Recensione su XXY

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13 aprile 2011

Consiglio vivamente la visione di questo film per la delicateza con cui tratta un tema così difficile, per la capacità di coinvolgere in una storia così limite, così eccezionale, ma nello stesso tempo resa come un emblema della tolleranza, dell’accettazione della naturalità del mondo e del suo essere, anche se problematico, anche se doloroso. Vediamo una famiglia alle prese con la decisione se intervenire chirurgicamente per rimediare alla particolarità del loro figlio/a che è geneticamente e fisicamente sia maschio che femmina. E attorno a pochissime giornate madre e padre si confrontano con la presenza di un famoso chirurgo pronto a riordianare la natura, con lo sviluppo incipiente del figlio che sembra una ragazza, anche aiutata da parecchi farmaci, con il suo desiderio sessuale, con il primo innamoramento, con il suo problema di socializzazione, con se stessi che devono anche accettare la crescita del figlio/a ormai pronto a prendere decisoni per se stesso/a, liberamente.

La regista immerge tutto in un posto selvaggio da qualche parte dell’Uruguay, dove la famiglia si è spinta nel tentativo di proteggere il ragazzo/a dalle pressioni della società che pretende di decidere e normalizzare un corpo che stride con le convenzioni, senza preoccuparsi che quel corpo esprime una interiorità che non si può certo cancellare a colpi di bisturi. Il padre, lacerato da un amore infinito, è un biologo che salva e tutela specie in via di estinzione, il gruppo di pescatori, che sono la cosa più simile a una formazione sociale, ne osteggia e distrugge il lavoro violentemente, prefigurando metaforicamente il loro rapportarsi al problema del ragazzo/ragazza, quasi come a evidenziare che ciò che facciamo alla natura poi la facciamo anche a noi stessi.
Ma il rapporto più interessante è quello fra il chirurgo e la sua famiglia e il biologo con la propria, l’uno freddamente convinto che ci sia una natura giusta e una sbagliata, che gli errori si possano correggere secondo norma per mezzo della scienza che egli stesso padroneggia, che esista una normalità, impietoso con il proprio figlio probabilmente “storto” secondo i suoi metri, un padre castratore e intollerante (come la moglie, d’altronde); l’altro attento allo sviluppo naturale e alla sua conservazione, già emblamica nella scelta del luogo in cui vive e del lavoro, attento alle emozioni, ai desideri, al sentire, per quanto confuso e multidirezionale, del proprio figlio/a, un padre tollerante, pronto a compatire, nel senso etimologico del termine, ogni scelta della sua prole a cui attribuisce il diritto appunto di scegliere.

E’ un film che sul filo dell’eccezionalità parla della nostra società, della famiglia, dell’adolescenza e della ricerca di autonomia dei figli, parla di ambiente e argomenta l’annoso dilemma su normalità, irregolarità e naturalità. Bello e coinvolgente.

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