Recensione su War Horse

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C’era una volta Steven Spielberg … / 27 gennaio 2013 in War Horse

C’era una volta in cui avevo un regista preferito e il suo nome era Steven Spielberg …
Non è l’inizio di una qualche stramba favola ma una verità. Lo stimavo moltissimo ,per me era il prototipo del “director” hollywoodiano: mi piaceva sul set quando lo vedevo in qualche contenuto extra di dvd ,i suoi berretti che sbucavano da dietro la macchina da presa, la sua voce …

Uso l’imperfetto perché ovviamente da un po’ non è più così. Steven ,che ti è successo? Dov’è finito il creatore di quel piccolo alieno che faceva volare le biciclette ,il profondo cineasta che ha dato la luce a “Schindler’s list” o a uniche rappresentazioni della guerra come quella di “Salvate il soldato Ryan” e il simpaticone dietro a due perle come “The terminal” e “Prova a prendermi”?

A suggellare questa vacanza che sembra essersi preso dal cinema di qualità c’è un film che tra gli altri vi contribuisce. Sto parlando di “War horse”. Ora ,non voglio dire che sia tra i buchi neri sulla filmografia di Spielberg ,quelli sono altri; ma di sicuro è sintomo di una tendenza scivolosa bella e buona. “War horse” si prende comunque un 7 ,ma è più un 6 e mezzo: la fotografia è adeguata ;il cast ,sebbene formato da gente pressochè sconosciuta, è capace; e ci sono diversi momenti e scene del film che si distinguono per pregi nella parte tecnica ,nella sceneggiatura e nell’originalità dei temi affrontati. L’invito a riflettere sulle diverse forme di coraggio in guerra come nella vita non va sottovalutato. Ma la colonna sonora?! John Williams ,compositore apprezzato e braccio destro di Steven, sembra seguire il suo amico regista lungo il suo scivolo. E l’inizio e l’epilogo?! Troppo lagnose e sdolcinate le “effusioni” tra Albert e il cavallo nei prati verdi della campagna ;controprudecente la ripresa della storiella dell’asta per finire così come si era cominciato ;inutile l’incontro conclusivo ;assurdo il tramonto arancione. Poi, non capisco cosa ci sarebbe di sensato nel creare un parallelismo circolare tra inizio e fine di un film; anzi si riceve l’impressione di non aver visto nulla. Il “viaggio” che lo spettatore compie guardando una pellicola và sempre lasciato un po’ ininterrotto ,non azzerato.

Ad ogni modo, per concludere, Spielberg ha “lasciato un vuoto nel mio cuore”. Ok, magari meglio non dirlo con tutto questo miele ;già in “War horse” ve ne era troppo! Resta il fatto ,tuttavia, che devo eleggere un sostituto per la posizione di “favorite director” e ultimamente la mia scelta sta ricadendo via via sempre più su – udite, udite! – Quentin Tarantino. Perché proprio lui? Beh, il cinema di Quentin è ,intanto, già più moderno di quello di Stefano Spilbergo. Tarantino sa ,poi, rinnovare tematiche e trame di continuo; ben altro è il discorso per la triade guerra-famiglia-diversità spielberghiana ,potremmo chiamarla così. Inoltre, io guardo agli Oscar 2013 come una sfida proprio tra questi due grandi: l’ex videotecaro con “Django unchained” da una parte e il padre di “E.T.” con “Lincoln” dall’altra. A questo punto per chi farò il tifo lo sapete. Non ho ancora visto “Lincoln” ma mi sa tanto di “Amistad 2 – la vendetta” e “Amistad” non mi è piaciuto affatto.

Voi ,invece, come la pensate su Spielberg? E – apro un piccolo sondaggio – avete un regista prediletto? Chi è?

20 commenti

  1. DonMax / 27 gennaio 2013

    Non mi è mai piaciuto.
    Amistad però lo trovo un piccolo capolavoro.

    Si, ho una serie di registi prediletti.
    Herzog, Monicelli, Corbucci, Leone, Jodorowsky, Elio Petri, Gillo Ponetcorvo… potrei continuare.

    • yorick / 15 febbraio 2013

      continua, @21st-century-schizoid-don! così vediamo quando becchi quelli giusti (iniziano entrambi con la T, uno finisce con -rier e l’altro con -arr) 😛

      • "The Deadly Raid" / 16 febbraio 2013

        ma @yorick amico mio, io ti voglio bene,
        ma la tua prima t è riferita a un cialtrone che confeziona film come fossero marketing, mentre il secondo, ahimè, non è più un regista oramai quindi torniamo ai corbucci ai fulci ai bava ai petri ai monicelli agli herzog…che è meglio

        • yorick / 16 febbraio 2013

          mentirei se ti dicessi che non me lo aspettavo. Voglio dire, non tanto questo (Trier/Tarr o…), quanto l’irriducibile scacco che segna un’eterogeneità di sentimenti/mentalità/opinioni/- tra di noi: è il ponte che crolla tra Freud e Lacan, tra primo Wittgenstein e secondo Wittgenstein, tra Nietzsche e Wagner, tra Hegel e Marx. A ogni modo, @drmabuse, poi pietismi: perché mai Tarr non è più un regista ormai? So che dopo “Il cavallo di Torino” si è ritornato, ma allora nemmeno più i Fulci e i Bava son registi, perché si dovrebbe tornare a loro?… Suppongo, però, tu intendessi in un altro senso: quale? E per quanto riguarda von Trier, be’… c’è poco da fare – marketing e von Trier non stanno sullo stesso piano. Devo ricordarti le asserzioni del regista danese all’ultimo Cannes? O il tripudio di denigrazioni che ricevette all’uscita di “Antichrist” da parte della critica? Orsù, l’ultimo film non è effettivamente vontrieriano (su questo mi sono già espresso, anche se non lo vedo come un aborto cinematografico), ma da qui all’affermare che i suoi film siano prodotti di marketing, sebbene vero sotto certi aspetti, e cioè per quegli aspetti che vogliono ogni film (pure quelli di Bava, Fulci etc.) come prodotti di marketing, ma è indubitabile che von Trier giochi soprattutto su se stesso con se stesso attraverso se stesso. Prendi “Antichrist”: sembra l’estrapolazione oniricizzata delle sedute del bon Trier dallo spicanalista. O “Il grande capo”, probabilmente la commedia più impopolare di tutti i tempi, anzi la più volutamente impopolare (dal punto di vista delle risate, dalla tristezza che serpeggia nel fondo, dalla sconclusionatezza di una trama che, per essere quella di una commedia, poteva anche ben reggere, per la decisione dell’automavision…). E ci metto dentro anche “Melancholia”, perché no? La prima parte è volutamente indigeribile, quasi come un filmone di Visconti. Per non parlare de “Le onde del destino”, riguardo al quale sul gruppo di Visionando, 3/4 degli utenti popcornosi si sono espressi in discredito.

          • "The Deadly Raid" / 16 febbraio 2013

            due giudizi – quindi prendili per quel che sono @yorick -. l.v.t. è un regista geniale. le armonie di W. è il film che avrei voluto scrivere io.
            farò finta di non aver capito che mi hai dato, con notevole affetto certo 😉 , del vecchio rincog**onito e ti dirò che le nostre reciproche forma mentis si differenziano in questo: che io sono un necrofilo mentre tu un coprofago – nel senso pieromanzoniano del termine 😀 (termini declinabili in qualsiasi accezione possibile e impossibile).
            questo perché trier e i suoi film sono il prodotto dell’agente pubblicitario lars von trier che è uomo marketing di se stesso come hai detto anche tu.
            ti faccio un esempio.
            von trier è un moralista. un moralista intelligente, al contrario di tanti altri (di sinistra soprattutto).
            in antichrist, nell’incipit e nell’epilogo, trier mostra una degli avvenimenti più immorali che si possano mostrare: una madre che sacrifica ilo figlio per il proprio orgasmo/salvezza…ma decide di mostrarlo al pubblico provocandolo sterilmente, con una tale fascino e perfezionismo estetico da farlo sentire indifferente all’ethos, svenduto in sacrificio alla aisthetikòs. con buona pace del tuo wittgenstein che li faceva coincidere.
            tarr non dirigerà più film. ed è un peccato perché è uno dei più grandi autori ancora esistenti. ma tarr fa sempre e solo e ha sempre fatto film alla tarr. non è replicabile, non si può insegnare tarr, come non si può insegnare a scrivere le grandi poesie.
            tarr è me**a nel senso che i suoi film escono dalle proprie viscere come pochi altri registi contemporanei.
            se poi ti interessa sapere perché io sarei necrofilo, ti dirò che per lungo tempo ho considerato il mio autore preferito tsai ming liang, che è uno dei registi più necrofili che io abbia mai avuto il piacere di conoscere: è un amore per i frame e le immagini e per la meraviglia oramai cadavere. e ming-liang riesce a farla rivivere in meravigliosi sogni o.O
            e io sogno morti – morti che amo – insieme a lui.
            ps: hai tirato fuori il peggio di me yorick xD
            comunque io vedo meglio un rapporto freud/jung 🙂

          • yorick / 16 febbraio 2013

            ti ho risposto anch’io, e mi hanno messo in attesa di moderazione, @drmabuse. Comunque, nick fiqo. Ho riso per cinque minuti xD

  2. Notta / 27 gennaio 2013

    Mi sta un pochino sui cosidetti ma ne sà

  3. Naima / 15 febbraio 2013

    Io non farei mai un paragone tra Spielberg e Tarantino, anzi, mi farebbe strano anche mettere i loro nomi nella stessa frase (come ho appena fatto ahah).
    Però, onestamente, da tempo immemore, Tarantino è tra i miei preferiti. Sarà perché è più sul mio genere, credo, ma questo non vuol dire che non apprezzi un regista come Spielberg, soprattutto per il suo lavoro passato (e anche per War Horse, che a me è piaciuto molto più di altri suoi film considerati capolavori).

    Comunque, Lincoln non mi è piaciuto neanche un po’, proprio per niente, quindi credo che come te tiferò per Quentin, agli Academy.

    Ah! Bella recensione. :3

    • @yorick ti rendi conto?
      censurati per aver citato l’opera di piero manzoni 🙁
      solo perché questa conteneva una parola non gradita. non smetterò mai di affermare che qualsiasi idea di censurare qualcuno sia malsana e prodiga di fraintendimenti e sgradite opportunità 😉
      ma immagino che tu non sia così tollerante xD

      • yorick / 16 febbraio 2013

        @drmabuse, e io censurato per aver citato Celine! Va be’, va in automatico, quindi chissene… il problema è che bisognerebbe far leggere de Saussure all’elaborato del sito. Oppure ci studiamo ben bene l’ideografia di Frege così la moderazione salta abbestia.

  4. yorick / 16 febbraio 2013

    Mi fa piacere che tu ti sia definito un necrofilo, @drmabuse, perché c’è un altro utente, qui, che ha il nick di un necrofilo: quantomeno ora posso accomunarti a lei.
    Battute a parte, sono d’accordo su Tarr, meno su von Trier. E, oh, la coprofagia mi va benissimo, purché sia traslato il Manzoni in Celine. L’ho detto ancora, “la sola cosa che ci dà il senso dell’essere è l’odore della merda”: quindi sì, sono un coprofago. Perché io ho il senso dell’essere. E l’essere è von Trier, quello dell’anticristo e della danzatrice nell’oscurità – il “moralista”. Ma ci sono, come tu mi insegni, moralisti e moralisti. Ci sono i moralisti della militia christi e ci sono i moralisti stile mamma. E poi c’è von Trier, che esula da tutto il resto perché von Trier è moralista per non essere moralista: e questa te la spiego. Hai presente “Dancer in the dark”? Ecco, quel film si basa sul moralismo e termina nel moralismo attraversando il moralismo. L’esempio chiave è la la condanna e la conseguente impiccagione di Bjork. Perché Bjork è stata condannata? Non perché fosse colpevole, ma perché ha mantenuto una promessa, una promessa fatta a un uomo che ha fatto di tutto per rovinarle la vita. E che quindi certo non meritava che Bjork mantenesse la promessa fattagli. Bjork, però, l’ha mantenuta. Perché? Be’, semplice: perché l’aveva promesso.
    Il che è un chiaro esempio di ethos, se non addirittura di morale. Ora, riavvolgiamo tutto quanto e facciamoci un’altra domanda. Bjork sarebbe stata condannata se avesse detto la verità? No, questo è certo, ma la domanda è mal posta. La domanda giusta è un’altra, o una serie di altre. Bjork avrebbe dovuto essere condannata? Il che vale a dire: avrebbe dovuto rompere la promessa? Il che vale a dire che la morale non conta proprio niente.
    La morale circostanziale è: di’ la verità.
    Lo spettatore infatti rimane infastidito nel vedere il finale, perché appunto reputa cretica Bjork nel non aver detto la verità, senza capire che non è una questione di dire la verità, bensì di mantere una promessa, ma ancora lo spettatore sarebbe del parere che avrebbe dovuto non mantere la promessa, perché la promessa è stata fatta ad un uomo ignobile. Ma, come tu mi insegni, questa non è morale. La morale è un altra. La morale è quella del tuo amatissimo Kant, cioè dell'”agisci in modo che tu possa volere che la massima delle tue azioni divenga universale”. In questo caso, Bjork è kantiana: perché agire in modo che l’azione valga universalmente significa mantere la promessa. Quindi vedi da te come il moralismo di von Trier esula dalla morale del senso comune. Così come esulano gli imperativi categorici dalla quotidianità mia, tua, di tutti. Altro paio di maniche è “Antichrist”, ma il succo è lo stesso. A parte che non concordo sull’immoralità dell’evento, cioè sul peso che tu gli dai. Voglio dire, sì, anche sì, ma purtroppo ormai non è più così difficile trovare una madre che ammazzi o trovi morto il figlio per incuranza. Mettici il sesso, e vabbè. Piuttosto direi che l’incesto, atavico tabù occidentale, è uno degli eventi più immorali che si possano mostrale. Comunque, non importa. Sostanza è che in quel film von Trier ti dà questo & quello, ethos & aisthetikòs – sta a te decidere cosa scegliere. Esempio. Tu ci vedi: la morte del figlio, un evento immorale, il panegirico estetico che stempera l’immoralità degli accadimenti. Io ci vedo: la visivizzazione della pulsione di morte, l’intersoggettività tra Eros & Thanatos freudiani.
    Chi ha ragione?

    Ah, a proposito: non ho parlato di Jung perché Jung, checché se ne possa arrivare a dire, rompe con Freud, mentre Lacan no, anzi Lacan fa risorgere Freud pur prendendone debite distanze. Così, visto che stimo abbastanza sia te che me per non tacciarci di jungismo e pensando (Tarr l’ha dimostrato) che proprio agli antipodi non saremmo stati, ho preferito Freud/Lacan.

  5. ma sono d’accordo al cento per cento sul von trier…
    il rammarico è che tanta genialità non venga messa al servizio di se stesso ma di una sovrastruttura artistico-morale. (e qui stava l’antitesi con i corbucci e fulci e herzog ec ec)
    comunque quello che dici di dancer in the dark è tutto vero, però ti rammento che in un suo racconto dickens faceva impiccare ingiustamente un innocente che nel suo intimo trovava il senso del proprio esistere nell’essere stato sacrifico al posto dell’amico, è principio categorico anche questo?
    sul discorso freud-jung ti confesso che ci ho messo del mio.
    quando ebbi l’oppurtunità di avere una mdp in mano rifeci ming-liang declinato a bresson e mi venne fuori un aborto; ma io sono sicuro che se ti venisse messa in mano una redone tu saresti molto più intelligente di me e sapresti raccontare per immagini più di una storia pur raccontandola…

    • yorick / 16 febbraio 2013

      Uhm, cosa intendi, @drmabuse, per “messa al servizio di se stesso”? Perché se c’è una cosa che di von Trier amo è il suo narcisismo onanistico.
      Il racconto di Dickens, non ce l’ho presente. Qual è? Comunque a me Dickens non piace moltissimo. Troppi personaggi rimangono non più che abbozzati e troppe sequenze sono scritte con gusto caricaturale.
      Per quanto riguarda la mdp… bah, non saprei. Qui all’uni – in aggregazione con la DAMS – ci sono delle specie di laboratori in cui imparare le tecniche di montaggio, di regia &cc., ma tutto quell’ambito non mi ha mai interessato farlo. Preferisco di gran lunga la sceneggiatura, tant’è – e qui verrò linciato dall’intera comunità popcornosa come all’epoca fece il mio prof. di storia e critica del cinema e come farebbe il buon Buccheri – che sono del parere che non il regista ma lo sceneggiatore faccia il film e che il film sia dello sceneggiatore e non del regista

  6. ovviamente la descrizione di narcisismo onanistico di trier è la traslitterazione del mio meno positivo “al servizio di se stesso” 😀
    essendomi preso una specializzazione in sceneggiatura, in me trovi tanta solidarietà; se parliamo seriamente però devo ammettere che tra spicciole politiche degli autori ed antropofagismi produttivi, è un settore veramente castrato; almeno, io per disperazione ho mollato la spugna o.O
    ps: il dickens è racconto di due città

    • yorick / 17 febbraio 2013

      @drmabuse, non ne avevo dubbi, ma infatti il mio era un semplice “preferisco scrivere che girare”. Poi, va be’… penso che in termini di opportunità fare lo sceneggiatore – in Italia – sia come fare il romanziere o il ricercatore universitario.

      • sai cosa @yorick?
        che una buona sceneggiatura può essere rovinata o stravolta dalla regia, mentre un buon regista può fare perle con brutti script (bava docet).
        tornando a von trier, io sono d’accordo come hai declinato il suo concetto di morale, però non puoi ignorare che i suoi film sono sempre sassate verso la morale borghese (so che non ami il termine borghese, che in effetti non ha più valore sociologico ma rimane valido a livello concettuale di riferimento). le onde del destino ad esempio (secondo me uno dei suoi più riusciti), mostra l’uso del sacro (una alleanza con il signore) ad uso immorale (la mercificazione del proprio corpo). è una reductio ad absurdum della morale borghese occidentale

        • yorick / 17 febbraio 2013

          @drmabuse, d’accordo, però ciò non significa che una critica alla morale borghese sia qualcosa di moralistico. Mi spiego. Secondo me noi sbagliamo a parlare di “morale borghese” parlando di von Trier. D’accordo, il termine è fuori moda eccetera, ma parlando di von Trier mi verrebbe da dire che la sua non sia tanto una critica alla morale borghese quanto alla morale occidentale. Borghesi o proletari, non fa nessuna differenza. Ne lOdD von Trier sviluppa un tema che gli è caro, ed è quello della natura, in particolar modo sul rapporto donna/natura. Questo rapporto è stato portato alle estreme conseguenze in Antichrist, e in Melancholia ha assunto aspetti più mani ma meglio intelligibili, e il punto è questo: von Trier, le cui onde sono il primo film girato dopo il sua conversione al cattolicesimo. Ora, in Melancholia l’unica persona che accetta la fine è quell’isterica della Dunst. (Isterica in senso freudiano.) E lo accetta, appunto, perché la sua “malattia” (che poi non è una vera e propria malattia) la mette in contatto con una natura dalla quale, dopo il Peccato Originale, noi-umanità ci siamo discostati, anzi ora siamo pure in rotta di collisione con essa. Questo per farla breve. Ne lOdD il discorso è un po’ più complesso, perché appunto verte anche su Dio, entra in gioco la Grazia &cc. &cc., ma anche qui le cose non cambiano, così come non cambiano in Dancer in the dark: Bess e Bjork non sono delle cretine, sono l’essere umano puro, non contaminato dalla civiltà occidentale (anche questo per farla breve, anche perché non vorrei riaprire discussioni sopite in Visionando, dove diverse persone mi hanno presto per un cafone). Ora, questa è effettivamente leggibile come polemica anti-borghese… ma perché anti-borghese? Dopotutto, è anche anti-proletaria. Ed è anti-proletaria, perché il proletariato è materialista (non serve citare Marx, a questo proposito) com’è materialista la borghesia: l’una pensa al proprio sviluppo (facendola MOLTO MA MOLTO in generale), l’altra alla lotta di classe. E in questo senso tutta la polemica vontrieriana non è che una polemica anti-borghese, anti-proletariata &cc. Vale a dire: anti-occidentale. Borghesia e proletariato, e sta qui la grandezza di von Trier, non esistono che accomunate, o meglio sono due facce della stessa medaglia, anzi (spero non ci siano marxisti nei paraggi) sono fondamentalmente la stessa cosa. Gli ideologismi, qui, cadono. Perché qui si sta parlando d’altro: si sta parlando di Morale, la morale che Nietzsche aveva già intuito, quella del dionisiaco, dell’uomo che deve liberarsi dalle catene della razionalità, e che, d’altra parte, è una morale che abbraccia persino Spinoza, lo Spinoza del Deus sive natura: e per questo è una morale così eminente che non è una morale (così come l’uno di Plotino non è l’Uno per farti un esempio scemo), perché la morale è frammentaria, è una sovrastruttura creata dall’umanità, ne esistono varie; quella di von Trier, invece, non è niente di questo: è la stato di natura tanto caro a Hobbes, che trascende il giusto/sbagliato ed è appunto universale, necessaria eccetera. Non so se mi sono spiegato decentemente… spero…

          • sì, ti sei spiegato @yorick.
            e devo ammettere di aver usato il termine borghese un po’ frettolosamente obnubilato da altri registi danesi considerati a lui legati che invece si occupano strettamente di morale borghese (vinterberg & C.).
            La morale che trier mette alla berlina è trasversale e umana troppo umana senza dubbio. e la mette alla berlina idealizzando una morale trascendente (o immanente, vedi tu). tu sai bene che per me la morale può essere solo pura forma altrimenti parliamo di etica. ma trier no, nei suoi film c’è sempre la volontà di insegnare qualcosa, di insegnare la retta via. e questo si chiama moralismo.
            ma, come solito, diciamo la stessa cosa.
            ciò su cui non siamo in accordo, aihmé, è la maniera in cui l.v.t. usa la provocazione morale. per me è puro marketing e spot a se stesso (e forse la sua grandezza sta proprio qui), mentre per te è una galoppata artistica.

          • yorick / 17 febbraio 2013

            @drmabuse, la più bella galoppata artistica della storia del cinema, prego.

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