Da una premessa assurda / 20 Gennaio 2019 in Wakefield

Un film che ha diviso la critica, e in effetti posso capire perché. A me è piaciuto, ma c’erano tutte le premesse perché non mi piacesse affatto: un protagonista sgradevole che infligge dolore ai suoi cari e a se stesso per nessuna valida ragione, finendo per vivere in condizioni piuttosto ripugnanti. Perché allora, dopo un’iniziale reazione di rigetto, mi sono fatto progressivamente catturare da questa storia? Rispondere non è facile, ma ci provo lo stesso.
La motivazione per cui Wakefield abbandona la famiglia è abbastanza chiara: quello che prova verso la moglie non è vero amore, ma più un sentimento di possesso, nato dalla competizione con l’amico Dirk, che nella convivenza quotidiana lascia il posto a un vuoto e a una stanchezza interiori. Wakefield tenta – inutilmente – di riattizzare quel sentimento iniziale coltivando intenzionalmente la propria gelosia; ma lo stesso abbandono della moglie è – come realizza a un certo punto – un modo per continuare a controllarne la vita. Tutto ciò, però, non costituisce affatto una valida ragione per il suo gesto singolare, che resta inspiegabile – un atto del genere potrebbe essere spiegato solo dalla follia, ma Wakefield non è pazzo.
Ebbene, mi pare che il fascino del film stia proprio (almeno per me) nel fatto che compiuto un primo passo così illogico, il resto della vicenda ne discenda quasi inevitabilmente. Wakefield trova sempre una ragione molto razionale per sprofondare ancora di più nella propria abiezione. La sua vicenda finisce per sembrare in qualche modo necessaria, e in più risulta anche originale, proprio perché il punto di partenza non ha riscontro nell’esperienza comune; anche se poi, nella vita, non è poi così raro far proprio qualche assioma irrazionale, e costruirci sopra un teorema ineccepibile che ci condanna a qualche stramba miseria. Siamo tutti un po’ Wakefield, temo.

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