in questo caso quella cinese (e dire che, all’epoca, il film di Cimino venne a sua volta accusato di razzismo…).

Nel 1985, Cimino tornava al lavoro dopo l’incredibile epopea dello sfortunato I cancelli del cielo (1980), finanziato generosamente da Dino De Laurentiis. Ma la sua discesa nel cuore corrotto di New York, che si prospettava davvero epica (sorretta da un’ariosa e ispirata colonna sonora del fidato David Mansfield e dalla struggente fotografia di Alex Thomson), si risolve in una storia estremamente ben girata, in fondo scorrevole, con alcune sequenze d’azione notevoli (bella la scena finale, con campi e controcampi in patinati controluce), ma molto canonica (togli la Triade e metti la mafia italiana, un cartello del narcotraffico o la criminalità organizzata ebrea: non c’è differenza) e ulteriormente deficitata da caratterizzazioni stereotipate al punto da rasentare il ridicolo (involontario).

Il risvolto investigativo del film è molto labile e imputo gran parte del problema allo Stanley White di Mickey Rourke, un detective che, dopo l’esperienza in Vietnam, nasconde i suoi traumi dietro comportamenti rozzi, egoisti e spesso anticonvenzionali. In sostanza, White/Rourke manca di credibilità e compromette definitivamente la buona riuscita del film. I capelli bianchi di Rourke, lo spolverino e il cappello calcati sempre addosso sono improbabili quanto le sue capacità investigative.
Complice anche il doppiaggio italiano di Ferruccio Amendola (per cui, comunque, mi sdilinquo), White non sembra altro se non una sbiadita versione polacca del Nico Giraldi di Tomas Milian (ma senza la stessa ironia).
Inconsistente anche il Joey Tai di John Lone, un criminale in ascesa uguale a tanti altri, un villain senza un briciolo di carisma.
Evanescenti i personaggi della sfortunata Connie, la moglie di White (Caroline Kava), e dell’amico e collega Louis Bukowski (Ray Barry).
Da dimenticare la giornalista d’assalto Tracy Tzu di Ariane.

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