Recensione su Cuore selvaggio

/ 19907.1143 voti

Un David Lynch visionario e debordante: un film che è follia pura / 9 giugno 2011 in Cuore selvaggio

“Cuore selvaggio” (1990) è follia pura. E’ un film decisamente “malato”, segnato dalla presenza del fuoco: c’è infatti il fuoco che arde le case e il fuoco degli accendini sempre pronto a far bruciare le sigarette fumate alla velocità della luce, ma soprattutto c’è un fuoco che quando esplode lo fa in un modo molto più violento di tutti gli altri messi assieme; è un fuoco talmente incontrollabile che quando divampa non c’è più niente che si possa fare per domarlo, perché quando esplode è meglio lasciare che bruci il più in alto possibile per far sì che consumi e strazi chiunque ne venga colpito. Questo fuoco incontenibile, violento e selvaggio è quello dell’amore, che qui scoppia con una forza inaudita tra i due protagonisti della storia, Sailor Ripley (Nicholas Cage) e Lula Pace Fortune (Laura Dern).
Il primo è un ragazzaccio appena uscito di galera per aver ucciso un uomo fracassandogli il cranio con le proprie mani; la seconda, invece, è la classica brava ragazza che però è pericolosamente e irresistibilmente attratta dal lato selvaggio della vita. E chi meglio di Sailor potrebbe garantirle un’esistenza sregolata? Nessun altro, ovviamente. Sailor e Lula sono perdutamente innamorati l’uno dell’altra, e pur di coronare il loro sogno d’amore sono disposti a tutto, anche a scappare da tutti quelli che provano a fermarli per impedire loro di sposarsi.
Quella di Sailor e Lula diventa così una fuga infinita: una specie di viaggio – forse all’inferno o forse in paradiso, chi lo sa – di sola andata, senza ritorno quindi, e senza una meta precisa; perché, come diceva Jack Kerouac in “On the Road”: “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare”. E Sailor e Lula sembrano aver preso alla lettera quell’insegnamento, tanto da seguirlo, se necessario, fino alle estreme conseguenze. Un David Lynch visionario, volutamente debordante: tutto infatti in questo road movie grottesco (ricavato dall’omonimo romanzo di Barry Gifford) è spinto all’eccesso.
Il regista statunitense si diverte come un pazzo a giocare d’accumulo: Lynch (anche sceneggiatore) riempie il film sia di personaggi sopra le righe (come Bobby Peru, interpretato da Willem Dafoe) sia di ogni cosa possibile e immaginabile facente parte dell’immaginario collettivo americano (dalla strega cattiva alla fatina buona del mago di Oz), e il risultato finale non poteva che essere un’opera eccessiva ma dannatamente geniale che nel 1990 si è portata a casa la Palma d’oro al Festival di Cannes. Una storia dove gli opposti – violenza e tenerezza, amore e odio – si incontrano e riescono a convivere magicamente senza squilibri; una cosa, questa, che forse soltanto David Lynch riesce a fare così bene.
Certo, non è un film per tutti i gusti: però gli ammiratori del visionario autore di “Eraserhead” (1977) e “Velluto blu” (1986) troveranno sicuramente di che divertirsi. Nicolas Cage, spesso attore mediocre, fornisce qui una delle sue prove migliori: ad ulteriore dimostrazione che soltanto quando è diretto da grandi registi riesce a dare il meglio di sé. “Cuore selvaggio”, in definitiva, è un film pazzesco. In ogni senso.

Lascia un commento

jfb_p_buttontext