Recensione su Le armonie di Werckmeister

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26 maggio 2015

C’è un postino di nome János che spiega a un manipolo di ubriaconi il funzionamento del sistema solare e delle eclissi, facendoli impersonare i vari corpi celesti in una goffa danza.
C’è un dozzinale circo itinerante che arriva in città con le sue strampalate attrazioni: una enorme balena e il Principe, un personaggio deforme e misterioso (non si vedrà mai) che sobilla le folle.
C’è un’atmosfera da fine del mondo, un presagio di apocalisse (tema caro al regista ungherese), mentre si scatena la rivolta popolare che culminerà in una nuova strage degli innocenti: l’assalto all’ospedale e ai degenti che ospita.

Béla Tarr va preso così, facendosi travolgere dalla sua sublime estetica, dal suo stile così affascinante: i lunghissimi piani sequenza, il bianco e nero che si adatta così bene alle ambientazioni e all’umore della pellicola.
Quanto al contenuto, i film di Tarr sono come poesie di Rimbaud: sovrastati da un simbolismo misterioso ma illuminante, difficile da cogliere e da interpretare, ma che lascia il segno.
In quella enorme balena che arriva a sconvolgere la deprimente quotidianità di un paesino ungherese, un non-luogo sospeso in un universo dimensionale senza tempo, chiunque può vederci ciò che vuole: la grandezza di Dio (come pensa l’ottimista János, moderno Candido) o il suo castigo. Una cosa e il suo contrario.
La balena è come il monolite di Kubrick in 2001 Odissea nello spazio.

Sebbene qui Tarr probabilmente non raggiunga i livelli toccati con Sátántangó, anche queste Werckmeister Hármoniák rimangono un’esperienza intellettuale non indifferente, una sfida con cui cimentarsi per trarne una grossa soddisfazione, tutta personale.
Una sfida dura, è innegabile, ma tutto ciò che non comporta fatica è destinato a cadere nell’indifferenza.

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