Recensione su White Irish Drinkers

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23 dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

No smoke, no pills, no needles, perché loro sono white&irish&drinkles, cresciuti tra la feccia bianca di Brooklyn nei ’70 (ma di nuovo?).
Il protagonista è Brian, un tipo così sensibile, oh, ma così sensibile, rispetto alla merda che c’è tutta intorno. Lavora in un cinema e dipinge, chiuso in un seminterrato. Ad un certo punto esagerano, per provarci con una le fa un ritratto enorme e bellissimo sul vetro appannato. Di un pub. E tutto il pub, cioè, tutti gli ubriachi del pub, si fermano a bocca aperta a ruttare birra e dire OOOOHHHH! E lì mi sembra un tantino pisciata fuori dal vaso. Al pub. Gli ubriachi. OOOOHHH. Maddai.
Comunque, Brian ha un fratello che si chiama Danny, che è un coglione come ogni fratello/opponente che si rispetti, e vive di piccoli crimini, cercando sempre di tirarlo dentro. Però Danny lo lovva anche tanto, lo ha sempre difeso fin da piccoli, talmente che sarebbe disposto a morire per lui (see ya Danny boy). Hanno il solito padre da film anglosassoni, cazzuto e cattivo e ubriaco che va a casa e pesta moglie e figli. Oh, però li ama. Ha una storia d’amore con la ragazza del vetro appannato, si rincorrono nudi in un cimitero. Sì, anche a voi è capitato, no? E degli amici, di cui il migliore è il barbogio che fa le superfeste quando lo prendono a lavorare alla nettezza urbana, idolo. Sullo sfondo Brian deve organizzare uno spettacolo degli Stones nel cinema dove lavora, il fratello trama, la madre trema, il futuro è andarsene via e seguire le proprie passioni.

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