Recensione su Wavelength

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dissociazione-esperienza del / 11 Marzo 2016 in Wavelength

scrivere di questo film, tentando una qualsiasi interpretazione o analisi, sarebbe un inutile sforzo psichico e umano. e quest’opera si colloca, io credo, in una dimensione che è tutt’altra che psicologico-umanistica.
posso limitarmi a dire che è un esperienza visiva che trascende il dicibile, collocandosi in uno spazio di dissociazione del soggetto parlante o, meglio, dell’occhio-spettatore. lo sguardo si sovrappone, anzi si dissolve completamente nello sguardo della mdp, che è quasi un terzo occhio – non c’è autorialità ne autorità, ne soggettività ne reificazione. è l’occhio del reale che guarda, è l’occhio del “fuori”, della pura esteriorità. la visione diviene esperienza del fuori e dissociazione rispetto all’io, simile in questo a quelle esperienze fuori dal corpo generate da alcune sostanze psicoattive. anche questo “può” il cinema, quando è tale.
lo zoom incessante è movimento inarticolato e indifferente rispetto allo spazio visivo, è la parzialità del tempo introdotta nell’abisso del fuori, in quello spazio aperto che è l’appartamento – un micromondo, un concentraro abissale dell’esteriorità, laddove pentrenadovi si rischia la morte. temporalità che incede lentamente nello spazio, sino alla fine, dove il tempo finalmente si arresta e rimane l’immanente eccedenza dell’abisso spaziale dell’oceano.
ma qui siamo già forzatamente sul piano interpretativo e quindi psichico e quindi parziale e quindi troppo umano, cosa che mi ero promesso di evitare.

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