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Recensione su La bicicletta verde

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28 gennaio 2013

Un film forte, forte della sceneggiatura e dell’idea di base. Un film che non si dimentica dunque. Ha la caratura della testimonianza documentale, della narrazione quasi neorealista anche per l’uso di attori non protagonisti che sono acerbi e che comunicano la forza di un vissuto condiviso. Forse quello che manca di più è una elaborazione registica, ma il sopravvento di quanto si racconta è imperioso. Mi domando se sia stato distribuito in patria. Storia semplice, una ragazzina desidera una bicicletta, per averla partecipa ad un concorso sulla recitazione del corano indetto a scuola. LO schema è semplice: la bambina è già fuori dalle righe rispetto a quanto l’educazione oppressiva dell’arabia saudita preveda, si ribella alle costrizioni sul vestiario, ascolta musica in lingua inglese, sviluppa un desiderio ancora più “rivoluzionario”, lotta per esaudirlo sfruttando ciò che la società le porge, ma mai si piega veramente. Seguendo questa traccia il film fotografa la condizione femminile nell’ambito scolastico che plasma tutti i comportamenti futuri, nel lavoro attraverso le vicende della madre, nella famiglia, sempre il complicato vissuto della madre incapace di procreare un figlio maschio, nella vita comune.
Raggelante per l’insieme di costrizioni e regole così prodigiosamente introietatte da tutti attraverso un sistema di indottrinamento e di conseguente esclusione sociale alla prima “presunta” violazione che si fonda sul testo religioso e sulla struttura sociale maschilista che ne deriva. E nel farlo si sceglie un mondo di donne in cui le donne sono attori in pieno, vittime e carnefici di se stesse, in cui gli uomini sono sorridenti e mai impositivi, placidi amici anch’essi intrappolati un in gioco che spesso non condividono nei fatti (basti pensare al proprietario del negozio delle biciclette). Un film soffocante e che palesa pochissime vie di fuga, in cui tutto ruota nel mettersi in gioco e approfittare di quei margini di tolleranza che sono un po’ ovunque e che potenziati dall’esempio di alcune coraggiose (e alcuni coraggiosi) nel tempo può comportare qualche cambiamento.

Nel vederlo si respira tutta la violenza delle religioni volte a piegare il femminile fino a cancellarlo dallo spazio pubblico. Sono molto ben costruite le scena all’interno della casa della bambina, un mondo di donne intrappolate fisicamente che abitano lo spazio privato come un carcere, comodo, ma che restituisce una sensazione di totale soffocamento.

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