Recensione su Wolfwalkers - Il popolo dei lupi

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Bambine che corrono coi lupi / 12 Dicembre 2020 in Wolfwalkers - Il popolo dei lupi

Ai precedenti lungometraggi di Moore (The Secret of Kells, Song of the Sea), riconoscevo un certo coraggio nell’affrontare temi complessi e “stratificati” (in primis, quello della morte) che, forse, non permettevano ai suoi lavori di essere apprezzati da una certa parte del pubblico, ma che, sicuramente, dimostravano una felice capacità di coniugare più livelli di linguaggio con una ricchezza formale e una ricerca estetica impressionante.
A parer mio, con Wolfwalkers, Moore (qui, co-regista con Ross Stewart) ha fatto un passo indietro, scegliendo una storia dagli sviluppi molto convenzionali, capace sì di raggiungere e accontentare una platea più ampia, ma che, secondo me, rispecchia poco la sensibilità narrativa dimostrata altrove dall’autore.

Oso dire inevitabilmente, Wolfwalkers ha i suoi momenti più felici nella rappresentazione di Mebh, la ragazza-lupo dai capelli fulvi che, come Aisling in Kells e Saoirse in Song…, incarna (una parte de) lo spirito (androgino eppure eternamente femminino) dell’Irlanda più selvaggia, ante cristianizzazione.
Mebh è ciò che tutto il film avrebbe dovuto essere: originale (pur avendo caratteristiche “già viste”), potente, supportato da una costante coerenza estetica. Invece, gli arditi e altrove graditissimi esperimenti visivi di Moore qui quasi rasentano l’esercizio fine a se stesso e la pura ripetizione di formule collaudate, senza sciogliersi (quasi) mai nel racconto.

Mebh, graficamente fondata su spirali e cerchi (anche concentrici, vedi il rapporto “grafico” con la madre) è pura energia cinetica e trascina l’intero film. Per me, la vera protagonista è lei, non la bionda Robin, la cittadina inglese che, pure, fornisce il pretesto per lo sviluppo narrativo del lungometraggio. Confesso che ho provato una sorta di antipatia per Robin, fin dal suo esordio sullo schermo: Robin è stereotipata, prevedibile e incasellata ed è lo specchio di una storia che finisce per pesare più dei suoi effettivi 110 minuti circa.

Il villain, Lord Protector, quadra poco (e, esteticamente, mi ha ricordato troppo il Governatore Ratcliffe del film Disney Pocahontas). Ma c’è davvero sempre bisogno di un cattivo incarnato, di una figura precisa che ostacoli la ballata dell’eroe? Nei suoi film precedenti, Moore aveva dimostrato che era possibile farne a meno e sviluppare il tema della crescita e della scoperta di se attraverso la “semplice” avventura e la sfida personale, senza un antagonista diabolico. E, ora, invece, Moore fa questo passo falso, pesantissimo, cercando a tutti i costi di inserire nel contesto un personaggio oscuro, e segna negativamente soprattutto l’ultimo quarto del film, rendendo il finale inutilmente dilatato, vanamente lungo (quante volte Protector minaccia il padre di Robin e gli dà “un’ultima possibilità” che, poi, non è mai tale?). Protector è la rappresentazione dell’incertezza che pervade il film. L’elemento “religioso” e l’ossessione per la superstizione, che avrebbero potuto giustificare determinati snodi narrativi, compaiono improvvisamente e non sembrano aver ragion d’essere (per esempio, la remissione a Dio di Protector giunge senza un preciso senso di continuità).

Moore ha lavorato a lungo a questo film, cercando per diversi anni i finanziamenti necessari e ottenendo, infine, il definitivo supporto economico da Apple Tv, che lo ha prodotto. Imputo a questa lavorazione “sofferta” l’incertezza e le eccessive semplificazioni che ho ravvisato nel film che, pure, rappresenta un’eccellenza nel panorama delle produzioni animate, soprattutto europee.
Wolfwalkers è realizzato in 2D: basterebbe questo, per scorticarsi le mani, applaudendolo. I fondali sono strepitosi, specialmente quando rappresentano la natura rigogliosa, quella più umida e palpitante, dell’Irlanda inviolata. Del character design di Mebh ho già parlato, reputandolo la soluzione più riuscita del film, insieme a quello dei Wolfwalker più giovani e del falco Merlin (che bello: Moore mi ha fatto tornare in mente un dettaglio letto nella trilogia arturiana di Mary Stewart. Il nome Merlin(o), quello del mago della tradizione per intenderci, in lingua celtica si dice Myrddin e, se non ricordo male, significa proprio “falchetto”).

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