Recensione su La ruota delle meraviglie

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Dissolto / 2 gennaio 2018 in La ruota delle meraviglie

Stando alla scansione che, ultimamente, ho ravvisato nell’ultima produzione cinematografica di Allen, dopo un film meh, di solito, ce n’è uno wow!.
In virtù di questo assunto (che lascia il tempo che trova, intendiamoci), dopo che Café Society non era riuscito a entusiasmarmi, confidavo in questo La ruota delle meraviglie per compiacermi di un nuovo buon titolo alleniano. Niente di fatto, però: per quel che mi riguarda, allora, la tradizione è infranta.

Wonder Wheel, infatti, mi è sembrato un racconto abbastanza irrisolto, portatore di grandi spunti e suggestioni, ma, nel complesso, poco incisivo.
In realtà, a fronte di questa delusione, del film ho apprezzato molto alcuni dettagli. In primis, la nuova coppia di ritratti femminili alleniani, quello di Ginny (una brava ma non epifanica Winslet) e di Carolina (la Temple, adeguata).
Grosso modo, si tratta perlopiù di una riproposizione di vecchi stilemi di Allen: da una parte, la donna matura e insoddisfatta; dall’altra, la ragazza ingenua dal cuore d’oro soverchiata da eventi ingestibili. Con le dovute proporzioni, ripensando ai recenti personaggi alleniani, per esempio, Ginny non è tanto diversa da Jasmine (Blue Jasmine), con cui condivide soprattutto l’insoddisfazione e i voli sentimentali pindarici. Carolina, dal canto suo, è un miscuglio malinconico di dee dell’amore e vermetti (il doppiaggio di Ilaria Stagni, in questo senso, non sembra essere cooptato per caso).

In secondo luogo, mi è piaciuto il continuo seppur prevedibile contrasto fra la realtà, dura e senza sconti, fatta di delusioni, alcool, botte e turbe psicologiche (vedi anche la piromania del ragazzino), e la pacchiana finzione del luna park, che Ginny chiama -correttamente- un “Paese delle Fate da quattro soldi”.
Questo ping pong è sottolineato dall’impostazione teatrale della narrazione: il plot consta di pochissime scene e le scenografie volutamente posticce esaltano questa dimensione “fallace”. Anche le luci estremamente artificiali eppure eleganti esaltate dalla fotografia di Storaro concorrono al gioco.

Belushi a tono, mentre Justin Timberlake ha dimostrato altrove di saper recitare: qui, mi è parso abbastanza inguardabile.

Per il resto, la trama si dissolve più volte, senza convincere (me) del tutto.
Provaci ancora, Woody. E, magari, rallenta il ritmo di produzione, per ponderare di più le sceneggiature: mi pare che questa urgenza creativa fatichi a trovare proprio ogni anno la quadra.

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